Corruzione, ricatti e spioni: così Montante si è preso la regione Sicilia

Corruzione, ricatti e spioni: così Montante si è preso la regione Sicilia

«Evitare la diffusione di un video a contenuto sessuale che lo ritraeva in atteggiamenti intimi». C’è anche questo su Rosario Crocetta nell’inchiesta della squadra mobile di Caltanissetta su Antonello Montante: indagati l’ex direttore della Direzione distrettuale antimafia De Felice, l’ex governatore Crocetta, la sua segretaria Linda Vancheri, il funzionario di polizia Vincenzo Savastano e il “re della monnezza” Giuseppe Catanzaro. Un’associazione a delinquere guidata dall’ex capo di Confindustria Sicilia

ATTILIO BOLZONI

19 marzo 2021

  • C’è un presidente della Regione Siciliana inginocchiato ai suoi piedi. Per i soldi che ha ricevuto in campagna elettorale ma anche per altro. È Rosario Crocetta. C’è la sua segretaria nominata assessore che poi dirotta denaro pubblico agli amici. È Linda Vancheri. 
  • C’è un funzionario di polizia che non lo controlla mai quando è in transito a Fiumicino. È Vincenzo Savastano. C’è un direttore centrale della Dia che su sua sollecitazione ordina inchieste dal nulla su giornalisti «da abbattere». È Arturo De Felice. 
  • A tutti loro è stato notificato l’avviso di conclusioni indagini per un’inchiesta che scopre un sistema marcio, inchiesta tormentata dalle scorrerie di spioni, dalle ambiguità di alcuni giudici dell’antimafia, da talpe, corvi, da tentativi di depistaggio. La storia di un’“Anonima Ricatti” messa su dal Cavaliere Calogero Antonio Montante meglio conosciuto come Antonello.

C’è un presidente della Regione Siciliana inginocchiato ai suoi piedi. Per i soldi che ha ricevuto in campagna elettorale ma anche per altro: «Evitare la diffusione di un video a contenuto sessuale che lo ritraeva in atteggiamenti intimi con soggetti minori di nazionalità tunisina». Bambini, riferisce un testimone. È Rosario Crocetta, una maschera della politica siciliana, presidente della lista del “Megafono” in un governo dal 2012 al 2017 dove comanda solo e soltanto il “partito di Confindustria”.

C’è la sua segretaria che viene nominata assessore e che poi dirotta denaro pubblico agli amici, compresi quelli di Expo 2015. È Linda Vancheri, oggi dirigente dell’associazione degli imprenditori. C’è un funzionario di polizia che non lo controlla mai quando è in transito a Fiumicino e, captato da una microspia, di se stesso dice: «Io, per lui, valgo 170..180 milioni di euro». È Vincenzo Savastano, vicequestore ricompensato con vacanze gratis per tutta la famiglia e una minicar da 16mila euro per la figlia.

C’è un direttore centrale della Dia che su sua sollecitazione ordina inchieste dal nulla su giornalisti, editori, imprenditori considerati «da abbattere». È Arturo De Felice che, al vertice della Direzione Investigativa Antimafia dal novembre 2012 all’ottobre 2014, sguinzaglia almeno due capicentro della struttura investigativa – il colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata a Palermo e il colonnello della Finanza Gaetano Scillia a Caltanissetta – a caccia di cittadini colpevoli di niente. Li pedinano, li intercettano, li perseguitano e in cambio vengono premiati con assunzioni di parenti, scatti di carriera, incarichi di prestigio. Una sporca polizia antimafia “parallela”.

E questo è solo il prologo della storia di un’“Anonima Ricatti”, cosca di potere che operava in Sicilia e con alte protezioni a Roma. Messa su dal Cavaliere Calogero Antonio Montante meglio conosciuto come Antonello, che da ragazzotto “nel cuore” di un boss di Cosa Nostra della provincia di Caltanissetta è diventato misteriosamente vicepresidente nazionale di Confindustria con delega alla Legalità e poi – con la complicità di ministri dell’Interno e magistrati – il faro dell’Antimafia italiana.

Condannato nel 2019 con rito abbreviato a 14 anni per associazione a delinquere e attività spionistica in compagnia di poliziotti e agenti dei “servizi”, Montante adesso è accusato di essere a capo di un’altra “associazione” finalizzata alla corruzione. Con lui una mezza dozzina di protagonisti di losche faccende siciliane e pezzi da novanta degli apparati.

A tutti loro è stato notificato l’avviso di conclusioni indagini dal procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci e dai sostituti Claudia Pasciuti e Davide Spina. Un’inchiesta della squadra mobile di Caltanissetta che scopre un sistema marcio, inchiesta tormentata dalle scorrerie di spioni, dalle ambiguità di alcuni giudici dell’antimafia, da talpe, corvi, da tentativi di depistaggio.

L’indagine è divisa in due tronconi. Uno è sulla Regione Siciliana, l’altro sulle scorribande di un direttore centrale della Dia e – non è affatto eccessivo definirli così – dei suoi scagnozzi.

Cominciamo da Rosario Crocetta. Un presidente voluto da Montante e che ubbidisce a Montante. «Fino ad ora non gli abbiamo fatto sbagliare una mossa», sibila il Cavaliere ai suoi. Per la campagna elettorale del 2012 Crocetta riceve 400mila euro da Montante e da Giuseppe Catanzaro, il “re delle monnezza” in Sicilia, proprietario di una discarica che la Regione trasforma da pubblica a privata. Ma sulla sottomissione del governatore c’è di più. Un testimone, Alfonso Cicero, ex presidente dell’Irsap, l’ente che gestisce le aree industriali della Sicilia, in un memoriale depositato in procura dichiara «di avere appreso sia dal Catanzaro che dalla Vancheri, che Antonello Montante era riuscito ad intercedere con una testata giornalistica per non fare diffondere un video contenente immagini scabrose, di qualche anno addietro, che riguardavano il Crocetta, in situazione di intimità con bambini tunisini».

Nell’inchiesta c’è traccia di un’altra manovra indecente. È «un video con immagini scandalose» che Montante voleva pubblicizzare «per delegittimare Nicolò Marino», magistrato “colpevole” di avere attaccato il “re della monnezza” Catanzaro. 

Dopo i finanziamenti per le elezioni «e l’intervento da parte del Montante» per bloccare la messa in onda di quel film, Crocetta è totalmente asservito. Nomina Linda Vancheri, la segretaria di Montante, assessore regionale alle Attività Produttive. È il prezzo da pagare. Poi, su proposta della Vancheri, designa altri amici di Montante come commissari alle Camere di Commercio siciliane. Poi ancora favorisce, e in più occasioni, il “re della monnezza” Catanzaro. E, successivamente, sceglie altre due fedelissime di Montante, Mariella Lo Bello e Maria Grazia Brandara, la prima come assessore alle Attività Produttive (quando la Vancheri verrà assunta in Confindustria) e la seconda come commissaria straordinaria dell’Irsap.

In un’intercettazione ambientale fra Montante, la Lo Bello e la Brandara, il Cavaliere sbotta: «Alle Attività Produttive possiamo fare la terza guerra mondiale». E intanto cercano carte per “inchiodare” il testimone Cicero. Un’attività permanente di dossieraggio, la “specialità” di Antonello. 

La Vancheri, preso possesso dell’assessorato in Regione, firma un protocollo per Expo 2015 con Unioncamere Sicilia, la struttura che raccoglie tutte le Camere di Commercio dell’isola e versa 1 milione 343 mila euro. Presidente di Unioncamere è naturalmente Montante. A Expo 2015 vanno tante imprese amiche. E fra le “eccellenze” anche una del Cavaliere, un torronificio intestato a un prestanome. Tutto questo avviene alla luce del sole e nel silenzio assoluto della politica siciliana. Tutti zitti, omertà che coinvolge pure le associazioni antimafia.

Un altro indagato è l’imprenditore Carmelo Turco di Gela – dove c’è il Petrolchimico – che conquista appalti con l’Eni grazie a Montante «che sfruttava la relazione con la Presidente Emma Marcegaglia..». Per ricambiare la cortesia, Turco acquista un palazzo pagandolo a Montante tre volte il valore di mercato. Un secondo imprenditore, Rosario Amarù, sottrae documenti che i poliziotti cercano nella sede di Confindustria.

L’altro troncone d’inchiesta è da brividi. Perché svela come un pezzo di Stato si muove al servizio di un privato. Quel vicequestore, Vincenzo Savastano, un incarico allo scalo di frontiera di Fiumicino, agevola Montante «per fare transitare somme di denaro all’estero bypassando i controlli aeroportuali». Al vicequestore promettono un posto da 007, uno alla sicurezza del Quirinale, uno all’Interpol.

Ascoltato dalle cimici, Savastano non cita mai Montante con il suo vero nome: lo chiama “Montalbano”. Il vicequestore a Fiumicino è uno sbigafaccende. Riesce a far salire su un aereo «un vicepresidente di Confindustria sprovvisto di carta d’imbarco», prova (senza riuscirci), a far partire il direttore di Confindustria Marcella Panucci quando il gate è già chiuso, spia i movimenti dei voli privati del presidente Vincenzo Boccia. Comandi di Montante che passano tutti dal capo della security di Confindustria Diego Di Simone.

Poi c’è il capitolo sul direttore della Dia Arturo De Felice. La disposizione che dà ai suoi sottoposti è: «Dobbiamo colpirli». Sono nove obiettivi. Imprenditori come Pasquale Tornatore e Pietro Di Vincenzo, Salvatore Moncada e Umberto Cortese, il dirigente di Confindustria Tullio Giarratana. Il direttore della Dia ordina e, in questo caso, il colonnello della Finanza Gaetano Scillia genera indagini antimafia in laboratorio.

La più clamorosa è quella su un giornalista palermitano scomparso da qualche anno, Francesco Foresta, direttore delle riviste “Live Sicilia” e di “S”. Lui e l’editore Giuseppe Amato entrano nel mirino di De Felice che, spinto da Montante e «pur in assenza di presupposti», pretende investigazioni fasulle. Il direttore della Dia si serve del capocentro di Palermo Giuseppe D’Agata, un sottufficiale e un ufficiale racconteranno poi ai procuratori le “pressioni” subite.

L’indagine contro il giornalista, telefoni sotto controllo e una pratica da avviare per misure patrimoniali – non ha senso ma D’Agata un giorno comunica ai suoi collaboratori: «Ho trovato una sponda». Infatti in procura, a Palermo, firmano l’ordine di intercettazione per Foresta. L’indagine porta a nulla. De Felice per i suoi servigi  sistemerà due figli «grazie all’intercessione di Montante». Il colonnello D’Agata, entrato poi nel servizio segreto su raccomandazione dello stesso Montante, è sospettato da mesi di avere consegnato al Cavaliere una pen drive con una copia delle famose intercettazioni del processo Stato-mafia fra l’ex ministro Mancino e l’ex Presidente Napolitano. La Consulta ne aveva ordinato la distruzione. Ma, a quanto pare, sono ancora in giro. Uno dei tanti “giochi” di Calogero Antonio Montante detto Antonello.

 

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

 

 

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