Cominciamo tutti a fare un’antimafia seria e non solo commemorativa e parolaia!

A noi dispiace moltissimo apparire talvolta come coloro che si mettono in cattedra per impartire lezioni di antimafia.

Non lo pensiamo, né è nel nostro stile.

Ma siamo stufi di assistere a continui momenti di strumentalizzazione e di spettacolarizzazione su un problema così delicato e complesso qual’è, appunto, quello che riguarda la lotta alle mafie.

Alle mafie (al plurale), soprattutto a quelle politiche, a quelle economiche, a quelle composte da un esercito di professionisti che tengono ad esse bordone e spesso ne fanno parte organicamente e, per ultimo, a quelle militari.

Siamo stufi di vederci invitare a incontri retorici, commemorativi che, sì, hanno anche una certa valenza perché servono a sensibilizzare la gente, ma che, sul piano pratico, non producono quegli effetti che in situazioni drammatiche quali sono quelle in cui viviamo nei nostri territori in cui le mafie sono infiltrate dappertutto –nella politica, nelle istituzioni, nella società- sono assolutamente auspicabili e necessari.

Ed urgenti.

Oggi il tessuto sociale e culturale è così compromesso ed inquinato, al punto da costringerci a domandarci ed a domandare a tutti quale è il risultato della campagna di educazione alla legalità che molti hanno promosso e ritengono di continuare.

E’, questo, un quesito che poniamo a tutto il movimento antimafia serio del Paese, animati come siamo dal desiderio di avviare un confronto profondo sulle modalità di fare un’ antimafia efficace. seria, incisiva.

E qui si pone in tutta la sua importanza il discorso sull’”antimafia del giorno prima” e l’”antimafia del giorno dopo”.

Quella, cioè, che si vuole fare “ prima “ che le mafie si impossessino saldamente di tutti gli spazi di vivibilità civile, economica, politica di un territorio o “dopo”.

Noi riteniamo che il Paese intero sia afflitto da una cultura mafiogena che nei decenni si è andata sempre più diffondendo e consolidando.

Non vogliamo apparire pessimisti, ma dubitiamo che si possa risolvere il problema nell’illusione e nell’attesa che maturino le intelligenze e le coscienze della gente.

Diciamo che quasi tutte le grandi agenzie educative, dalla Chiesa, ai partiti, alle varie associazioni della stessa società civile, non hanno svolto appieno il loro compito, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

D’altra parte la storia ci insegna che tutte le grandi rivoluzioni culturali nel mondo sono state possibili grazie al sacrificio ed all’impegno di esigue minoranze motivate ed organizzate

Il Potere spesso, in Italia come nel mondo intero, si è formato e si è andato consolidando su un rapporto organico fra politica e mafia.

Ed è appunto questo rapporto organico che emerge sempre più in molte realtà del Paese che ci deve far riflettere sulla necessità di una diversa e più aggiornata lettura del fenomeno mafioso.

Un rapporto che talvolta ha determinato una vera e propria sovrapposizione dell’una all’altra fino a farne un unicum.

Ecco il motivo per il quale noi siamo stati sempre diffidenti verso l’antimafia “politica”, della quale possiamo anche apprezzare certe intenzioni dei singoli esponenti, ma sulla quale temiamo che prevalgano sempre, prima o poi, certe logiche proprie della politica e del potere.

Lo stiamo vivendo sulla nostra pelle anche in questi giorni dopo l’esclusione della nostra Associazione dal Comitato di coordinamento della Consulta provinciale antimafia di Roma costituita dall’Amministrazione provinciale della Capitale formata da una maggioranza di centrosinistra.

Evidentemente il nostro modo di fare antimafia, con la denuncia continua di episodi e comportamenti anche di singoli oltre che di soggetti collettivi, non è gradito negli ambienti politici romani e non solo!

E’ un po’ quello che capita anche a sodalizi come il nostro, tipo la Casa della Legalità e della Cultura di Genova, che non si limitano a commemorare l’eccidio di Capaci ed i tanti altri del passato, ma che, al contrario, giorno dopo giorno denunciano, nomi e cognomi, malfattori e mafiosi di ogni genere ed annidati in ogni ambiente.

Borsellino lamentava proprio la delega – “totale ed inammissibile”, la definiva – che la società civile ha rilasciato alla magistratura ed alle forze dell’ordine ad affrontare esse sole la guerra contro le mafie.

Purtroppo in questo disgraziato Paese molta gente pensa che organizzare o partecipare ad una fiaccolata, ad una manifestazione, ad un corso, peraltro, non raramente sponsorizzato e finanziato lautamente dalle istituzioni, senza poi dare continuità con un impegno concreto e quotidiano con la DENUNCIA di fatti e comportamenti specifici, facendo nomi e cognomi ed uscendo dalla genericità, significa mettersi a posto con la coscienza.

Non è così.

Alle mafie, con manifestazioni e corsi, facciamo solo un baffo.

I mafiosi, se veramente vogliamo combatterli, vanno individuati, uno per uno, nella politica, nelle istituzioni, fra gli imprenditori, fra i professionisti, fra i cittadini, DENUNCIATI e fatti arrestare.

Non c’è altra strada per estirpare questo cancro che sta portando alla morte il Paese.

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