CrimiNapoli 37 / Il racket delle pizzerie: ecco perché il food fa gola ai clan e alle paranze

CrimiNapoli 37 / Il racket delle pizzerie: ecco perché il food fa gola ai clan e alle paranze

Venerdì 1 Luglio 2022 di Gigi Di Fiore

È il business turismo. Napoli affollata, nel trionfo di ristoranti, friggitorie, bar, pizzerie. Settori che trainano e danno guadagni, anche a titolari improvvisati, ai Quartieri Spagnoli, come nel centro storico. Ma il food fa gola da tempo anche a piccoli gruppi di pseudo-camorristi e clan che chiedono il pizzo. Soprattutto nel centro storico, come hanno accertato più inchieste della Dda napoletana.

«Fondata è l’ipotesi che buona parte dei gestori delle pizzerie operanti nel comprensorio Forcella-Maddalena-Tribunali siano stati costretti, e probabilmente lo sono ancora, a versare periodicamente delle quote estorsive ai componenti delle organizzazioni criminali operanti sul territorio» scrisse il gip Dario Gallo nell’ordinanza che scompaginò le famose paranze dei bambini. Fu la fine, nell’area dei decumani, del gruppo Sibillo-Brunetti-Amirante-Giuliano. Racket di giovanissimi, che facevo richieste di pizzo a turno, mai denunciate. Appetiti estorsivi sui locali che vendono cibo ai turisti.

Le conferme 

Poche denunce, hanno segnalato gli inquirenti. Ma il racket delle pizzerie si è scoperto attraverso chiare conversazioni intercettate. Nel 2019, in carcere finirono i giovani protagonisti della guerra nel centro storico, annientati i Brunetti come i Buonerba. Rimasero in attività i loro amici o i fratelli minori. Ma, proprio mentre partivano gli arresti nei due gruppi contrapposti, dalle intercettazioni la Dda napoletana apprese di altre estorsioni ai danni di due pizzerie di via Tribunali: «Dal Presidente» e «I Decumani». I titolari confermarono solo dopo che fu loro comunicato il contenuto delle intercettazioni. «Le richieste estorsive mi sono state sempre rivolte a nome del “sistema”, nel senso che quando si sono presentati a me lo hanno sempre fatto affermando che erano legati “al sistema” e che quindi avrei dovuto necessariamente pagare» dichiarò alla polizia il titolare della pizzeria «Dal Presidente». E aggiunse il titolare della pizzeria «I Decumani»: «Effettivamente, durante lo scorso periodo natalizio ho ricevuto una richiesta estorsiva da parte di due persone a nome della famiglia Giuliano di Forcella».

Tre rate da cinquemila euro per «Il Presidente», una somma di 2500 euro in due rate per «I Decumani». Erano proprio le estorsioni alle pizzerie una delle fonti di guadagno di quei gruppi e, nell’intercettazione tra Antonio Baldassarre e Salvatore Del Prete veniva espressa la preoccupazione che gruppi nuovi potessero inserirsi nell’affare. Baldassarre si mostrava sicuro della loro conoscenza delle attività più redditizie nel settore e diceva: «Loro non sanno le pizzerie». In un’altra registrazione, Emanuele Sibillo, il capoclan ucciso giovanissimo cui i commercianti del quartiere e la famiglia dedicarono una specie di monumentino alla memoria collocando un busto in gesso nell’androne della casa in Vico Santi Filippo e Giacomo poi rimosso su disposizione della Procura, convinceva il suo interlocutore, scettico sulla possibilità di ricavare soldi da un pizzaiolo: «Deve morire mammà, ho detto vai là dentro e pigliati mille euro».

Il pentito 

Il 30 gennaio di 5 anni fa, il collaboratore di giustizia Atid Yassir confermò l’esistenza di «una diffusa pratica estorsiva ai danni delle pizzerie». E ammise: «Il titolare della famosa pizzeria Michele ha pagato la somma di euro 1500, se non erro, ad un certo Ciruzzo Raitano, per consegnarla ai Mazzarella. Ricordo che una volta, all’inizio di dicembre 2013, andai presso detta pizzeria a nome del clan Giuliano per il pagamento dell’estorsione, ma il pizzaiolo mi disse, prendendomi da parte, che era tutto a posto, in quanto era già passato Ciruzzo Raitano». Anche in questo caso la polizia convocò il titolare della pizzeria, che smentì il pagamento del pizzo, ma

ammise che «nel 2013 è capitato, mi fu riferito da un dipendente, che un giorno si presentò un ragazzo che chiese dei titolari per ricevere un non meglio quantificato regalo in denaro. È capitato che abbiamo ricevuto richieste per una riffa e noi abbiamo acquistato qualche decina di biglietti per un importo massimo di qualche decina di euro».

La storia continua 

«Sono venuti a cercarci un pensiero, dobbiamo fargli un regalo di Pasqua. Facciamo 500 euro». Salvatore Vesi, titolare delle omonime pizzerie in via San Biagio dei Librai e in via Bellini, confermò ai carabinieri che i Sibillo gli avevano chiesto denaro. Durante le ricorrenze pasquali del 2019, ricostruirono gli inquirenti utilizzando intercettazioni e telecamere, Salvatore Vesi fu costretto a pagare ai Sibillo 500 euro su richiesta di Maria Sbatelli. “Dateceli con le pizze” disse la donna vicina al clan. A indagare erano i pm napoletani Urbano Mozzillo e Celeste Carrano, che ricostruirono come i clan Sibillo e quello dei Mazzarella si contendevano il controllo del racket sulle pizzerie nei Decumani. Tra i loro bersagli, anche la famosa pizzeria Di Matteo e la trattoria Pizza e pummarola. Erano i giorni dell’ordigno piazzato all’esterno della pizzeria Sorbillo in via dei Tribunali. Scenari successivi al 2019, che dimostravano come le estorsioni sul food restavano sempre fonte alterna di guadagni dei clan. Nel giorno degli arresti del marzo 2019, Antonio Iodice, considerato affiliato al clan che si opponeva ai Sibillo, si presentò subito nei locali di Pizza e pummarola e chiese il pizzo, presentandosi così: «Ora comandiamo noi».

Le rivalità

Dal 2019, gli inquirenti continuano a indagare sulla pizza-racket che sembra inarrestabile, legata in proporzione ai consistenti affari introiti dei ristoratori legati al turismo. Due colpi di pistola vennero sparati contro l’ingresso di Pizza e pummarola in via dei Tribunali e, subito dopo, gli estorsori fecero il bis sparando direttamente in direzione dell’abitazione della famiglia Esposito, titolare del locale. Poi, la bomba sotto la pizzeria Sorbillo, sempre in via dei Tribunali, che ne danneggiò l’ingresso. Un attentato intimidatorio poco chiaro, su cui il bersaglio sembrarono essere ancora gli Esposito come venne ricostruito nel decreto di fermo per estorsione notificato a tre presunti affiliati al clan Mazzarella. Secondo i carabinieri, la bomba che esplose all’ingresso della pizzeria Sorbillo era stato lanciato sul balcone della casa dei titolari di Pizza e pummarola in quel momento principale bersaglio delle richieste estorsive. Gli Esposito dichiararono ai carabinieri: «Dopo gli arresti nel clan Sibillo nel marzo del 2019, sono arrivati i Mazzarella a chiedere il pizzo più volte».

E in un’intercettazione ambientale tra i due baby-boss, Antonio Iodice dei Mazzarella e Giovanni Matteo dei Sibillo, si sente affermare tra le minacce reciproche «Sai sparare solo nelle pizzerie, siete una banda di scemi». Il pizza-racket attività latente dei clan nei Decumani «Ci spremono come limoni…», dicevano tra di loro i titolari della pizzeria Di Matteo intercettati.

L’inchiesta sul pizza-racket dei clan Sibillo e Mazzarella arrivò a un processo, dove emersero tangenti settimanali fino a 1500 euro nei giorni del pienone turistico natalizio, ma anche presenze a sbafo di affiliati ai clan che mangiavano nei locali senza pagare. Dai Sibillo ai Mazzarella.

L’ultima storia

Dal 2019, al processo, a storie che ricompaiono dopo la pandemia e la ripresa del turismo con folla nelle pizzerie. La vicenda che ha per vittima Mario Granieri, titolare della pizzeria Mannesi Terra Mia, è ormai nota. Dopo aver denunciato richieste estorsive, ha ricevuto una serie di intimidazioni. Ne ha fatto le spese anche la moglie Italia, incinta, investita da una moto con alcuni clienti. Il pizza-racket e la sua arroganza sembra non aver lasciato i Decumani, nonostante decine di arresti accompagnati però da poche denunce come lamentano gli inquirenti.

 

fonte:https://www.ilmattino.it/rubriche/criminapoli/criminapoli_gigi_di_fiore_racket_pizzerie-6787484.html

Archivi