Condorelli, l’uomo dei torroncini che si è ribellato al pizzo: “Purtroppo denunciare non è ancora considerato un atto normale”

Il Fatto Quotidiano

Condorelli, l’uomo dei torroncini che si è ribellato al pizzo: “Purtroppo denunciare non è ancora considerato un atto normale”

Intervista al titolare della nota azienda dei torroncini siciliana, che ha denunciato i suoi estorsori: “Sono molto contento della reazione che ho ricevuto, soprattutto perché qui in azienda sono arrivate centinaia di telefonate da persone comuni che volevano manifestare stima. Ma se c’è ancora tutto questo stupore per la mia denuncia, è perché c’è ancora molto da fare sotto il profilo culturale”

di Manuela Modica | 6 MAGGIO 2021

Un’azienda secolare, fondata nel 1933, presa di mira spesso dalle organizzazioni criminali. I proventi delle vendite dei noti torroncini Condorelli, famosi anche all’estero, hanno da sempre fatto gola alla mafia che ha provato più volte ad estorcere il pizzo all’azienda di Belpasso. Trovando però una forte opposizione: “Ho già denunciato nel 1988 e c’è stato anche un processo”, racconta il titolare, Giuseppe Condorelli.

Stavolta grazie alla sua denuncia sono scattati addirittura 40 arresti con tre gruppi criminali che sono stati sgominati: Giuseppe Condorelli, lei è un eroe?
Guardi, non mi sento tale, e mi dispiace ci sia tanto stupore per quel che ho fatto. Fa piacere, ovviamente, ricevere tanta stima, ma spiace non sia considerato più “normale”, diciamo.

Cos’è successo esattamente, in che modo le hanno chiesto il pizzo?
Una bottiglia incendiaria con un messaggio in pieno stile mafioso: “Trovati un amico buono, altrimenti ti facciamo saltare in aria”. È stato due anni fa, sono andato subito a denunciare, finora ne avevo solo parlato con mia moglie, neanche i nostri figli sapevano nulla. sono ancora troppo piccoli: ho una figlia di 15 anni e un ragazzo di 14”.

Due anni di inquietudine?
Diciamo che adesso posso tirare un sospiro di sollievo, dopo due anni mi sento di certo più tranquillo.

Non era la prima volta che finiva nel mirino dei clan?
Assolutamente no. Semmai era l’ennesima: furti e minacce, nel tempo sono state tante. Poi nel 1998, quando ancora c’era mio padre Francesco, che fondò l’azienda, ricevetti una sera una telefonata. All’epoca abitavo ancora dai miei. Mi dissero al telefono che mi avrebbero fatto saltare in aria, se non gli avessi dato 100 milioni, all’epoca c’erano le lire. Pensai che fosse uno scherzo e chiusi la telefonata. Richiamarono e allora capii che non scherzavano. Parlai con mio padre, al quale dissi che sarei andato dai carabinieri a denunciare e lui mi rispose subito: Vengo con te.

E sono stati arrestati?
Per un mese mi chiamarono ogni giorno. I telefoni erano stati messi sotto controllo e gli investigatori cercavano di intercettarli, mi chiedevano ogni volta di tenerli il più possibile al telefono. Non erano certo telefonate gradevoli: mi dicevano che sapevano che ero andato dai carabinieri e dove abitava la mia fidanzata… Alla fine furono rintracciati e arrestati. Il mandante è stato poi condannato. E per molto tempo, fino a due anni fa, non è successo più nulla. Tanto che pensavo non sarebbe mai più capitato.

Ma è successo di nuovo.
Sì, sono tornati all’attacco. E ho fatto quel che avevo fatto nel ’98, ma non sono un eroe: non posso tollerare che si cerchi di drenare risorse a chi lavora e distribuisce ricchezza nel territorio. Così viene meno il concetto stesso di libertà d’impresa.

Dal 1998 ad oggi non è cambiato nulla per chi fa impresa in Sicilia?
Sono cambiati i modi con cui viene messa in pratica l’estorsione. Non tutti così violenti. Alcune sono solo pressioni per fare capo a quel fornitore e non a quell’altro, per dirne una. C’è ancora molto da fare sul piano culturale: oggi sospiro dopo due anni di inquietudine. E sono di certo molto contento della reazione che ho ricevuto, soprattutto perché qui in azienda sono arrivate centinaia di telefonate da persone comuni che volevano manifestare stima. Ma se c’è ancora tutto questo stupore per la mia denuncia, è perché c’è ancora molto da fare sotto il profilo culturale.

Da Belpasso, alle pendici dell’Etna, al resto del mondo, come ci siete riusciti?
È stato mio padre a fondare l’azienda. Aveva perso il padre a soli 16 anni ed era il più grande in famiglia. Già lavorava come garzone nelle pasticcerie. Dopo la seconda guerra mondiale andò in Istria a lavorare come direttore di produzione di un laboratorio dolciario. Accumulò esperienza. Poi una sera in Piemonte a casa di amici si finì la cena con del torrone: dividerlo per tutti fu complicato. Così ebbe l’idea del pezzo monodose e più morbido. Nel frattempo era tornato in Sicilia. Il salto vero e proprio però fu dopo un azzardo con Domenica In. Mio padre era amico di Pippo Baudo che conduceva la trasmissione. Fu proprio Baudo a suggerirgili di andare a Roma e di parlare con l’agenzia per uno spazio pubblicitario. Fu una spesa di non poco conto, un azzardo, ma l’anno dopo la produzione raddoppiò.

L’amore per il rischio è un dato genetico per i Condorelli?
No, lo è l’amore per la nostra terra e i nostri valori. Per il nostro lavoro e il nostro sudore. Nostro e dei nostri dipendenti: 65 dipendenti fissi, più di una quarantina di stagionali, per il periodo di Natale e Pasqua. Il sudore non si ruba.

Archivi