COME TI AMMAZZO L’ECONOMIA. QUANDO DICIAMO CHE LADDOVE CI SONO MAFIA E CAMORRA NON CI SARA’ MAI CRESCITA

Il Mattino, Venerdì 25 Ottobre 2019

Camorra, a via Marina il pizzo su ogni lotto di lavori: «Basta, chiudo il cantiere»

di Viviana Lanza

Le minacce, la paura, le tangenti e alla fine la resa, e stop ai lavori. «Quel cantiere non chiuderà mai» racconta un pentito di camorra facendo riferimento al cantiere di via Marina e raccontando di imprenditori che, spolpati dagli emissari dei clan, hanno preferito rinunciare al lavoro. Le storie che fanno da sfondo alla nuova inchiesta dell’Antimafia, che ieri ha portato all’arresto di ventitré tra camorristi, estorsori e loro complici, rendono la misura di quanti danni può fare il racket e quanto riesce a condizionare non solo le vite degli imprenditori ma anche in maniera indiretta la vita di un’intera comunità e della sua economia.

Tra gli imprenditori impegnati nei lavori di via Marina c’è stato chi ha dovuto subire le insistenti richieste di o Munnuzz, quel Carmine Montescuro per trent’anni ha imposto nel centro di Napoli la pace e il pizzo. Qualcuno ha preferito pagare e zitto, qualcun altro invece ha dovuto mollare tutto e andare via. Come l’imprenditore della zona collinare di cui ha parlato ai magistrati della Dda il collaboratore di giustizia Carmine Campanile, ex del clan Mazzarella. A suo dire, sarebbe accaduto per l’avidità dei boss che hanno iniziato a imporre tangenti su tangenti facendo saltare l’accordo iniziale che i clan avevano imposto all’imprenditore e che prevedeva una tangente di 300mila euro per tutti i lavori in appalto. Dopo aver pagato quella tangente, con rate mensili da 15mila euro che si spartivano di volta in volta i vari clan, tra cui Montescuro, Caldarelli e Rinaldi, all’imprenditore sarebbero arrivate nuove richieste di soldi per ogni lotto di lavori eseguito e questo ha determinato una perdita di utili fino alla drastica decisione di abbandonare il cantiere. E non si tratterebbe dell’unico caso, tanto da spingere il collaboratore di giustizia a ipotizzare che il cantiere di via Marina potrebbe non concludersi mai. Perché le pretese estorsive dei clan strozzano le imprese, perché non ci sarebbe stato tratto dei lavori in via Marina a cui i clan non abbiano mostrato interesse e perché ogni intervento praticato su quella strada si è tradotto o ha rischiato di tradursi in pressioni sugli imprenditori via via sempre più insostenibili. Il pizzo imposto anche a tre ditte impegnate nella bonifica dei siti della società petrolifera Kuwait Raffinazione e Chimica spa.
Le intercettazioni al cuore dell’inchiesta hanno registrato dialoghi e programmi degli indagati e hanno ripreso in diretta il fruscio delle banconote contate e incassate da Montescuro e dai suoi uomini ma hanno anche svelato il risvolto più drammatico, gli sfoghi di imprenditori esasperati, le loro lacrime, i tentativi di trattare sulla cifra del pizzo. C’è chi aspettava i fondi di Comune e Regione e implorava tempo (poi do pure qualcosa in più se mi arrivano i soldi, però ora non ho i soldi, che devo fare si ascolta nelle conversazioni intercettate), e c’è chi arrivava a indebitarsi per racimolare i sei/diecimila euro pretesi alle canoniche scadenza di Natale, Pasqua e Ferragosto. Montescuro, il ras ultraottantenne da ieri in carcere, non si lasciava impietosire facilmente né si lasciava convincere dal suo braccio destro, Nino Argano, quando più volte gli suggeriva di accontentarsi di somme inferiori considerando che «sono finiti i tempi di una volta. Da via Marina al Porto. «Montescuro è quello che gestisce tutti gli affari al Porto nel senso che è quello che da una parte divide le quote delle estorsioni pagate dagli imprenditori ai clan e dall’altra gestisce il sistema delle mazzette destinati a pubblici ufficiali all’interno del Porto». È
Maurizio Overa, ex della mala dei Quartieri, a raccontare ai magistrati retroscena su cui adesso si indaga. Secondo il collaboratore di giustizia, oleando alcuni meccanismi, e cioè ben remunerando persone in ruoli strategici (le parole del pentito sono al vaglio degli inquirenti alla ricerca di eventuali riscontri), sarebbe stato possibile far entrare e uscire dal Porto droga e altro. Di qui indagini sui rapporti all’interno del Porto. «Montescuro è sempre stato utilizzato dai clan della camorra cittadina come testa di ponte con imprenditori che lavorano al Porto e su via Marina». Ogni mese le tangenti riscosse nel Porto avrebbero fruttato, solo al gruppo Montescuro, Rinaldi e Amodio/Abrunzo 30mila euro al mese: lo ha raccontato ai magistrati Ciro Niglio, ex affiliato alla camorra di Barra e oggi collaboratore di giustizia. A suo dire il racket viene imposto anche agli autotrasportatori in cambio di protezione e per evitare le rapine ai camion che escono dal Porto.

Volevano tutto i boss. Quelli del clan Mazzarella assieme a Carmine Montescuro avrebbero provato anche a mettere le mani su un grande capannone nella zona di Gianturco per ristrutturarlo come centro commerciale e vendita all’ingrosso. Pensavano di affittare i locali a commercianti cinesi e ricavare guadagni da capogiro. L’affare sfumò.

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