Cosche, la guerra di Giletti per le tre sorelle antimafia

IL FATTO QUOTIDIANO, Lunedì 10 Giugno 2019

Cosche, la guerra di Giletti per le tre sorelle antimafia

Il volto di “Non è l’Arena” e la storia delle donne di Mezzojuso (Palermo) che resistono ai boss Marianna, Ina e Irene Napoli possiedono 70 ettari nelle campagne: Cosa Nostra non riesce a cacciarle

PIETRANGELO BUTTAFUOCO

Difficile essere semplici in una terra complicata. Questo è il tema. Difficilissimo – poi – esserlo in settanta ettari di seminativo a mille metri di altezza: la proprietà da cui si dipana la storia di Marianna, Ina e Irene Napoli. Sono le fimmine note al grande pubblico per via del grande romanzo tivù, le protagoniste di quella “straordinaria miniatura delle dinamiche del potere” raccontata da Non è l’Arena su La7 e che Massimo Giletti, il suo autore, oggi fissa in un volume edito da Mondadori. Sono, appunto, Le Dannate. E sono le tre sorelle di Mezzojuso, in provincia di Palermo, che non si arrendono alla mafia. Il libro esce nella collana Strade Blu, la stessa di Gomorra. A differenza però del best seller di Roberto Saviano – con i ragazzini innamorati del mito assassino – dalla storia delle sorelle Napoli non ne discende un’estetica di emulazione, piuttosto l’esatto contrario. Il pubblico, infatti, è chiamato a parteggiare per queste donne che sono vittime di reato e tra i tratturi di questo Mondo Piccolo al l’ombra di Rocca Busambra l’unica epica è esclusivamente quella per la giustizia “che arriva”. E arriva come la stagione di perfetta felicità, proprio quella di questi giorni – in ritardo dopo un maggio grondante pioggia – quando il ruminare della ferraglia meccanica tra le spighe annuncia la festosa messa in opera delle trebbiatrici per la mietitura. È quella stessa giustizia che Salvatore Battaglia – uno dei personaggi del coro stretto intorno alle sorelle Napoli – d escrive con una squillante metafora: “Arriva come il giorno della gita quando sei alle elementari”. A proposito: Battaglia, si schiera al fianco delle tre sorelle – si piazza davanti alle telecamere per dire la propria nella domenica sera degli italiani – e si ritrova la macchina bruciata. Un incidente di percorso fin troppo simbolico, questo del falò, nel viaggio in Sicilia con cui affrontando una storia di oggi Giletti si ritrova spiegata la Sicilia di sempre: Cosa Nostra, dopo la stagione delle stragi – sconfitta dallo Stato –lascia la città e se ne torna in campagna. Nessuno può mai accorgersene ma Giletti, al modo di Fedor Dostoevskij che gli argomenti se li trovava nelle pagine di cronaca nera, in un articolo di Salvo Palazzolo su Re pub bli ca legge di tre donne, proprietarie di settanta ettari e di tutto quello che si trovano a patire a causa di bravacci che le vogliono far scappare via. C’è come una cantata degli scavalcamontagne in questo breve spunto, ancora una volta è un “questo matrimonio non s’ha da fare”, è appunto un’abbanniata–il grido –per farne posteggia con la gente in cerchio ad ascoltare il cantastorie per arrivare a capire come va a finire la minaccia, sempre la stessa: “Né ora, né mai”.

PEGGIO della grandine, in campagna, c’è solo la prepotenza. Tanto basta per accendere in Giletti la sua curiosità professionale. Nel frattempo Le Iene ne fanno un servizio televisivo – mostrano le sorelle Napoli e anche uno che non vuol farsi vedere, uno con un sacco in testa – ma la regola del mestiere conosce un solo obiettivo. E quello vero – scrive Giletti che non lo molla il fatto – “non è arrivare per primi alla notizia, ma capirla”. Non si tratta di fare al modo dei tromboni – dire la verità – piuttosto “dire le cose come stanno” e quelle tre senza marito, senza figli maschi e senza più un padre sono sole e isolate, preda degli sconfinamenti, delle intimidazioni e di una sassaiola inquietante assai. La chiarezza –mettere in fila i fatti per come stanno – si riavvolge in quel doppio cordame che intreccia il filo blu delle notizie e quello rosso delle verifiche. Solo questo è il fatto. E sono abbandonate le tre sorelle Napoli affinché il lupo della malacoscienza – che così come opera, pensa – possa tornarsene in campagna e da lì ricominciare a comandare carne, mangiare carne e fottere carne. Le tre sorelle non hanno altra scelta che chiedere aiuto a don Cola Muccuneddu, ovvero bocconcino, chiamato così – ma mai apertamente – perché un asino con un calcio in faccia gli ha sfigurato il viso. La casa di Mu ccu ne dd u, per undici anni, è il rifugio di Bernardo Provenzano e c’è appunto, nelle Dannate, il racconto di tutto senza neppure il bisogno di troppe parole. Giletti è troppo parte in causa per non portare il sè stesso bambino tra le montagne del biellese quando la prima volta è in sopralluogo a bordo di una campagnola dei carabinieri e va a sovrapporsi nella sfacciata bellezza di un paesaggio siciliano che pur imbrattato di pale eoliche, segnacolo di soldi facili, attende la giustizia che sempre arriva.

INCUBI REMOTI e storie di altri tempi vanno a incastrarsi con spaventi di oggi: il sindacalista Giuseppe Muscarella ucciso a colpi di fucile, la sua giumenta impiccata –in altri tempi – e il cane delle sorelle Napoli che sparisce in una storia di appena ieri. U canuzzu è fatto ritrovare ormai putrefatto ma perfettamente scuoiato, infilato dentro due copertoni. Un suggello di beffarda ferocia. Con la domanda che salta come mosca nel naso di tutti: “Il cane si scuoiò da solo?”. Le tre sorelle hanno scelto altrimenti che un altro M uc cu n ed du e tutto quel vedere come poi è andata a finire s’è visto in tivù. E adesso in questo libro: Marianna, Ina e Irene hanno bussato alla porta del maresciallo Pietro Saviano – un formidabile intellettuale oltre che un coraggioso soldato – il comandante della stazione dell’Arma a Mezzojuso. E l’hanno fatto senza neppure il bisogno di troppe parole. Nel solo nome della Legge. Il famoso giorno della gita quando si è alle elementari.

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