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Costi più alti e corruzione assicurata: ecco gli appalti voluti dalla politica

Il nuovo Codice aumenta ancora la possibilità di assegnare lavori su base discrezionale. Con tanti saluti alla concorrenza e peggiorando le cose

di Sergio Rizzo

11 APRILE 2023 – L’Espresso

A chi volesse capire che fine ha fatto la concorrenza suggeriamo di dare un’occhiata a una tabella contenuta in un recentissimo documento targato Banca d’Italia. La fotografia scattata a fine marzo dal suo autore, Sauro Mocetti, sui cambiamenti intervenuti per gli appalti pubblici, lascia senza parole. Perché la concorrenza sta morendo. E a soffocarla, anno dopo anno, è proprio chi dovrebbe tutelarla: la politica.

Nel 2016 il Codice degli Appalti del governo Renzi consentiva affidamenti diretti solo per gli appalti al di sotto dei 40 mila euro. La legge finanziaria del primo governo di Giuseppe Conte, quello con la Lega, ha successivamente alzato il tetto degli affidamenti senza gara a 150 mila euro. Poi il secondo governo Conte, quello con il Pd al posto dei leghisti, ha ristretto l’obbligo di bando pubblico unicamente agli appalti superiori alla cosiddetta soglia comunitaria fissata in 5,3 milioni. Sopra i 150 mila euro e sotto quel limite era consentita la procedura “negoziata”: ossia una trattativa con un numero massimo di 15 imprese. Ridotto quindi a 10 dal governo di Mario Draghi. Perfino il suo.

Niente però in confronto al nuovo codice dei contratti pubblici sfornato dal governo Meloni. Che non soltanto ha portato il tetto degli affidamenti diretti, cioè gli appalti assegnati su base totalmente discrezionale, da 150 mila a 500 mila euro. Ma soprattutto ha escluso completamente dall’obbligo delle gare pubbliche i settori speciali. Vale a dire quello delle imprese che erogano servizi pubblici: dalla luce, al gas, all’acqua, ai rifiuti, agli aeroporti… Per capirci, se mai il Comune di Roma riuscisse a fare il termovalorizzatore promesso dal sindaco Roberto Gualtieri, la sua municipalizzata Acea potrebbe realizzarlo tutto “in house”. Senza mettere a gara neppure una guarnizione

Stiamo parlando del 36 per cento del mercato dei lavori pubblici, sottratto del tutto alle regole della competizione. È questo il frutto di una potentissima pressione lobbistica arrivata dai Comuni e maturata soprattutto dal Nord, base delle grandi multiutility controllate dagli enti locali, contando sull’amichevole sponda leghista.

La svolta però ce l’avevano in testa almeno da quattro anni e mezzo. Da quando il crollo del viadotto Morandi a Genova aveva allentato tutti i freni inibitori. Senza gare e in deroga a tutte le regole il ponte l’avevano tirato su in due anni. E da allora quel sistema è il modello cui ispirarsi. Tanto più con la scusa di combattere la burocrazia responsabile dei gravi ritardi nell’uso dei fondi europei del Pnrr. Il De profundis per la concorrenza non ha dunque incontrato alcun ostacolo concreto.

Eppure abolendo le gare non riduciamo in modo significativo i tempi burocratici. Peggioriamo soltanto le cose. Il documento della Banca d’Italia segnala che i tempi variano da 3,4 anni a quasi 14 anni per realizzare opere dalle più piccole a quelle oltre 50 milioni, mentre l’abolizione o la limitazione delle gare d’appalto farebbe risparmiare in tutto al massimo un mese. In compenso un altro studio degli esperti di Bankitalia ha dimostrato che una maggiore discrezionalità negli affidamenti porta con sé una riduzione della produttività e l’inquinamento del rapporto fra politica e affari. Risultato, costi più alti e rischio di corruzione assicurato.

Considerazioni che hanno indotto perfino la sonnacchiosa Autorità Anticorruzione ad alzare finalmente un dito. «Sotto i 150 mila euro appalti anche a mio cugino e a chi mi ha votato», ha osato affermare il presidente Giuseppe Busia dopo aver scoperto che il 98 per cento degli affidamenti sarà sottratto agli avvisi pubblici.

Le sue critiche sono state subito mitigate da giudizi più concilianti e positivi sul codice di marca leghista, ma almeno qualche parola lui l’ha pronunciata. Invece dall’Antitrust ancora nemmeno un fiato. E non vale la giustificazione che il Garante della concorrenza non ha competenza sugli appalti, perché un paio d’anni fa il suo presidente Roberto Rustichelli non aveva fatto sconti pubblicamente al precedente codice.

Per tutta risposta alle sue garbate rimostranze, Busia si è beccato una richiesta di dimissioni dal partito del ministro delle Infrastrutture e vicepremier Matteo Salvini. Richiesta che la dice lunga sul grado di considerazione e rispetto verso il ruolo e le prerogative istituzionali delle autorità indipendenti. Ma questa è l’aria che tira.

Sarebbe tuttavia sbagliato dare tutte le colpe al governo Meloni. Il giro di vite alla concorrenza era cominciato da un pezzo. È un’onda lunga, che viene da lontano. Anche se ora sta travolgendo ogni barriera, come prova la storia delle concessioni balneari. Neppure il governo Draghi è riuscito a scalfire il muro eretto a protezione dei balnearisti dal centrodestra; compatto, per una volta, anche con le schegge grilline ostili alla direttiva europea Bolkestein che da anni l’Italia si ostina a non applicare. L’ultimo rinvio è di qualche settimana fa. E non è certo passato inosservato alla Commissione Europea, dove hanno stigmatizzato il nuovo affronto a norme votate anche dai rappresentanti italiani, ricordando che il mancato rispetto della direttiva sulle concessioni demaniali ha già provocato l’avvio di una ennesima minacciosa procedura di infrazione.

Inutile dire che nella maggioranza la cosa non ha provocato reazioni, se non qualche alzata di spalle.

Dimostrazione ulteriore di quanto l’allergia alla concorrenza si vada diffondendo e radicando sempre di più nel Palazzo. E di conseguenza nell’intero Paese. Decisiva al riguardo, l’inesorabile azione di sabotaggio della politica nei confronti delle autorità indipendenti. L’influenza delle authority è stata progressivamente ridimensionata con nomine di sapore politico e di profilo modesto. I collegi, che all’inizio della stagione aperta trent’anni fa con l’Antitrust erano composti da esperti indipendenti e autorevoli, sono stati poco alla volta rimpinzati di sindaci trombati, presidenti di Regione disarcionati, ex onorevoli in disarmo, amici e fedeli dei leader di partito o di corrente, tecnici presentati come avulsi da condizionamenti ma in realtà legati ai carri politici. Si è arrivati perfino a sorvolare su questioni di aperta incompatibilità, mettendo a capo delle authority consiglieri di Stato: cioè esponenti della magistratura competente a giudicare i ricorsi contro le decisioni delle medesime authority. Per non parlare di quando ai vertici di autorità presunte indipendenti sono stati recapitati direttamente esponenti del governo in carica, com’è avvenuto ben due volte alla Consob. Un altro modo, oltre alla lottizzazione, per ridurre quegli organismi al rango di semplici appendici del potere. E talvolta anche perfettamente in linea con gli interessi lobbistici.

La demolizione delle authority è cominciata vent’anni fa, con il riflusso delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Ma l’andazzo non si è mai interrotto. Anzi. Il paradosso è che proprio durante la scorsa legislatura, con la maggioranza relativa in mano a una forza politica sulla carta contraria alla lottizzazione e favorevole al rigido rispetto delle regole, la situazione non è affatto migliorata. Del trattamento riservato dai partiti all’Anticorruzione l’Espresso si è occupato qualche numero fa. Quanto all’Antitrust, va detto che l’attuale presidenza è frutto di una forzatura istituzionale senza precedenti. All’atto della sua nomina fortemente voluta dal Movimento Cinque Stelle, il magistrato Rustichelli aveva già superato il tetto massimo di dieci anni di fuori ruolo fissati dalla legge Severino. Quindi, come hanno dichiarato i quattro suoi colleghi che al Csm gli hanno votato contro, mai e poi mai avrebbe potuto assumere l’incarico. Finché in soccorso alla scelta politica che lo riguardava è arrivata una sorprendente interpretazione che equipara gli incarichi nelle authority alle cariche elettive, stravolgendo la decisione del Parlamento. Come se Rustichelli, insomma, si fosse presentato alle elezioni e fosse stato eletto. Assurdo. Ma a ben vedere, perché indignarsi? Non è forse diventato ormai anche quello un incarico politico? Per rispondere alla domanda iniziale, ecco dov’è finita la concorrenza.

Fonte:https://espresso.repubblica.it/attualita/2023/04/11/news/sergio_rizzo_codice_appalti-395712357/