Collaboratori e testimoni di giustizia. Alcune storie

Renna Incoronata e la sua vita nel programma di protezione

Incoronata è nata a Foggia l’11/06/72, a venti anni è già sposata con Mario Nero e ha due figli: Gianfranco e Valeria. Il suo ingresso nel programma di protezione avviene perché suo marito si imbatte fortuitamente nell’assassino di Giovanni Panunzio, un imprenditore foggiano, che aveva denunciato all’autorità giudiziaria di aver ricevuto una richiesta estorsiva di due miliardi di lire, e decide di recarsi in Questura per raccontare ciò che ha visto. Mario Nero individua il killer di Panunzio mediante riconoscimento fotografico: si tratta di Donato Delli Carri, esponente di spicco della mala foggiana impegnata nelle estorsioni a danno di commercianti e di imprenditori. Il dovere civile a cui Mario adempie espone lui e i suoi familiari ad un rischio ed un pericolo tali da comportare il loro ingresso nel programma di protezione: inizia così la tormentata e triste vicenda che Incoronata ha deciso di raccontarci, dieci lunghissimi anni vissuti in uno stato di morte civile e presto vedremo perché.
L’omicidio di Panunzio avviene il 6 novembre del 1992 ed il 9 il marito di Incoronata si reca in Questura, il 22 dello stesso mese a casa Nero si presentano un ispettore e un agente della Polizia di Stato: è l’inizio di una nuova vita, quella “sotto protezione”. Incoronata non sapeva che cosa avesse fatto il marito, per cui all’arrivo della polizia e all’invito a preparare le proprie cose rimane “agghiacciata” (1), ma segue le indicazioni che le vengono date. Da Foggia vengono condotti a Roma, il viaggio avviene di notte e Incoronata inizia a sentirsi “messa da parte, come un bagaglio in attesa di essere spostato… Non si preoccupavano neppure di chiedermi se volessi bere o se avessi bisogno di qualcosa, assolutamente niente. Per fortuna avevo degli omogeneizzati per i bambini”. Dopo la tappa a Roma presso il Servizio centrale di Protezione in via Paolo di Dono, la destinazione successiva è Pistoia, presso la Locanda degli elfi. E’ qui che iniziano i primi guai perché “la polizia di Pistoia ci aveva proibito in modo categorico di utilizzare i nostri documenti, per qualsiasi problema avremmo dovuto rivolgerci a loro e ci lasciarono i loro numeri di telefono. Queste erano le loro raccomandazioni. Scendiamo così nella hall dell’albergo per mangiare e la prima cosa che ci viene richiesta sono proprio i nostri documenti poiché non era avvenuta la nostra registrazione presso l’albergo. Noi non sapevamo cosa rispondere se non che i nostri documenti li avevano le persone che ci avevano accompagnato: questa risposta è stato il nostro biglietto da visita perché i proprietari dell’albergo sapevano che quelle persone che ci avevano accompagnato erano della Digos di Pistoia. Iniziano allora i primi commenti: – Ah, ma tutti qua li portano questi pentiti? -“.
E’ accaduto, dunque, che la famiglia di Incoronata fosse presa per una famiglia di pentiti: niente di più errato, ma a parte questo emerge immediatamente come ciò che ha giustificato lo spostamento dalla loro città, vale a dire la loro sicurezza, non fosse garantito poiché in molti sapevano, anche se ciò non corrispondeva al vero, che erano persone “strane” (2). Iniziano dunque le prime umiliazioni, ma a queste se ne aggiungono delle altre nel momento in cui il marito di Incoronata sottoscrive il “contratto” relativo alla protezione, poiché quest’ultimo contiene una clausola (3) sui generis per una persona onesta e totalmente estranea al mondo della criminalità: l’impegno a non commettere reati. Il fatto di sentirsi trattati come pentiti e la conseguente indignazione che da ciò scaturisce è un tratto comune a tutte le esperienze che abbiamo raccolto e a quelle che abbiamo appreso dai giornali e ascoltato (4).
Per cinque mesi circa Incoronata e i suoi sono rimasti nel residence, percependo in questo lasso temporale l’assegno di mantenimento in modo discontinuo, poi è stato assegnato loro un appartamento sempre a Pistoia dove sono rimasti fino al 2000 con non poche difficoltà visto che nella seduta dell’11 settembre 1996 la Commissione centrale deliberò (5) di non prorogare ulteriormente il programma di protezione e conseguentemente il servizio centrale di protezione inviò l’intimazione a lasciare l’appartamento. Lo sfratto non è avvenuto solo perché Mario Nero ha impugnato davanti al giudice amministrativo il provvedimento di “non proroga” del programma di protezione e questa impugnazione ha avuto esito positivo accogliendo le sue richieste.
Ma facciamo un passo indietro e poniamo attenzione alla vita che Incoronata, Mario e i due piccoli bambini hanno condotto durante la loro permanenza nel programma di protezione, soffermandoci in particolare sul versante dell’assistenza sanitaria, dei documenti di copertura (6) e dell’iscrizione scolastica dei figli.
Gli abitanti di Pistoia non hanno tenuto un comportamento encomiabile nei loro confronti, tanto che “non ero libera neppure di scendere per portare fuori il cane per evitare di essere insultata; venivamo apostrofati con dei termini schifosi e questo mi portava a stare sempre di più in casa. A causa dello stress in cui vivevo ero passata, nel giro di tre mesi, da 50 chili a 90, proprio perché il programma di protezione porta all’annullamento totale della persona: tu non hai più un’identità, non sei niente. Eravamo in balia della Digos di Pistoia e dico in balia perché quando siamo arrivati lì eravamo il primo caso di testimoni, anzi addirittura credo che il nostro sia stato il primo programma di protezione. Noi eravamo un esperimento per loro, per come comportarsi poi con gli altri. Spero e immagino che per altre famiglie di testimoni di giustizia le cose siano andate meglio perché noi abbiamo fatto da cavie”.
L’assistenza sanitaria rappresenta uno dei capitoli più infelici non solo della vicenda della famiglia Nero, ma in generale delle storie di tutti i testimoni di giustizia, poiché è correlata all’impossibilità di adoperare i documenti e, quindi, anche i libretti sanitari. Al momento dell’arrivo a Pistoia, un sovrintendente della Questura del luogo raccomanda al marito di Incoronata di conservare gli scontrini relativi all’acquisto delle medicine per fruire poi del rimborso; quando la somma da “recuperare” arriva a circa 600.000 £ Nero presenta la documentazione in Questura. Oltre alla risposta tardiva, passano sette mesi, il ministero dell’Interno fa presente che gli scontrini da soli non sono sufficienti per rimborsare la cifra richiesta, ma devono essere accompagnati dalla prescrizione del medico. Con questa precisazione il ministero sembra dimenticare che la famiglia di Incoronata, non potendo adoperare il libretto sanitario in quanto privi della documentazione di copertura, è priva del medico di base e, dunque, della possibilità di avere le prescrizioni richieste.
Dopo poco l’arrivo a Pistoia si verifica un primo episodio di mancata assistenza sanitaria nei confronti di Valeria, di appena 11 mesi; Incoronata chiede con insistenza un medico che però non arriva, mentre arriva dalla Questura l’ordine di non portare la bambina in ospedale poiché non hanno né i documenti né i libretti sanitari, dopo tre giorni si presenta un pediatra che diagnostica una broncopolmonite.
Un’altra vicenda di mancata assistenza sanitaria riguarda il marito di Incoronata, il quale durante una mostra canina viene morso da un cane alla gamba sinistra, si forma un grande ematoma che va rimosso con un intervento chirurgico. Dal giorno dell’incidente a quello dell’operazione trascorrono undici giorni: all’inizio riceve costanti rassicurazioni dalla Criminalpol di Firenze, cui non segue niente; poi viene invitato a recarsi in un determinato ospedale e a rivolgersi al Direttore sanitario, che sarebbe stato al corrente della situazione. Il giorno successivo Mario Nero si reca in ospedale, ma non può ottemperare alla richiesta da parte dei medici di esibire la prescrizione del medico di base e della tessera sanitaria: documenti dei quali non può disporre a causa del mancato perfezionamento del procedimento del cambio di generalità e del divieto impostogli, all’inizio dell’ingresso nel programma di protezione, di presentarsi con la propria identità. Di fatto, la famiglia Nero è priva di qualsiasi assistenza di carattere sanitario; le poche cure ricevute nel corso degli anni si devono alla disponibilità di alcuni medici che hanno acconsentito a prestarle, gratuitamente e senza alcun riferimento al servizio pubblico.
Ecco dalle parole di Incoronata com’era la sua vita sotto protezione: “… facevo sempre più i conti con la realtà dei fatti: mentre una persona normale poteva andare a fare la spesa, io non potevo; anche per uscire avevo bisogno dell’autorizzazione, dovevo chiamare la polizia e dovevo essere accompagnata dalla polizia. Diventava umiliante anche andare al supermercato per comprare i pannolini e gli assorbenti perché mi servivano. Dovevo essere accompagnata sempre da loro e li vedevo attraverso gli scaffali che controllavano… sembrava dovessero scortare Al Capone. Questo mi feriva sempre di più perché mi domandavo come mai, cosa avessi fatto e non riuscivo a darmi una spiegazione. A questo si aggiungeva anche la paura, l’insicurezza. Io chiedevo solo di essere trattata come una cittadina italiana e questo non avveniva. Ovunque andavo già sapevano chi fossi ancora prima che mi presentassi”.
Altro punto dolente è stato rappresentato dall’iscrizione alla scuola materna del figlio di Incoronata, ancora una volta il sistema tutorio sembra fallire poiché a scuola tutti sanno chi è Gianfranco: il figlio di una persona sottoposta a programma di protezione. Prima che l’iscrizione avvenga trascorrono dei mesi e, una volta superati gli ostacoli formali, ad anno scolastico quasi concluso, il bambino non viene accompagnato all’asilo soltanto dal padre, ma anche da alcuni poliziotti. Con un biglietto da visita del genere il bambino è guardato con diffidenza da tutti, l’idea, ancora una volta sbagliata, è quella di avere a che fare col figlio di un pentito e quindi da tenere lontano. “I ragazzi non riuscivano a socializzare, non riuscivano ad ambientarsi bene, non riuscivano ad avere degli amici con cui uscire al di là della scuola perché la notizia si diffondeva a macchia d’olio e venivano definiti come i figli dei pentiti”. Ad anno scolastico avviato si verifica un brutto episodio che porterà Incoronata a iscrivere Gianfranco in un’altra scuola “ho dovuto cambiargli scuola perché un’insegnante gli ha detto di stare zitto perché figlio di un pentito. [… ] Il cambiamento non è stato però rapido come io mi aspettavo: sono passati tre mesi prima che potesse frequentare la nuova scuola”.
Ma questo non è stato l’unico problema che Incoronata ha dovuto affrontare, infatti Gianfranco frequenta la scuola elementare col cognome di copertura (Manfredi), quando arriva il momento dell’iscrizione alla scuola media il mancato completamento del cambio delle generalità e la mancata proroga del programma di protezione costringono ad adoperare il cognome originario. Ma come si fa a iscrivere nei registri della scuola media Gianfranco Nero, se la scuola elementare è stata frequentata da Gianfranco Manfredi? La risposta, sconcertante, provenuta dal ministero dell’Interno è stata quella di iscrivere col nome originario un ragazzo di undici anni alla scuola elementare. La condizione dei figli di un testimone di giustizia è estremamente delicata, a parte la scuola, che comunque rappresenta il problema principale, l’anormalità si riflette nella vita quotidiana: non si possono invitare i nonni il giorno del compleanno, così come per le altre festività, non si possono invitare i compagni o gli amici a causa dell’isolamento a cui sono costretti; è un’infanzia negata, privata della spensieratezza che la dovrebbe caratterizzare e, come ci ha raccontato Incoronata, sostituita da frequenti incubi notturni purtroppo ancora oggi presenti. In particolare è traumatico per un bambino dover cambiare il proprio cognome, tratto essenziale di identificazione, per cui “ho dovuto spiegargli io che non doveva più dire di chiamarsi Gianfranco Nero, ma Gianfranco Manfredi. Gli ho fatto una violenza psicologica; risultato? Tutte le notti si svegliava terrorizzato, aveva incubi atroci e urlava in un modo spaventoso. Nonostante questo non avevo nessun aiuto da nessuno, nessun sostegno psicologico. L’unico aiuto che ho avuto è stato quello di una dottoressa che si è prestata per molti anni ad aiutarci senza chiederci nessun compenso. [… ] Ho sviluppato io delle capacità di aiuto nei suoi confronti e comunque gli è rimasta in sé quella rabbia, tuttora ha degli attacchi di panico e la notte, nonostante abbia 19 anni, lo sento spesso urlare. Per Valeria era normale essere circondata dalla polizia, aveva come punto di riferimento proprio questa, per lei era normale non avere nonni e zii. Ricordo un episodio di quando aveva 5 anni: doveva mascherarsi per la festa di carnevale alla scuola materna, ma io non potevo comperarle il vestito e glielo dissi, la sua risposta fu quella di rivolgermi alla Digos perché è lei che pensa a tutto. La normalità sua era questa, noi non eravamo nulla e questo feriva e ferisce ancora. Al momento della fuoriuscita dal programma per lei è stato più difficile accettare di non chiamarsi più Manfredi, come difficile è stato accettare di doverci muovere da soli”.
Dopo Pistoia la famiglia Nero è stata trasferita in Lombardia, dove vi è rimasta per circa sei mesi e prima della fuoriuscita dal programma di protezione, avvenuta nel 2002, hanno vissuto in un’altra località per un anno e mezzo.
Adesso Incoronata vive con i suoi due figli e cercano di condurre una vita normale, il sorriso è da poco riaffiorato sulle loro labbra.

Il caso Antonino Miceli

Nino Miceli (14) è un commerciante di automobili a Gela: è un concessionario della Lancia, ha un’azienda in crescita, nel 1992 raggiunge un fatturato di quattro miliardi e mezzo, con dieci dipendenti. Riceve quindi “le attenzioni” del racket, ma denuncia (15) i suoi estorsori per cui iniziano una serie di attentati e intimidazioni che lo portano ad essere ammesso al programma di protezione. Il primo impatto traumatico per Miceli col sistema di protezione arriva quando alcuni funzionari del Servizio gli sottopongono il cosiddetto “contratto” con lo Stato, che, al primo articolo (16) del codice di comportamento da rispettare per essere ammessi al programma di protezione, stabilisce che il soggetto “si impegna a non commettere reati”. E’ una clausola che umilia il testimone di giustizia poiché si sente assimilato alla “categoria dei pentiti”. Miceli è una persona onesta che rischia la vita perché ha il coraggio di non piegarsi alle estorsioni, grazie alla sua testimonianza viene scardinata un’organizzazione criminale dedita al racket e lo Stato cosa pretende da lui? La promessa scritta che non delinquerà: sembra fuori da ogni logica di buon senso.
Il “caso Miceli” è interessante rispetto agli altri, perché rappresenta l’esempio di un ingresso, di una permanenza all’interno del sistema di protezione e di una fuoriuscita da esso positiva, infatti nel 1997 è uscito dal programma con le nuove generalità e, nel complesso, si può ritenere che il suo reinserimento (17) sociale sia avvenuto. Oggi ha una nuova attività imprenditoriale, resa possibile grazie al finanziamento stanziato dalla Commissione centrale che ha valutato positivamente la sua proposta, ma il suo attuale tenore di vita è ben lontano da quello antecedente al suo ingresso nel programma di protezione, il reddito che percepisce è notevolmente inferiore del suo fatturato in qualità di concessionario Lancia: il bilancio economico della sua ribellione al racket non è positivo.

 

Giuseppe Carini e il suo programma di protezione

La vicenda del testimone di giustizia Giuseppe Carini è singolare perché non è stato una vittima che ha denunciato i suoi estorsori, come nel caso di Antonino Miceli e di altri ma è il risultato di un percorso interiore che ha vissuto in quanto come sostiene lui (18) stesso: “sono nato in un ambiente dove respiravo aria mafiosa… con la voglia di diventare uno di loro”. La chiave di volta è data dall’arrivo a Brancaccio, il quartiere di Palermo dove abitava Giuseppe, di don Puglisi e dall’incontro con quest’ultimo. Così lo descrive il nostro intervistato: “e quindi conobbi questo prete, questo padre Puglisi il quale mi chiese se potevo impegnarmi nelle attività sportive con i ragazzi. Non c’erano dei luoghi dove far giocare i bambini, non c’era una campo di calcetto, una struttura sportiva per loro. Mi chiese se potevo farli giocare nel salone parrocchiale. Io inizialmente accampai delle scuse dicendo: -ma no, ho da fare, sono uno studente in medicina, ho degli impegni con i miei amici-, che poi i miei amici erano quelli che ruotavano intorno al mondo di Cosa Nostra come ti dicevo. Poi però alla fine accettai, accettai per un’ora a settimana. E fu così che mi fregò, diciamo”. Sarà proprio l’uccisione di don Puglisi, avvenuta il 15 settembre del 1993, a determinare in Giuseppe la volontà di rendere testimonianza circa i mandanti e gli esecutori di tale assassinio. Facciamo ricorso ancora alle sue parole: “quindi la mia scelta di continuare a stare a Brancaccio e a continuare il lavoro con più determinazione era anche un modo per onorare la sua morte. Credo che il modo per onorarlo meglio era di continuare quel cammino che ho intrapreso con lui, quel cammino che poi alla fine è sfociato nella scelta di collaborazione con la magistratura, una scelta quasi automatica, naturale ecco. Non è stata forzata, quindi naturale. Evidentemente il mio percorso di vita doveva essere questo. Perché devi sapere che io prima e dopo l’omicidio di Padre Puglisi avevo un piede qui e un piede là; io continuavo a frequentare la parrocchia e però continuavo a frequentare anche queste amicizie con queste altre persone. Ero confuso, avevo un profondo disagio”.
Il programma di protezione ha inizio (19) nell’aprile del 1995 e, dopo aver trascorso un paio di mesi all’interno di una caserma a Palermo, “mi portarono in questa caserma di polizia e rimasi lì quasi due mesi, anzi forse più di due mesi. Non avvisai i miei genitori, né la Procura né la Questura dissero ai miei genitori che non sarei mai più tornato a casa. Infatti i miei familiari furono avvisati da un sacerdote che li chiamò in parrocchia e gli raccontò la storia. I miei familiari comunque non hanno mai avuto alcun contatto col Ministero dell’Interno, nessuno. E qui la cosa lascia un po’ a desiderare. Rimasi chiuso per 60 giorni in questa caserma perché, ma questo l’ho saputo qualche annetto dopo, erano sorti dei problemi tra la Procura della Repubblica e la Prefettura (20) credo. Credo che ci fosse stato un problema su chi era deputato a formulare la richiesta di applicazione di programma di protezione, se il Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza oppure la Procura della Repubblica. Di fatto loro discutevano e io rimasi chiuso due mesi in una caserma, senza uscire. E non è stato per niente facile. Dopodiché, quando queste difficoltà burocratiche furono superate, mi fecero partire per una località protetta”. Viene, quindi, condotto a Firenze e portato in un residence, frequentato da collaboratori di giustizia e quindi anche lui, come abbiamo visto essere accaduto per la famiglia Nero, viene confuso per uno di loro. I disagi vissuti e le problematiche raccontateci si sovrappongono in parte con quelle già esposte per gli altri testimoni di giustizia, in particolare Carini ha sempre lottato per poter proseguire i suoi studi universitari di medicina.

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