Come si costruisce una guerra di mafia. E lo Stato che fa? Riduce le risorse alle forze dell’ordine

Tracce, appunti, brevi anticipazioni del libro inchiesta su Cosa Nostra “A schiena dritta” in uscita a marzo per la casa editrice “Socialmente”.

Quando senti che sei su una storia che vale la pena seguire non è possibile mollare. Anche se le logiche redazionali te lo consiglierebbero. Anche se a volte ti ritrovi a lavorare in un territorio così delicato senza avere le spalle coperte. E allora le coperture te le inventi, le cerchi anche fuori dal tuo giornale. Mi sono trovato, per questo, a dover investire tutto il mio tempo libero su questa inchiesta, tralasciando tanti aspetti della mia vita privata e pagando prezzi, anche economici, che forse non mi potevo permettere di pagare. Ma quando hai trovato le fonti, hai appoggio sul territorio e hai la spinta a andare avanti sarebbe un delitto mollare. E c’era anche un altro aspetto da non sottovalutare. La stampa nazionale aveva praticamente mollato, all’epoca, il filone Cosa Nostra, se non per qualche sporadica uscita, accodandosi al filone “Gomorra” che, grazie al successo editoriale del libro di Roberto Saviano, tirava molto di più dell’inflazionata mafia siciliana. Meglio le sparatorie spettacolari dei Casalesi, che ti permettono di riempire pagine senza sforzo, che interpretare i segnali che arrivavano dal palermitano. Segnali che, invece, raccontavano di una mafia in ebollizione, di una rete di famiglie, gruppi e mandamenti in cerca di uno nuovo ordine. E la storia racconta che il nuovo ordine, da queste parti, si ottiene quasi sempre attraverso il sangue.

Mi spiego meglio. Cosa Nostra ha avuto il tempo e le risorse per far fronte all’offensiva dello Stato, che dopo l’arresto di Bernardo “Binnu” Provenzano, forse per la prima volta nella storia di questo conflitto fra potere illegale e potere legale, non si è fermato, ha proseguito la sua azione colpendo gli emergenti e pericolosissimi Lo Piccolo. Poi qualcosa è successo, proprio in coincidenza con l’ennesima tornata elettorale e l’ennesimo cambio di governo. Proprio nel 2008, dopo gli ultimi blitz della catturandi, lo Stato ha perso terreno: tagli sul personale di pubblica sicurezza, tagli sulle risorse (perfino la benzina), concorrenza e mancanza di coordinamento fra i vari corpi civili e militari di polizia, rimessa in discussione di strumenti come il regime di 41 bis per i boss mafiosi in carcere indispensabili per spezzare comunicazioni da dentro e fuori i penitenziari e di conseguenza interruzione delle catene di comando dei clan. Tutto questo ha contribuito, e non poco, a indebolire lo Stato nell’azione di contrasto alle mafie, e in particolare questo calo di attenzione ha riguardato la Sicilia e le trasformazioni in atto negli equilibri di Cosa Nostra nelle provincie di Palermo e Trapani. Cosa Nostra, a differenza degli altri sodalizi mafiosi, è un’organizzazione impermeabile a “ingressi” esterni, si fonda su un insieme distorto di valori (ma pur sempre codificati e condivisi) e un controllo capillare dei territori fisici, economici e politici. Con il denaro, con le intimidazioni, e solo alla fine con la violenza. Cosa Nostra è paziente, usa le armi e l’omicidio solo come estrema ratio. L’anomalia non è che la mafia siciliana non spari. L’anomalia è che spari. La strategia stragista di Totò Riina è stata un’anomalia nella storia della mafia. I clan non vogliono essere visibili, la tradizione è questa. E Cosa Nostra è, dopo più di un secolo di storia certa, tradizione.

Un mosaico composto da appunti, letture, incontri, scarpe consumate, inchieste e reportage. Passo dopo passo, pagina dopo pagina, con la consapevolezza che sta per scoppiare di nuovo una guerra di mafia in uno dei territori più complessi e difficili del nostro Paese: il triangolo del potere tradizionale delle famiglie strategiche per i corleonesi. Cinisi, Punta Raisi, Borgetto, Corleone, San Giuseppe Jato, Partinico, Terrasini e poi, nel trapanese, Alcamo e Castellammare del Golfo: questo è il territorio dei clan vincenti della guerra di mafia degli anni Ottanta che portò alla creazione del potere assoluto di un uomo e dei suoi alleati: Totò Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella. Questo è il territorio dove oggi si sta svolgendo una nuova guerra di mafia che coinvolge i “rampolli” dei boss arrestati, alcuni latitanti di rango come Matteo Messina Denaro e Domenico Raccuglia, e alcuni livelli più “bassi” dell’organizzazione mafiosa che, illudendosi di un vuoto lasciato dai clan decapitati dallo Stato, cercano di emergere, di conquistarsi sul campo i gradi di boss. Dal 2003 in poi in questa zona si è preparato, e consumato, un conflitto sanguinoso nato a causa del tentativo di scalata dei Lo Piccolo con l’obiettivo di prendere in mano il controllo di Palermo e della provincia.

Un giovane collega, siciliano per giunta, quando ho pubblicato i primi articoli su left – Avvenimenti relativi a questo conflitto mi ha detto: «Ma che fai? Ti metti a scrivere di questa mafia rozza e contadina?». Rozza e contadina? No, ho scritto e scrivo di mafia e basta, perché Cosa Nostra è questo: i boss possono contemporaneamente decidere chi mandare al Senato, come partecipare a un appalto, come tenere sotto controllo l’intero sistema economico produttivo dell’isola e mungerlo, giocare in borsa, fare affari internazionali e poi sparare a un rivale per una questione di un pascolo di vacche con la stessa attenzione e con la stessa determinazione. Perché la mafia è potere dal momento in cui la moglie di un boss va a in un supermercato e non paga la spesa a quando specula sui titoli alla borsa di Milano o Londra. Potere, paura, silenzio e “piccioli”. La mafia è un insieme di tanti aspetti e appetiti, ma senza il controllo del territorio non esiste. E se vuoi capire davvero che cosa sia e come agisca Cosa Nostra devi iniziare a capire chi controlla o chi aspira a controllare un determinato territorio. Questo territorio.

Cosa Nostra non è un potere solo, è più poteri fra loro strettamente legati. Intreccio che oggi, all’interno di una riorganizzazione obbligata causata dai numerosi arresti, si configura come scenario di una potenziale escalation conflittuale interna, quindi di una possibile, se non già in corso, guerra di mafia. «Ancor prima della cattura dei Lo Piccolo – si legge nella relazione Dia relativa al primo semestre 2008 -, come acclarato sotto il profilo investigativo dai riscontri dell’operazione “Gotha” del 2006, gli equilibri dell’organizzazione criminale siciliana si trovavano già in una fase delicata, ulteriormente aggravata dal venire meno della figura baricentrica di Bernardo Provenzano e, conseguentemente, della sua autorevole capacità di mediazione tra le contrapposizioni esistenti tra le anime “corleonesi” e “palermitane”. In tale contesto di strisciante conflittualità, nel 2007, il mandamento mafioso governato dal Salvatore Lo Piccolo aveva intrapreso una strategia egemonica, fondata non solo sull’espansione dell’influenza territoriale, ma anche sulla pianificazione di profondi mutamenti dei consolidati equilibri storici mafiosi, quali il graduale rientro degli appartenenti alle famiglie perdenti delle vecchie guerre di mafia, i c.d. “scappati” e i tentativi di ricostituire, in sinergia con le famiglie statunitensi, una posizione più autonoma e forte della compagine siciliana nel narcotraffico internazionale».

E la relazione prosegue indicando quale sia oggi lo scenario dei poteri in lotta prima per il controllo del territorio “tradizionale” e poi dell’intero assetto mafioso dell’isola: «La probabile stasi operativa del tessuto mafioso tende a frenare l’autonomia raggiunta dalle varie componenti, come pure qualsiasi attività illecita ed i conseguenti aspetti decisionali nei rispettivi territori di competenza, come sembra accadere per il latitante Raccuglia Domenico a Partinico e ad Altofonte, nonché per lo stesso Messina Denaro Matteo nella provincia di Trapani. Di contro, la documentazione, rinvenuta in occasione degli arresti dei Lo Piccolo, fa stato del perdurante desiderio di ricondurre la struttura di Cosa Nostra all’antica architettura gerarchica, sia pure con una diversa suddivisione mandamentale, e al recupero delle antiche regole comportamentali».
Raccuglia e Messina Denaro sono entrambe “laureati” da una più che decennale latitanza. Ognuno di loro aspira a ereditare il potere di Riina e “Binnu” Provenzano. Quello che si sta muovendo in questi mesi sul territorio è il frutto di queste ambizioni, che si vanno anche a scontrare con il pur sempre potente clan Riina di Corleone. Giuseppe Salvatore, figlio dell’anziano boss Totò in carcere sotto “intermittente” regime di 41 bis nel carcere di Opera, prima è stato scarcerato per decorrenza dei termini e poi assolto in appello per tre omicidi avvenuti proprio nel paese del palermitano tra il gennaio e il febbraio del 1995. Il figlio di Riina era accusato di essere coinvolto nell’assassinio di Giuseppe e Giovanna Giammona e del marito di quest’ultima, Francesco Saporito. E la moglie di Totò, Antonietta, sposata a Salvatore Riina dal 1974 in latitanza, è la sorella minore di Calogero e Leoluca Bagarella, ed è stata anche la prima donna incriminata per reati mafiosi. Nel periodo di carcerazione del figlio avrebbe mantenuto in piedi lo scheletro degli affari di famiglia. La presenza del clan Riina è quindi garantita. E questa famiglia ha pesato e continua a pesare in questo territorio già arroventato dalle rivalità fra Domenico Raccuglia e Matteo Messina Denaro. Anche perché Totò Riina è formalmente ancor oggi il capo di Cosa Nostra.

Torniamo alla relazione della Dia, nella quale si legge che «Le investigazioni più recenti hanno certificato un forte quadro di fluidità, caratterizzato dagli spostamenti di diversi uomini d’onore da uno schieramento all’altro, dalla soppressione o dall’accorpamento di famiglie, dalla diversa definizione di zone d’influenza dei mandamenti, spesso in una logica di alleanze incerte, sicuramente esito della mancanza di elementi apicali, capaci di assicurare una vera ed efficace dirigenza della struttura criminale». È un quadro molto simile a quello che Cosa Nostra si trovò ad affrontare nel 1969/70 dopo la strage di viale Lazio e l’ondata di arresti che pose fine a quella che viene definita “la prima guerra di mafia”, situazione che però pose le basi all’ascesa di un emergente del calibro, appunto, di Totò Riina attraverso la “mattanza” del 1978/82. Un bagno di sangue che aprì la strada alla strategia stragista di Cosa Nostra. Nuove alleanze, nuovi schieramenti: ecco cosa sta avvenendo. Per fare cosa?
(segue…)

(tratto da www.agoravox.it)

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