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Colpo alla camorra casertana: 107 arresti fra i quali la moglie di Sandokan

Il nemico è comune ed è la camorra

Arrestati 107 presunti affiliati alla cosca dei Casalesi, tra loro anche tre latitanti ricercati perché ritenuti tra i componenti delle stragi di Aversa e Castel Volturno. L’agguato di San Gennaro è stato l’ennesimo segnale della sfida camorristica lanciata allo Stato, che ha come vittime allo stesso modo stranieri e italiani

La strage di San Gennaro, come è stata ribattezzata perché verificatasi proprio la notte in cui si festeggia il patrono, è nata dall’intento della camorra di rivendicare il controllo sul territorio di Castel Volturno, per rivendicarlo in verità ancora una volta, l’ennesima. Negli ultimi quattro mesi, infatti, ci sono state una serie di avvisaglie e non di poco conto: è stato ucciso il padre del pentito-boss Bidognetti, poi Domenico Novello che si era rifiutato sette anni fa (la camorra non dimentica) di pagare il pizzo, in seguito Michele Orsi, che stava valutando l’ipotesi di testimoniare e collaborare con la giustizia, è stata devastata la fabbrica di materassi di un imprenditore che si è ribellato al racket, è stata colpita, per fortuna senza conseguenze mortali, Anna Carrino, nipote della compagna pentita di Bidognetti. Il messaggio è stato dunque lanciato su più versanti, cioè colpendo collaboratori, pentiti e loro famigliari, ma anche gli stranieri rivali nel controllo del territorio. Tutti coloro che non si sono sottomessi alla camorra, indipendentemente dalle loro ragioni e dalle loro provenienza, sono stati oggetto dell’avvertimento malavitoso. Per quanto riarda la strage di San Gennaro, gli inquirenti stanno continuando le loro indagine e resta da stabilire se fra gli immigrati colpiti ci fosse o meno qualche esponente del traffico di droga o della prostituzione. Quello che appare invece certo è che la gran parte delle vittime erano semplici lavoratori, soprattutto ghanesi, che si trovavano sul luogo dell’agguato per caso. Probabilmente per la camorra era secondario il ruolo delle vittime da colpire, l’obiettivo era infatti mandare un segnale di potere a tutta la comunità immigrata per ricordare chi comanda a Castel Volturno e a chi bisogna sottomettersi. Perché è innegabile che in questo territorio esiste un traffico di droga e prostituzione che fa capo ad alcuni esponenti extracomunitari con i quali la camorra ha stretto un patto per spartirsi la piazza locale del commercio illegale.

L’agguato ha portato alla luce, comunque, l’indecente condizione materiale e sociale vissuta dagli immigrati che vivono a Castel Volturno, ma anche le difficoltà crescenti dell’integrazione fra loro e la popolazione italiana. Castel Volturno non è una comunità razzista, ma sicuramente si è prodotta una diffidenza da parte dei cittadini verso una presenza straniera massiccia, notevole, debordante, che ha prodotto, per via delle condizioni materiali da essa vissute, un venir meno delle regole normali di convivenza: il territorio è infatti sovrappopolato, mancano le strutture per accoglienza e integrazione, scarseggia il lavoro soprattutto regolare. La mattina all’alba, incamminandosi per le strade, si possono vedere pulman carichi di immigrati che vanno a lavorare nei campi dell’agro aversano o nelle aziende bufaline: occupazioni a cui da tempo noi italiani non siamo più disposti e soprattutto a fronte di retribuzioni misere, inaccettabili. Gli stranieri vivono tra mille difficoltà: il lavoro in nero e con paghe da fame, il permesso di soggiorno che non riescono a rinnovare, l’assenza di una casa. Sono di fatto manodopera disponibile al sistema produttivo a prezzi irrisori, sono braccia di lavoro alla mercè degli imprenditori, anche legati alla camorra. Per questo si deve spezzare una mentalità imprenditoriale che non solo nuoce a noi cittadini locali ma anche alla comunità immigrata. Occorre un’alleanza comune, perché il nostro nemico è tale: si tratta della camorra che ha strangolato il territorio e vuole eliminare gli ultimi residui di imprenditoria e società sana.
Allora la protesta straniera esplosa dopo la strage, se pur condannabile per la violenza manifestata, pur tuttavia, ha portato alla luce dei mass media e delle istituzioni locali e non, la situazione vissuta da Castel Volturno. Una situazione che non è più questione territoriale ma nazionale, e che in questi termini va affrontata.

Certamente la presenza delle forze dell’ordine e dei militari ha contribuito a ripristinare le regole basilari del vivere civile, rendendo anche visibili i suoi primi frutti, ovvero gli arresti di oggi: 100 misure cautelari verso esponenti del clan dei casalesi ma soprattutto la cattura dei boss dell’ala stragista Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo e Giovanni Letizia, considerati mandanti ed esecutori della strage. Accanto a questo però si deve avviare una politica congiunta di assistenza sociale, che risolva una condizione di disagio che è sia italiana che extracomunitaria. Il comune infatti non può farsi carico, per altro senza fondi, di risolvere una condizione in cui si annidano problemi di così profonda gravità, che riguardano famiglie disagiate italiane e straniere: si tratta di un onere troppo grande e pesante per affrontarlo localmente, occorre una concertazione a tutti i livelli, in particolare con il coinvolgimento nazionale, per uscire dal guado in cui ci ritroviamo oggi. Nell’area esiste una domanda sociale così elevata che il solo comune non può soddisfare.

Un punto di partenza basilare è quello di agire perché sia rafforzata l’idea dello Stato fino ad ora inesistente. Non è infatti accettabile che circa 140 persone, fra cui anche immigrati, chiedano di vedersi riconosciuta la possibilità di disporre degli arresti domiciliari nel comune di Castel Volturno, potendo in questo modo continuare ad agire in quella che ormai appare legalmente come una “terra di nessuno”. Quella che proviene da Calstel Volturno è una sfida allo Stato a cui solo lo Stato può rispondere, attrezzandosi ai massimi livelli.

*Assessore alla politiche sociali e immigrazione del comune di Castel Volturno

 

(da aprileonline.it)