Claudio Fava: “Togliere i beni alla mafia significa togliere consenso ai criminali”

Il Fatto Quotidiano

Claudio Fava: “Togliere i beni alla mafia significa togliere consenso ai criminali”

Il presidente della commissione Antimafia siciliana: “La Regione non collabora con i piccoli comuni nella gestione dei beni sottratti alle cosche”

di Saul Caia | 22 APRILE 2021

Frustrazione e turbamento”. Sono gli stati d’animo della società siciliana, uscita per l’ennesima volta sconfitta, dalla lotta al malaffare e alla malagiustizia. È uno dei passaggi con cui i giudici del Tribunale di Caltanissetta hanno motivato la condanna in primo grado (8 anni e 6 mesi) all’ex magistrata Silvana Saguto, per la “grave distorsione delle funzioni” quando era presidente della Sezione Misure di Prevenzione di Palermo, compiendo “affari illeciti nella gestione dei beni confiscati alle mafie”.

Il “mancato riscatto sociale” dell’isola, scrivono i giudici, sarebbe “potuto derivare dalla corretta gestione dei beni” sottratti ai boss, e alla “loro assegnazione anche alla Regione stessa per finalità sociali”. Un danno d’immagine subito anche dalla città di Palermo, che “da anni ormai persegue una politica di lotta alla mafia, ha perso inevitabilmente di credibilità”, proprio a causa di quegli uomini di Stato che avevano il “compito di svolgere attività antimafia ed invece, ha finito per rendere, almeno in parte, vani tutti gli sforzi compiuti dall’amministrazione comunale per scrollarsi di dosso l’etichetta di capitale del potere mafioso”.

La Sicilia che lotta alla mafia, deve anche fronteggiare la lotta agli apparati corrotti del suo stesso Stato. Partendo da questo incipit, questa settimana abbiamo intervistato il presidente della commissione Antimafia siciliana Claudio Fava, che insieme agli altri componenti della commissione ha stilato già sei relazioni, tra cui quella sul “sistema Montante” e quella proprio sui beni confiscati alla mafia.
È reale il palese sconforto che c’è tra i siciliani per il mancato riscatto sociale dovuto al riutilizzo dei beni confiscati?
Credo sia frustante che la legge Rognoni-La Torre sia stata in parte svuotata del suo significato più profondo, che non era solo la sanzione nei confronti dei mafiosi, quanto la riappropriazione di ciò che dalle mafie ci è stato tolto. Penso che abbia mortificato lo spirito di questa legge, il mancato utilizzo del bene, la capacità di farla diventare ricchezza sociale e di restituirla alla collettività, al contrario sarebbe stata la più grande vittoria nella lotta alle mafie.

Nel corso delle vostre audizioni, Giulio Campo dell’Agesci spiega che “da fastidio l’aiuto ai ragazzi a riscattarsi”, cioè quando si gestisce in modo positivo un bene, le mafie ne risentono.

Perché crea consenso, non solo toccando il loro core business, ma soprattutto perché togli loro il consenso nel territorio, facendo capire che esiste un’altra vita e un’altra possibilità. È la ragione dell’omicidio di Pino Puglisi, dove in un quartiere in cui i figli devono seguire il percorso dei padri, lui insegnava ai ragazzini una teologia della liberazione, per non uniformarsi al destino dei padri. E quando tu, attraverso le associazioni fai un lavoro di questo tipo, che passa anche attraverso i figli di mafiosi, è chiaro che li riscatti in termini di consenso e prospettiva. Non è solo un fatto economico, ma si determina uno scontro di civiltà e cultura, forse questo non è sempre stato chiaro, è il significato che sta dentro la corretta gestione dei beni confiscati alle mafie.

Negli ultimi anni l’isola è stata il palcoscenico di grandi scandali, che hanno travolto apparati dello Stato, dalle forze di polizia alla giustizia, basti pensare ai casi Amara, Montante e infine Saguto. Quanto è difficile agli occhi dei siciliani continuare a credere nella giustizia e nella possibilità di riscatto?

Ognuno di questi fallimenti non è solo un’occasione persa, ma anche un viatico verso la rassegnazione e l’abitudine di ritenersi sempre figli di un Dio minore. Il caso della Saguto è un fatto grave, ma per fortuna un episodio limitato, non penso che i giudici dei tribunali delle misure di prevenzione abbiano fatto negli anni quello che ha fatto la Saguto, né che gli amministratori giudiziari siano tutti opportunisti spregiudicati come quelli dell’inchiesta. Credo che per riscattare questa terra serva toglierle ogni giustificazione, ogni pretesto di vittimismo, che favorisce il bisogno di non crederci più per sentirsi liberi di qualsiasi compromesso e qualsiasi furbizia.

Le inchieste giudiziarie hanno mostrato che esistono gli anticorpi, portato alle condanne, ma sembra non bastare.

Soprattutto attribuisci una funzione salvifica, onnipotente, alla magistratura. È sbagliato, intanto perché la magistratura anch’essa è soggetta ad eccessi ed errori, e poi perché il suo intervento è quasi sempre ex post, ed è soltanto su un crinale preciso che è quello delle leggi. Ci dovrebbe essere un intervento della comunità, in termini di attenzione civile e culturale alle cose che accadono, che sia capace di prevenirle, di valutarle, di giudicarle di metterle da parte, prima della magistratura e a prescindere dalla magistratura. È questo spesso non c’è stato, perché si è creato negli anni una sorta di delega virtuale: è male cioè che è definito tale da un processo. E in attesa del processo siamo disposti a tollerare qualsiasi cosa. Arbitri della soglia di tolleranza morale, sono le inchieste giudiziarie. È un errore, una delega che ci priva di senso di responsabilità, e soprattutto attribuisce alla magistratura una responsabilità che non le compete. Il senso morale dei comportamenti non può essere giudicato soltanto con il codice penale.

Nelle conclusioni della vostra relazione fate diverse proposte, come un piano e un osservatorio regionale sui beni.

Manca il ruolo della Regione, la sua funzione di cabina di regia e di ente politico di riferimento. Spesso i piccoli comuni ereditano la confisca di grandi beni, per esempio villaggi turistici che risiedono in quel determinato territorio, ma è chiaro che una simile situazione non si può affrontare con i pochi mezzi di un’amministrazione comunale di periferia. La Regione doveva fungere da cinghia di trasmissione tra l’agenzia dei beni confiscati (Anbsc), prefetture e i comuni, essere un luogo di mappatura, monitoraggio, di sollecitazione. Creare un fondo finanziario da mettere a disposizione degli investimenti sui beni confiscati e recuperarne la fruibilità.

Anche perché l’aspetto economico è alla base della ripresa o fallimento delle aziende confiscate
Servirebbe intervenire sul circuito bancario, creare dei fondi, oggi le uniche aziende che si sono salvate sono quelle che sono ricorse a Banca Etica. Perché il circuito bancario deve essere così refrattario, non deve avere anche una responsabilità sociale. Il rating delle aziende confiscate è bassissimo, finché appartiene al mafioso la banca si fida, quando appartiene allo Stato non si fida più. Servirebbe una direzione politica, mettendo attorno al tema dei beni confiscati tutti gli
stakeholders, e non separatamente agenzia, misure di sorveglianza e amministratore giudiziari. Ma farla diventare una grande questione nazionale.

 

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