Contro l’”antimafia” delle fiaccolate,degli slogan.dei calendari,dei fiumi di soldi pubblici,della gestione dei beni confiscati,dei profittatori,dei carrieristi,degli opportunisti,tutte cose,queste,che non servono a niente se non ad oscurare e delegittimare chi si sacrifica,rischia,ci rimette del proprio,indaga e denuncia aiutando la magistratura inquirente .La gente onesta DEVE cominciare a distinguere il grano dal loglio,a non sostenere chi approfitta e usa solo slogan.Niente più soldi ad associazioni e fondazioni “antimafia”,niente più affidamenti di beni confiscati alle organizzazioni criminali,obbligo di DENUNCIA e di sostegno ai magistrati che indagano.La ricetta per rifondare una vera antimafia é questa e solo questa!

Tra mafia e antimafia

di 

PRESIDIO ANTIMAFIA | Blog diPalermo.it

Negli ultimi tempi la Sicilia delle maschere e dei volti, dei quaquaraqua e dei famigerati professionisti dell’antimafia, sta mostrando il suo volto forse peggiore, quello in cui tutto è opaco e non sai mai se il bianco sia veramente bianco. E se i giusti siano veramente giusti. La Sicilia indecifrabile e, soprattutto, irredimibile. L’ultimo caso, quello che vede protagonista Pino Maniaci, l’uomo dalla schiena dritta, il coraggioso capitano di Telejato, è forse il più doloroso.

“Gli uomini passano, le idee restano, restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Giovanni Falcone ripeteva spesso questo concetto che rappresenta anche il suo testamento umano e professionale. Potrebbe essere, oggi, il vessillo dell’antimafia e non si aggiungerà l’aggettivo “vera”, ormai tanto di moda, perché non può esistere un’antimafia vera ed una finta. Esistono uomini giusti e sbagliati, questo sì, e allora sono gli uomini che devono essere processati, non le idee.

Ragionando di antimafia, non si può fare a meno di pensare che è nata sul sangue di tanti servitori dello Stato, magistrati soprattutto, e quindi viene da chiedersi come loro, i nostri giudici, concepiscano e vivano questa grande forza ideale di riscatto e di rinnovamento. Falcone commentava contento con Borsellino che “la gente” era con loro ai tempi del Maxiprocesso di Palermo. Per loro era questa l’antimafia, un popolo che finalmente riconosce il suo male e vuole debellarlo.

E oggi? cosa prova oggi un magistrato che si occupa di mafia o di corruzione quando scoppiano i vari casi Montante, Helg, Saguto, Maniaci? Cosa prova quando l’opinione pubblica equipara la mafia all’antimafia in una nebulosa in cui “se tutto è mafia, niente è mafia”?

Il senso di solitudine e di sconforto deve essere tremendo perché loro non possono permettersi il lusso della rabbia, del disincanto, della rassegnazione. No, loro devono continuare a far camminare sulle loro fragili gambe di uomini quell’idea grandiosa di antimafia, devono essere il braccio operativo e silenzioso dell’intero movimento per far continuare a vivere la grande forza ideale che ne sta alla base.

E allora dice bene il procuratore aggiunto Vittorio Teresi quando, nella conferenza stampa sul caso Maniaci, afferma che nessuno ha bisogno di questa antimafia. Noi tutti e loro, i nostri giudici, abbiamo invece bisogno di mantenere vive quelle idee e quei valori originari perché solo loro possono sconfiggere le mafie. Senza strumentalizzazioni da una parte e senza distruzione dall’altra. La società civile e la magistratura non possono esistere una senza l’altra ed entrambe senza quel faro luminoso.

Non possiamo permettere che tutto lentamente scivoli così, verso una triste omologazione al ribasso. Che prevalga la reazione di pancia, quella che con cinismo porta a dire, come si legge sui social, “Il migliore ha la rogna”; “Viva Cuffaro”; “Terra di merda”; “Siamo tutti mafiosi”.

Non si getta via il bambino con l’acqua sporca. Non è accettabile che passi l’equazione antimafia=mafia: questo è quello che farebbe più comodo a chi ha tutto l’interesse che non ci sia una coscienza civile diffusa, in Sicilia. Magari che si parli di mafia sempre meno, che torni ad essere ignorata o tollerata, come trenta o quaranta anni fa. Come prima di Falcone, Borsellino e tutti gli altri autentici Eroi, loro sì, della vera antimafia.

Ora più che mai dobbiamo avere il coraggio di urlare “noi stiamo con l’antimafia”. Non deve diventare una parola negativa, sinonimo di ipocrisie e torbidi giochi di potere. Il pericolo forte di questo black out non è risibile. Perché serve una vita per farsi una dignità e un secondo per distruggerla, ma se a distruggerla sono dei simboli di legalità, il rischio è altissimo. Si rischia un azzeramento.

Non serve uno scienziato per ricordare cosa era questa terra senza un efficace movimento antimafia. Era la terra di giudici soli, bersagli facili, Costa, Terranova, degli affari illeciti tra mafia e politica liberi o quasi, con assoluzioni o processi-farsa. Era la terra della confusione e dei depistaggi. Dove gli omicidi erano cose di femmine o questioni di gioco. Oppure addirittura terrorismo. Erano un chiaro segnale di una mafia che non voleva apparire, che non desiderava farsi vedere.

Prima dei corleonesi si preferiva fare i propri affari in silenzio e se proprio bisognava eliminare, almeno farlo con scruscio che portasse da altre parti. Silenzio, confusione, depistaggio, pochi punti di riferimento. Sembra che tutto stia davvero ritornando così. Silenzio e perdita di punti fermi, di questo purtroppo si nutre un cancro illecito che abbiamo imparato a decifrare.

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