Corte dei Conti, allarme mafia e tangenti 

Il presidente della sezione del Lazio: «La corruzione c’è, ma non è ancora tangentopoli»

ROMA (25 febbraio) – Pubblici amministratori in odore di mafia. E tangenti “occulte” mascherate da consulenze esterne. È il campanello d’allarme sulla pubblica amministrazione laziale suonato dal presidente della Sezione Salvatore Nottola e dal procuratore generale regionale Pasquale Iannantuono nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della Sezione giurisdizionale per la Regione Lazio dalla Corte dei Conti. Unica nota di consolazione emersa dalle relazioni è la drastica riduzione dei tempi entro i quali la Corte dei Conti giunge alla conclusione dei procedimenti. Ma sono state mafia e consulenze esterne le due questioni che hanno occupato il cuore degli interventi.

Due mali da estirpare con urgenza prima di compromettere in modo irreparabile la macchina della Pubblica Amministrazione della Regione. Purtroppo però, come sottolinea nella sua relazione il procuratore generale laziale Iannantuono, non sempre la legge fornisce le armi necessarie a combattere in modo adeguato i due problemi e nella pianta organica manca il 30% dei magistrati. Il presidente Nottola ha posto l’accento sulla corruzione: «Un nervo scoperto, ma danni al pubblico erario sono da ricondurre in primo luogo a illeciti amministrativi o errori di negligenza. E’ presto per parlare di tangentopoli, ma ci sono dei casi. Aspettiamo, speriamo che non sia così».
A preoccupare il procuratore Iannantuono è innanzitutto il fenomeno dei “colletti bianchi” nella pubblica amministrazione collusi con la mafia.

Una piaga «diffusa» ad ogni livello che distrugge la reputazione della «res pubblica» agli occhi del cittadino. Eppure, nonostante la gravita della situazione, l’amministratore condannato per associazione mafiosa o voto di scambio gode di una sorta di “immunità” che lo esonera da ogni azione di danno all’immagine. Un limite legislativo che sarebbe opportuno correggere per rendere efficace la lotta alle infiltrazione mafiose, che inquinano la pubblica amministrazione. Se le metastasi mafiose fanno tremare le fondamenta della rapporto Stato cittadino, altrettanto allarmante è il fenomeno delle consulenze esterne diventate spesso vere e proprie tangenti “occulte”. Pagate con i soldi dei contribuenti. I numeri nella relazione del procuratore regionale fotografano la gravita del problema.

«La spesa delle consulenze nel triennio 2006 – 2008 non soltanto non si è ridotta – scrive Innantuono – ma è stata anzi notevolmente incrementata». Ed ecco le cifre, amare e inequivocabili. Il numero delle consulenze è passato da 36.188 del 2006 a 57.000 contate alla fine del 2008. Mentre il costo è aumentato in appena due anni dai 450,5 milioni di euro del 2006 agli oltre 538 milioni di euro del 2008. Incrementi pari al 19,5 per cento come riporta il Procuratore enunciando i dati forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato.

Anche il presidente Nottola pone l’accento sullo stessa questione. In particolare, Nottola segnala «le sentenze in tema di affidamento di incarichi di consulenza a persone estranee alla pubblica amministrazione». Il presidente ricorda il giudizio «concluso con una condanna nei confronti di 142 banche di credito cooperativo e di una società per azioni operante nell’informativa per danno erariale conseguente all’inosservanza delle disposizioni ministeriali in tema di riscossione di imposte».

Il messaggio di speranza contenuto nelle relazioni proviene dall’accorciamento dei tempi di fissazione dei giudizi. Come sottolineato dal presidente della Corte dei Conti Sezione Lazio si è passati dai 12 mesi circa del 2008 per arrivare agli 8 mesi circa nel 2009. Nell’ultimo anno sono stati avviati 178 procedimenti nuovi mentre ne sono stati conclusi 270. L’importo delle condanne di risarcimento è ammontato a 78,5 milioni di euro circa.
Giulio De Santis

(Tratto da Il Messaggero)

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