Con le “emergenze” si fa di tutto……………………

CON LE “EMERGENZE” – COME CON  I LAVORI DI “SOMMA URGENZA “-SUCCEDE DI TUTTO:

EMERGENZA PER LA MUNNEZZA,EMERGENZA PER GLI IMMIGRATI,EMERGENZA PER LE SCORIE NUCLEARI,EMERGENZA IDRICA.   CON LA SCUSA DELL’URGENZA,SI AGISCE ………”IN DEROGA “,NON SI FANNO GARE E SI  AFFIDANO I LAVORI A CHI SI VUOLE.

REPORTAGE -IL MANIFESTO

Il sistema «atomico» delle scorie a Borgo Sabotino

Borgo Sabotino. In provincia di Latina, a 60 chilometri da Roma, sorge il deposito «provvisorio» dei residui nucleari della Sogin. Ma il «business dell’emergenza» è gestito in un quadro da brivido

  

La centrale di Borgo Sabotino (Lt) 

© Andrea Sabbadini

Marco Omizzolo, Roberto Lessio

EDIZIONE DEL31.05.2014

PUBBLICATO30.5.2014, 23:39

Depositi provvisori per rifiuti radioattivi, cemento, subappalti, società casalesi e nomi inquietanti. Imprese che nascono all’improvviso, operano nell’ombra e poi scompaiono attraverso il classico meccanismo delle scatole cinesi. Non stiamo parlando di una “semplice” storia di mazzette, come quella che interessa le centrali nucleari di Saluggia e Trino Vercellese, finite sotto indagine da parte della procura di Milano nell’ambito della più complessa inchiesta relativa alla realizzazione dell’Expo 2015. In essa sono coinvolti il gruppo Maltauro, i soliti faccendieri di turno e due ex alti dirigenti della Sogin, la società partecipata al 100% dal ministero dell’Economia che si deve occupare dello smantellamento degli impianti nucleari del nostro paese.

Questa storia è ben più inquietante e riguarda la costruzione del deposito provvisorio di scorie nucleari che dovrebbe accogliere i rifiuti radioattivi provenienti dallo smantellamento della centrale atomica di Latina, a soli 60 km da Roma. Una storia che proprio nella capitale ha visto svolgere le trame più importanti con il bando iniziale per la realizzazione dell’impianto, poi gestite sostanzialmente dalle parti di Casal di Principe (Caserta).

LO SHOW DA FAZIO ALL’ULTIMO SANREMO

Tutto inizia con un involontario colpo di teatro durante la prima serata del Festival di Sanremo di quest’anno. Fazio aveva appena iniziato a parlare quando nel buio della sala qualcuno iniziò a gridare. Erano due uomini che minacciavano di buttarsi dai piani alti del Teatro Ariston. Ottennero che il noto presentatore leggesse in diretta la loro lettera-appello, anche a nome dei loro compagni di lavoro. Da oltre un anno non ricevevano lo stipendio. Da lì il loro gesto disperato proprio all’inizio del più popolare programma di intrattenimento della televisione italiana. Nei fatti era l’ennesimo tentativo di portare l’attenzione dell’opinione pubblica su una vertenza occupazionale che ormai non aveva lasciato alternativa agli autori della protesta. Il giorno dopo le cronache riportarono vaghi riferimenti al loro gesto.

Ma chi erano quei due lavoratori e quale tipo di vertenza stavano rappresentando con quell’eclatante azione?
Erano due dipendenti del Cub, il Consorzio Unico di Bacino, che si occupa dello smaltimento dei rifiuti nelle province di Caserta e Napoli. Un Consorzio commissariato lo scorso anno a seguito di un’inchiesta della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere (Ce). Le ipotesi di reato contestate erano truffa aggravata ai danni di un ente pubblico, falso ideologico e abuso d’ufficio. Secondo i magistrati la truffa consisteva nel creare falsi presupposti di urgenza per eseguire determinati lavori di necessità dell’ente appaltante. In sostanza si tratterebbe (le indagini sono ancora in corso) di una delle tante «emergenze» tipicamente italiane. «Emergenze» che negli ultimi anni stanno accompagnando quasi tutti gli affari delle varie cricche degli appalti pubblici.

L’EMERGENZA PERENNE

Il meccanismo è semplice: con le «emergenze» saltano tutte le procedure previste dalla normativa europea per le gare ad evidenza comunitaria. In questo caso gli appalti, opportunamente frazionati per stare sotto la soglia di spesa prevista per la gara pubblica (anche se si tratta di un unico intervento complessivo), venivano affidati sempre e solo a due ditte, naturalmente a prezzi gonfiati. Secondo l’accusa ad avvantaggiarsi del meccanismo truffaldino erano sempre due aziende del posto: la Edil Eco Sud Srl e la Green Impresit Srl, i cui amministratori di fatto, secondo gli inquirenti, erano rispettivamente Luigi e Francesco Caprio. Tant’è che alla fine dello scorso mese di settembre il tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha emesso un provvedimento di sequestro preventivo nei confronti di entrambe le società. Gli illeciti accertati risalgono agli anni 2009 e 2010. Proprio mentre una delle due società indagate, la Green Impresit Srl, aveva ricevuto in sub appalto la realizzazione del cosiddetto deposito provvisorio delle scorie derivanti dallo smantellamento della vecchia centrale nucleare di Borgo Sabotino a Latina. Un appalto redditizio, più consistente di quelli sotto indagine nel casertano ma anche dai contorni inquietanti.

IL DEPOSITO PROVVISORIO DELLE SCORIE

La vicenda della realizzazione di questo delicato impianto era iniziata nel 2003, quando il governo Berlusconi dichiarò l’emergenza (una delle tante) per lo smaltimento di rifiuti nucleari in tutto il paese. Causa rischio terrorismo scattò una procedura che doveva portare alla messa in sicurezza di tutti i nostri impianti atomici. Un rischio giudicato da alcuni esperti pari a zero, visto che tutte quelle strutture erano ormai ferme da decenni e svuotate dal corpo del reattore del combustibile atomico. Ma per la logica delle «emergenze» questo era solo un dettaglio. Nel ruolo di Commissario Straordinario venne nominato il generale Carlo Jean (consulente militare dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga), da poco nominato dallo stesso governo Berlusconi presidente della Sogin. Con il provvedimento commissariale vennero sospese oltre 20 leggi nazionali, tra cui quelle edilizie, i vincoli paesaggistici e persino lo Statuto dei Lavoratori. Inaspettata infine fu la decisione di individuare a Scanzano Jonico la sede del deposito unico nazionale di tutte le scorie nucleari del nostro paese. Non se ne fe fece nulla per la protesta delle popolazioni, ma solo ora è chiara anche l’intera questione. Perché le «emergenze» costruite a tavolino hanno sempre un piano B.

NON C’È GARA, VINCE AEDARS

Tra i poteri straordinari di Carlo Jean vi era anche quello di approvare con atto proprio, previo parere non vincolante degli enti locali, la realizzazione dei cosiddetti depositi provvisori per i rifiuti radioattivi. L’ordinanza per il sito di Latina fu emanata nel luglio 2006 e fu la prima del genere in Italia. La Sogin pubblicò il relativo bando nell’estate del 2007. L’iter di legge seguito era quello della «procedura ristretta»: in base a questa norma l’ente appaltante individua da sé i soggetti idonei ad eseguire determinati lavori e li invita a presentare delle offerte. In questo caso gli invitati erano 4. In questo paese spesso avviene che a quegli inviti non risponde nessuno per cui la gara, pur in un periodo di crisi come quello attuale, viene dichiarata deserta. Questo inizialmente è stato il caso dell’impianto di Saluggia oggetto delle indagini della procura di Milano; lo si può riscontrare dallo stesso sito della Sogin. Un appalto plurimilionario che apparentemente interessava poco, tanto che non erano pervenute offerte utili. Poi si è visto che di interesse ce ne era invece molto. Perché quando la gara è dichiarata deserta le strade che si possono seguire sono due: o si rifà il bando ricominciando tutto daccapo, oppure si procede all’assegnazione diretta.

In questo secondo caso l’appaltante affida i lavori sostanzialmente a chi vuole

Tutto questo negli ultimi anni è stato reso legale da leggi che qualcuno ha giustamente definito immorali. Dunque a Latina gli invitati erano in questo caso quattro; vinse il Consorzio stabile Aedars, con sede a Roma, per un importo di oltre 4 milioni di euro e con un ribasso del 23% rispetto alla base d’offerta. I Consorzi stabili sono aggregati di società che operano complessivamente nello stesso settore al fine di partecipare alle gare pubbliche per poi assegnare ad alcuni dei suoi componenti i lavori in oggetto, previo accordo interno. Questi Consorzi, soprattutto nel settore delle costruzioni, hanno generalmente una grande impresa come capofila: anche la Maltauro sotto inchiesta a Milano ne ha uno.

Per quanto riguarda il Consorzio stabile Aedars, la società capofila si chiama Fracla Srl, anch’essa con sede a Roma, la quale ne detiene il 65,63% delle azioni. Poi c’è la veneziana Operae Srl con il 12,5%, seguita da una quarantina di società con sede in tutta Italia, ma soprattutto in Campania, Calabria e Sicilia, che a loro volta detengono lo 0,52% delle azioni ciascuna. Tra queste ultime tutt’oggi figura come socio proprio la Green Impresit Srl finita sotto inchiesta a Santa Maria Capua Vetere. All’epoca dell’assegnazione dell’appalto a Latina la Fracla Srl era a sua volta controllata dalla Banca Finnat Euramerica SpA (società quotata in Borsa) che fa capo a Giampiero Nattino. Nel consiglio di amministrazione di questa Banca siede tutt’oggi il noto costruttore Francesco Caltagirone, mentre lo stesso Giampiero Nattino a sua volta siede nel cda della Caltagirone Editore SpA. Ma torniamo all’esito della nostra gara. Il Consorzio Aedars partecipò al bando per il deposito provvisorio nel capoluogo pontino per conto proprio della Fracla srl Srl, nonché della Cea Elettric Srl di Montalto Uffugo (Cosenza) e della VI.CAR. Srl di San Giuseppe Vesuviano (Napoli). Questo almeno appariva come accordo interno al Consorzio. Lo si evince dall’esito del bando che è stato salvato in tempo prima che sparisse dal sito ufficiale della Sogin.

Invece di procedere alla realizzazione dell’opera, dopo alcuni mesi, le tre società in questione, attraverso un giro di triangolazioni societarie, affidano i lavori ad altre ditte. Perno di tali triangolazioni divenne proprio la Green Impresit Srl di Francesco Caprio, proprietario anche di un’altra società intestata direttamente con il suo nome e cognome e attualmente residente a Casal di Principe (CE). All’epoca della triangolazione degli appalti per la realizzazione del deposito provvisorio di Latina la Green Impresit era partner in quell’opera della Silcei Srl che aveva sede a Santa Maria Capua Vetere. Lo stesso luogo dove nel frattempo la locale procura aveva avviato l’inchiesta sulle emergenze costruite a tavolino dai referenti del Consorzio Unico di Bacino.

REAZIONE A CATENA, DI FALLIMENTI

Dalle parti di Latina comunque tutto filava liscio. In particolare risulta che la Silcei, recentemente dichiarata fallita dal Tribunale di Isernia dove nel frattempo ne era stata trasferita la sede, era ed è di proprietà di Antonio a Angelo Salzillo entrambi residenti a Cancello ed Arnone (CE), nella stessa strada e presso numeri civici poco distanti tra loro. La Silcei controlla il 100% del capitale sociale della Società Consortile Latina a r.l. che aveva inizialmente ricevuto il sub appalto dalle tre consorziate Aedars Spa. Anche per questa impresa le coincidenze abbondano. In primis, pur avendo un nome presunto «latinense» aveva la sua sede legale iniziale a Roma salvo poi essere trasferita prima a Santa Maria Capua Vetere e infine a Isernia. Secondo poi anche questa società risulta oggi fallita, in questo caso con un provvedimento del tribunale di Roma del febbraio 2013. Dunque il quadro delle tre società che materialmente si sono occupate della costruzione del deposito provvisorio per i rifiuti radioattivi della centrale di Latina è il seguente: la Green Impresit sotto inchiesta a Santa Maria Capua Vetere, Società Consortile Latina e SILCEI dichiarate fallite, quest’ultima con procedura concordataria.
Non è proprio il massimo che ci possa attendere nella realizzazione di una struttura strategica e delicata appartenente alla Sogin, cioè allo stato italiano, e finanziata con denaro pubblico.

SPUNTANO ’NDRANGHETA E CASALESI

Anche perché per i residenti dalle parti di Latina, in particolare a Borgo Montello, i nomi dei titolari di queste società richiamano alla mente brutti ricordi. In particolare quelli legati alle dichiarazioni del pentito di camorra Carmine Schiavone che aveva indicato un altro Antonio Salzillo come colui che si occupava, fin dalla fine degli anni Ottanta, dello smaltimento illegale di rifiuti industriali tossico-nocivi nella locale discarica. Per questi loschi traffici nel 1995 venne barbaramente ucciso, in seguito alle sue denunce, Don Cesare Boschin, parroco della locale canonica. Quest’altro Antonio Salzillo, apparentemente di secondo piano nelle dichiarazioni del pentito, in realtà è il nipote diretto di Ernesto Bardellino, il «cervello» del clan dei Casalesi, messo a “farsi le ossa” nel territorio pontino, ucciso nel marzo 2009 dall’altra fazione del suo clan originario (quello rimasto fedele a Francesco Schiavone detto Sandokan) proprio a Cancello ed Arnone. Un comune che ha circa 5 mila abitanti, come tanti in Italia, dove tutti si conoscono bene.
Nel settembre del 2013 il Consorzio stabile Aedars SpA a cui la Sogin aveva inizialmente affidato l’appalto ha ricevuto un’interdizione per infiltrazioni mafiose dalla Prefettura di Roma. A quanto risulta la Fracla Srl era diventata di proprietà di un esponente del clan calabrese dei Mollica. Di conseguenza sono stati revocati ovunque gli appalti che il Consorzio stesso aveva in essere con enti pubblici. In particolare a Quarto Oggiaro, un quartiere a Nord di Milano, dove doveva costruire 48 alloggi popolari, risultò che la Fracla Srl, subappaltata dopo il disbrigo delle formalità antimafia, aveva in organico due impiegati e un operaio: decisamente poco per un appalto di tale rilevanza.

MA PER IL TAR DEL LAZIO È TUTTO OK

Qualche settimana fa comunque il Consorzio Aedars ha vinto davanti al Tar del Lazio il ricorso contro il provvedimento della Prefettura di Roma. L’infiltrazione mafiosa non risulterebbe provata in quanto nessuna delle società consorziate sarebbe imputata di reati così gravi. Si spera nel Consiglio di Stato.

E SOGIN RICOMINCIA

Le scatole cinesi non sono infinite e alla fine la verità si trova. Il deposito provvisorio per i rifiuti radioattivi di Borgo Sabotino, pur essendo un’opera particolarmente delicata dal punto di vista della sicurezza pubblica, non è stato ultimato. Anzi sono emerse persino delle imperfezioni costruttive. Nel 2012 la Sogin ha dovuto effettuare un nuovo bando per completare l’opera. I lavori riguardavano la «sigillatura di micro-fessure e finitura interna (così recita il titolo del nuovo bando) della struttura». Per tale motivo sono stati messi a gara altri 560 mila euro. L’appalto è stato aggiudicato con un ribasso del 33%. Anomalie denunciate anche dal quindicinale di Latina Il Caffè.
Il deposito è stato inaugurato il 14 aprile scorso alla presenza di alcuni parlamentari, del Prefetto e del Vicesindaco di Latina. L’attuale amministratore delegato di Sogin Riccardo Casale, a cui si deve riconoscere un’energica svolta nella gestione della società fin dal suo insediamento, ha rappresentato l’iniziativa come una grande operazione di trasparenza. Sarebbe utile che tale trasparenza interessasse in primis la Sogin, visto che l’esito del relativo bando iniziale (ma anche quello della centrale del Garigliano) non compare più nel suo sito ufficiale.

Una società controllata al 100% dallo stato italiano dovrebbe chiarire come ha condotto e controllato l’evoluzione di questa «strana» vicenda e come sia possibile affidare lavori così delicati ad un intreccio di società così fragili e dai nomi tanto inquietanti

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