Come la mafia si mangia le aziende e seleziona le peggiori. Da un’economia legale ad un’economia illegale

La presenza della mafia in un mercato capitalistico attua la selezione dei peggiori. Ai migliori conviene ribellarsi. Le aziende infiltrate falliscono presto, e spesso scattano gli arresti

Spesso le aziende infiltrate dalla mafia sono quelle più liquide. Ma anche le prime a morire. Perché?

Questo è il risultato di un’inchiesta tra l’economia, la cultura e la cronaca. Il problema è questo: la mafia dà un vantaggio competitivo alle imprese peggiori, le imprese mafiose hanno infatti un facile accesso al denaro, non hanno bisogno di rivolgersi al credito bancario, hanno la forza dell’intimidazione e quella che deriva dal loro legame privilegiato con la politica. Tutto questo fa sì che tali imprese prevalgano rispetto a quelle che competono con mezzi sani, che dunque sono destinate a rimanere indietro.
E’ evidente che la presenza della mafia in un mercato capitalistico attua la selezione dei peggiori. Ai migliori conviene ribellarsi: lo attestano anche alcune ricerche economiche, secondo cui l’impresa mafiosa non dura mai più di 20 anni, perché solitamente fallisce oppure i suoi titolari vengono regolarmente arrestati. 20 anni sono i casi estremi, normalmente se andiamo a guardare gli ultimi casi, alcuni dei quali sono raccontati nel libro, come l’impresa “Perego” di Milano che concorreva ai lavori per l’Expo ed era infiltrata dall”ndrangheta, la liquidazione arriva molto prima, sono imprese con l’acqua alla gola, pertanto certamente resistere alle mafie è conveniente.
Del resto uno dei motivi, secondo me, e parlo come autore di inchieste critiche sul capitalismo italiano, ho pubblicato anche “Gli affari di famiglia” e “Il partito dei padroni” per Longanesi, le cause del nostro declino e del nostro impoverimento sono legate all’abbraccio dell’economia mafiosa e alla presenza di classi dirigenti anche economiche che non sono all’altezza!

Vista la crisi, è più semplice per le mafie infiltrare aziende in difficoltà?

Certamente. Qui sta alla qualità degli uomini, quando un’impresa si trova in difficoltà e queste difficoltà non sono più rimediabili, deve rassegnarsi a portare i libri in Tribunale, fa molto meno danno a portare i libri in Tribunale. Recentemente, poi, le procedure per il concordato preventivo per la messa in liquidazione, per il fallimento sono state snellite e rese più efficienti, fa molto meno danno a portare i libri in Tribunale, sotto una delle forme che ho appena elencato, piuttosto che a finire nelle braccia di questi signori, i quali poi strangoleranno sia le imprese, sia l’imprenditore, è veramente un coma doloroso con il quale si prolunga l’agonia!

E poi c’è l’esperienza di confindustria Sicilia…

La prima rivoluzione di successo che si sia mai verificata nella storia siciliana. Dall’esperienza di questi imprenditori, potrebbe venire fuori una nuova classe dirigente per il nostro sud. Bisogna raccontare bene cosa loro hanno fatto, perché i media hanno enfatizzato il grande annuncio del codice etico dato nel 2007 che era l’espulsione di quelli che pagano il racket, in realtà c’è un’azione ben più strutturale e ben più profonda a favore dell’impresa competitiva, del libero mercato e della legalità contro la mafia, che al di là di questo annuncio che fa molta notizia, ha inciso profondamente nella società e nell’economia siciliana. Per esempio, si è molto lavorato in Sicilia sul tema delle denunce, nel libro pubblico la lista delle 100 imprese o espulse o sospese da Confindustria come Associazione nazionale, perché questa rivoluzione nata in Sicilia in realtà si sta diffondendo verso Calabria, Campania e altre regioni. Di queste 100 imprese, neanche una è stata espulsa o sospesa per avere pagato il pizzo, e non perché le promesse, gli annunci siano stati disattesi, ma perché l’espulsione è solo il punto di arrivo finale di un percorso che ha come obiettivo la denuncia: l’imprenditore attaccato dalla mafia, viene preso per mano e sottobraccio e convinto a denunciare, convinto non solo con la moral suasion, ma con la protezione che l’associazione dà a chi denuncia e con il supporto delle associazioni antiracket, nate in Sicilia grazie alla Confindustria e al sistema camerale delle Camere di Commercio, che oggi in caso di danni portati dalla mafia, possono tranquillamente coprire economicamente l’imprenditore.
Infatti il grande successo non sono le 100 espulsioni o sospensioni a livello nazionale, ma le 260 denunce che si sono verificate nel solo 2010, in un’isola dove fino a pochi anni fa non ce n’ era neanche una e dove chi denunciava veniva ucciso.
Le denunce per il racket di imprenditori, per farti un esempio, nello stesso anno in Calabria non superano le 4 o 5 contro 260. Poi, c’è un’opera di sensibilizzazione della popolazione, c’è un’opera culturale e soprattutto c’è uno scambio di informazioni tra le associazioni imprenditoriali e le forze dell’ ordine, non dimentichiamo che a Caltanissetta nasce la collaborazione con il Ministero dell’Interno, che ha messo a disposizione del Ministero, la Banca dati del sistema camerale delle Camera di Commercio. Ciò significa che tu Magistrato o tu poliziotto, puoi andare a vedere gli assetti proprietari, gli aumenti di capitale e tutto ciò che è avvenuto nella vita delle imprese, fino a 30 anni addietro e lo puoi fare gratuitamente e quindi se devi seguire la pista del denaro mafioso entrato nelle aziende attraverso le operazioni societarie, sei in grado di farlo. Questa è stata una cosa importantissima, cui si è affiancata anche un’opera di lobbying legislativo: per esempio, il decreto di Maroni sulla non ammissibilità agli appalti delle imprese che non denunciano, nasce dalla pressione delle Confindustria meridionali e in particolar modo della Confindustria siciliana che è assolutamente avanti.

(Tratto da Cado in Piedi)

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