Corruzione e mafie,un unicum il più delle volte,i due mali che stanno uccidendo l’Italia

Corruzione. A un quarto di secolo da Tangentopoli, il malaffare in Italia, lungi dall’essere in calo, si è  impennato e ha cambiato volto: non si prendono più tangenti per finanziare i partiti, ma si entra in un partito per prendere soldi. E, soprattutto, a causa dello stragrande potere della burocrazia, il rapporto tra imprenditori e politici ha mutato pelle: non è più diretto come avveniva venticinque anni fa e passa invece attraverso la macchina amministrativa locale. Non c’è appalto senza mazzetta e l’illecito è entrato a pieno titolo nelle cronache quotidiane di ogni parte del Paese.

A raccontare i meccanismi di un fenomeno che ci situa in cima alla piramide corruttiva d’Europa, è Piergiorgio Baita, un protagonista nella costruzione delle grandi opere, un testimone  diretto del come le regole dell’illecito si siano, nel tempo, strutturate e diffuse a tutti i comparti dell’economia. I passaggi del sistema italico sono ricostruiti in Corruzione (Einaudi), un libro scritto con Serena Uccello, giornalista del Sole24 ore e già autrice di numerosi testi sul tema.

Piergiorgio Baita, coinvolto a livello giudiziario prima in Tangentopoli e poi nello scandalo del Mose (il Monstrum), acronimo di Modulo sperimentale elettromeccanico, riflette su quanto accaduto in oltre vent’anni e sul come e perché il Mose “che avrebbe dovuto realizzare la più grande opera infrastrutturale d’Italia” abbia finito per produrre, di fatto, il manuale della “Perfetta corruzione”. E di come, dunque, il Mose non sia solo una storia veneta o soltanto un simbolo, ma sia invece una codificazione vera e propria del malaffare italico.

Dai colloqui con Baita, convinto  che “la corruzione è certo un reato, ma è anche in modello mentale e una stortura culturale”, è nato il libro, una narrazione basata su conoscenza ed esperienza che prova come, al di là dell’intervento necessario della magistratura, per porre rimedio al fenomeno che avvelena il nostro Paese, sia necessario l’intervento di tutta la società, chiamata a combatterlo non solo per motivi etici ma, soprattutto, per “convenienza economica”.

Serena Uccello, perché l’Italia è ai primi posti della corruzione?
“Il libro parte esattamente da questa domanda. Sono trascorsi ventiquattro anni da Tangentopoli e decine di inchieste, altrettante decine di scandali e processi, ci confermano cittadini dimezzati, cittadini dalla memoria corta, cortissima. E questa è una percezione diffusa. Secondo infatti il barometro politico Demopolis, pubblicato dall’edizione online dell’Espresso, per un italiano su due la corruzione negli ultimi anni si è addirittura aggravata. In effetti, se ripercorriamo la cronaca, vediamo che il problema sta sempre lì, granitico, in fondo poco o per nulla scalfito. Dunque cos’è che non funziona? È solo un problema di leggi? Corrompiamo e ci facciamo corrompere perché le leggi in materia sono inadeguate? Non credo. Banalmente non penso che la questione possa ridursi a un ragionamento di questo tipo: le leggi che non funzionano creano l’occasione, l’occasione crea il reato. Il punto è altrove. C’è poi un’altra considerazione da fare. Il nostro primato è nei fatti, tuttavia i fenomeni  corruttivi sono diffusi anche in quei Paesi che comunemente sono considerati, come dire, più virtuosi. La nostra peculiarità sta nella dimensione patologica del fenomeno, nella sua diffusione endemica. Allora, se questo è lo scenario, è possibile che le cause siano almeno due. La prima attiene alla nostra struttura produttiva. Noi siamo un Paese in cui dal dopoguerra  fino all’entrata nell’euro la crescita è stata  sostanzialmente nutrita dalla spesa pubblica. Questo ha determinato un deficit della capacità imprenditoriale. Concordo con Baita quando dice che la corruzione nasce là dove la classe imprenditoriale è incapace di assumersi il rischio insito alla sua medesima identità,  vale a dire il rischio di impresa. La corruzione quindi è la conseguenza dell’inadeguatezza della classe imprenditoriale. Una classe imprenditoriale inadeguata ha determinato, in modo speculare, una classe politica del medesimo livello che a sua volta ha indotto un deficit di competenza nella pubblica amministrazione. Ecco la miscela esplosiva della corruzione. Secondo aspetto: la nostra formazione. I Paesi meno corrotti sono quelli in cui i cittadini vigilano sulla qualità dei servizi erogato. E noi in coscienza possiamo dire di aver il medesimo livello di attenzione?

Il caso Mose è emblematico. Perché?
La storia del Mose è una codificazione: la messa a protocollo di un modello di gestione economica degli appalti pubblici che invece di creare ha sottratto, che invece di produrre efficienza ha generato clientelismo. È emblematica per la durata: i lavori sono cominciati nel 2002 e la fina è prevista nel 2018. Ma non solo, la prima legge in cui si affronta la necessità di tutelare la laguna è del 1973. I primi progetti risalgono agli anni Ottanta. Decenni in sostanza. Altro aspetto: Mose sta per Modulo sperimentale elettromeccanico. Il Mose è un’Opera sperimentale ma di sperimentale non ha niente. È certo un’opera prodigiosa, è sicuramente la più grande opera infrastrutturale d’Italia (qualcuno dice anche d’Europa) ma se, alla prova dei fatti, non dovesse funzionare – e speriamo invece che funzioni e bene – non è reversibile. C’è qualcosa di più irreversibile del cemento armato sul fondo del mare? E ancora: l’incertezza sul costo finale. Il Mose – dati aggiornati al 2009, fonte Guardia di Finanza – ha finora drenato circa 6,2 miliardi, un terzo dei 18,7 miliardi spesi della Stato per le opere di salvaguardia della laguna dal 1984, oltre il triplo dei due inizialmente ipotizzati. Ma noi non solo non conosciamo ancora il costo finale, non sappiamo neanche quanto ci costerà di manutenzione. Poi, nasce da una logica emergenziale. E qui sta un’altra delle caratteristiche italiane: progettare le grandi opere più che nella logica della pianificazione in quella dell’emergenza. E infine, la tendenza a varare normative ad hoc che in quanto tali tendono a piegare, in nome di un obiettivo superiore ed urgente, la norma ordinaria. Ultimo aspetto: quanto è accaduto a Venezia avrebbe dovuto superare, in termini di indignazione, i confini regionali. Non è accaduto, e non è accaduto perché la corruzione è un reato verso il quale la nostra soglia di reazione è alquanto bassa. Invece è il reato che più ci riguarda, per il costo economico che paghiamo, ma anche e soprattutto per quello etico e sociale.

Vent’anni dopo Tangentopoli la corruzione sembra essere diventata local. Dai partiti, dai ministeri ora avvelena Regioni e comuni. E così?
Sì è così. E per spiegarlo riprendo la risposta che Piergiorgio Baita ha dato alla mia richiesta di storicizzare Tangentopoli rispetto al nostro obiettivo di spiegare la corruzione. Baita  parla di una profonda diversità tra quegli anni e l’oggi. Dice: “Prima del 1992 c’era un rapporto diretto tra gli imprenditori e la politica. Il ’92 se vogliamo, storicamente, è l’epoca in cui sono stati spazzati via i segretari amministrativi dei politici, i Severino Citaristi,  coloro cioè che raccoglievano i soldi dagli imprenditori per finanziare la politica. La differenza principale è che in quella fase gli individui rappresentavano i partiti, erano i partiti.  Oggi non è più così, oggi nessuno si sognerebbe di dire che i vari Galan sono il partito, allo stesso modo allora nessuno, dentro la Dc ,si sarebbe sognato di dire che Citaristi prendeva soldi in proprio. Oggi gli individui sono nel partito per prendere soldi, non prendono i soldi per il partito. L’altra grande evidenza è che nel ’92 tra gli arrestati si poteva trovare le due categorie: imprenditori e politici. Chi rimase totalmente fuori furono i funzionari, la burocrazia. Ciò getta le fondamenta per il cambio strutturale della corruzione: il potere crescente che prende la burocrazia rispetto alla politica. Comunque l’elemento centrale del ’92 è il disvelamento di un meccanismo di finanziamento della politica cresciuto al punto tale da condizionare la vita economica di alcuni settori produttivi, quindi la vita economica del paese, quindi la vita del paese, e cioè la cultura, la mentalità”. Ed è nel crescente potere della burocrazia che abbiamo questo passaggio local della corruzione. Oggi il politico corrotto da solo non servirebbe a nessuno,  perché il reato si compia ha sempre bisogno di un tecnico corrotto, di un burocratico.  Ecco perché possiamo ormai quasi affermare che la corruzione più devastante non è quella partitica, ma quella amministrativa.

Piergiorgio Baita
Con Serena Uccello
Corruzione
Un testimone racconta il malaffare
Einaudi
Pagg. 160 , euro 17

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