Centro-nord: dove comandano le mafie

Camorra e ‘ndrangheta, soprattutto, si espandono in territori considerati fino a ieri sconosciuti. Di mafia al Nord si è parlato molto di recente e le operazioni di polizia degli ultimi mesi hanno dimostrato che si tratta di una realtà radicata. L’ultima relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia ha descritto questa penetrazione. Anche regioni apparentemente poco appetibili per le cosche però sono ormai coinvolte.

Emilia Romagna
Qui la ‘ndrangheta ha “colonie” potenti e si è affiancata alla camorra, Casalesi in testa. Le cosche sono attive nelle province di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma, dove il clan dei Grande Aracri ha una presenza stabile e dove vivono persone riconducibili alle ‘ndrine dei Barbaro, degli Strangio, dei Nirta e dei Bellocco. Anche nelle altre province della regione, come Ferrara, Forlì, Piacenza, ci sono stati tentativi di espansione da parte della mafia. Scrive la Dia che in una regione che è tra le più ricche d’Italia si moltiplicano “i rischi di inquinamento dell’economia legale”, la mafia ha “parzialmente ma visibilmente” messo da parte i metodi “criminali aggressivi”, per creare “vere e proprie holding imprenditoriali”. Più che un’infiltrazione sarebbe una vera fusione con l’economia regionale, grazie a cui i clan sono costantemente “in grado di aggiudicarsi gli appalti ed acquisire le concessioni”. A Rimini le cosche crotonesi “mantengono il controllo di bische clandestine, estorsioni, usura e traffico di stupefacenti”.

Liguria Nella regione, spiega ancora la Dia, “è tradizionalmente radicata la presenza di note espansioni di ‘ndrine a Genova, nel ponente ligure e nella riviera di levante”. Traffico di stupefacenti, estorsioni, usura, gioco d’azzardo, controllo dei locali notturni per lo sfruttamento della prostituzione “costituiscono i maggiori settori dell’arricchimento” per le cosche e “non meno importante è la significativa presenza, attraverso capitali di incerta provenienza, nei campi dell’imprenditoria edile e dello smaltimento dei rifiuti”. “In Liguria non amministrano i liguri, amministriamo noi calabresi”, giurava il boss Mimmo Gangemi durante un raduno con altri capi cosca nelle campagne del Reggino. Mentre Armando Spataro, procuratore aggiunto a Milano, ha definito la Liguria “prima porta della ‘ndrangheta al Nord”.

Piemonte La Dia ha rilevato “una qualificata presenza di soggetti riconducibili alle ‘ndrine del vibonese, della locride, dell’area ionica e tirrenica della provincia di Reggio Calabria”, i clan calabresi “attraverso imprese controllate” fanno affari prevalentemente nel settore degli appalti pubblici dove, spesso, operano attraverso i subappalti. Un altro “settore primario” dei gruppi ‘ndranghetisti presenti in Regione è rappresentato dal traffico di droga. Tra le operazioni portate a termine nel primo semestre del 2010 la Direzione investigativa antimafia ricorda il sequestro di beni a due fratelli residenti a Tortona, figli di un noto esponente della ‘ndrangheta reggina ucciso nell’ambito della faida che negli anni ‘70 contrappose i Facchineri ai Raso-Albanese-Gullace.

Veneto L’attenzione delle mafie sulla regione ai primi posti della produttività del Paese è inevitabile. La Dia ha registrato “segnali di interesse” della ‘ndrangheta in Veneto verso i settori dell’economia locale e “una significativa incidenza percentuale delle segnalazioni per operazioni finanziarie sospette”, tanto da indurre gli inquirenti a intensificare i controlli.

Lombardia La regione è al centro dell’interesse di chi si occupa di mafia al Nord e lo scorso luglio l’operazione “Il Crimine”, con 300 arresti tra Calabria e Lombardia, ha definito chiaramente il contesto. Secondo la Dia, la ‘ndrangheta “interagisce con gli ambienti imprenditoriali lombardi” e c’è “il coinvolgimento di alcuni personaggi, rappresentati da pubblici amministratori locali e tecnici del settore che, mantenendo fede ad impegni assunti con talune significative componenti organicamente inserite nelle cosche, hanno agevolato l’assegnazione di appalti e assestato oblique vicende amministrative”. Per penetrare nel tessuto sociale, le cosche, che in Lombardia godono di una certa autonomia ma dipendono sempre dalla regione d’origine, favorite da “una serie di fattori ambientali”, consolidano la “mafia imprenditrice calabrese” che con “propri e sfuggenti cartelli d’imprese” si infiltra nel “sistema degli appalti pubblici, nel combinato settore del movimento terra e in alcuni segmenti dell’edilizia privata”.

La penetrazione nel sistema legale dell’area lombarda, è favorita, dice la Direzione investigativa antimafia, da “nuove e sfuggenti tecniche di infiltrazione, che hanno sostituito le capacità di intimidazione con due nuovi fattori condizionanti: il ricorso al massimo ribasso” nelle gare d’appalto e la “decisiva importanza contrattuale attribuita ai fattori temporali molto ristretti per la conclusione delle opere”. La Dia ha anche chiesto “un razionale programma di prevenzione” che consenta di bloccare le possibili infiltrazioni della ‘ndrangheta “in previsione delle opere previste per l’Expo 2015”. La Direzione auspica che l’azione dello Stato “coinvolga non solo le autorità istituzionalmente deputate alla vigilanza, ma anche tutti i soggetti a vario titolo coinvolti e consenta di individuare per tempo eventuali criticità”. Il cosiddetto “ciclo degli inerti”, la cantieristica e la logistica collegata, la manodopera e le bonifiche ambientali “costituiscono i settori maggiormente esposti al rischio di infiltrazione dell’intero indotto che si muove attorno alle grandi opere, agli appalti pubblici e privati”. Gli esperti del Viminale concludono che “il condizionamento ambientale” della ‘ndrangheta su parte dell’economia lombarda, va inteso come “partecipazione ormai pacificamente accettata di società riconducibili ai cartelli calabresi a determinati segmenti, in espansione, del settore edile, sia pubblico che privato”.

Toscana La Direzione investigativa antimafia avverte che la regione è diventata “territorio di elezione di alcune qualificate propaggini della ‘ndrangheta” e per quanto riguarda il tessuto socio economico ed imprenditoriale invita a “una realistica presa d’atto sulla rinnovata pericolosità delle presenze di elementi riconducibili alle cosche mafiose calabresi”, sull’aumento delle estorsioni e sugli intrecci societari e investimenti di provenienza criminale. Il procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, ha spiegato che “se per infiltrazioni mafiose in Toscana si intende una presa di possesso del territorio, devo dire che non è così. Ma è ovvio che trattandosi di una regione con un tessuto denso di attività imprenditoriali, queste diventano appetibili per la criminalità organizzata. Indaghiamo sul trasferimento in Toscana di procedure, criteri, capitali delle mafie tradizionali di cui, però, questo non è territorio di elezione”.

Lazio Secondo un rapporto della Confesercenti regionale, nel Lazio più di un commerciante su tre è stato vittima di usura, il centro storico romano, le sue attività imprenditoriali, i locali e i negozi sono il terreno scelto dalla ‘ndrangheta per fare affari, mentre centri commerciali e ipermercati della periferia sono un’esclusiva della camorra. Ma le infiltrazioni mafiose negli appalti e nelle altre attività economiche della regione non sono una novità. Il procuratore capo di Tivoli Luigi De Ficchy ha sottolineato che da più di trent’anni la ‘ndragheta investe nella capitale e che “le infiltrazioni mafiose si possono definire invisibili perché non si palesano con fatti di sangue, ma con investimenti, riciclaggio e usura”.

Molise L’attenzione, anche mediatica, sulla nuova emergenza rifiuti in Campania ha costretto la camorra a spostare il traffico illecito di rifiuti tossici su un altro fronte, quello molisano. Se ne è occupata di recente anche la giornalista del Mattino, minacciata di morte dalla mafia, Rosaria Capacchione, che scrive: “Si sono trasferiti in Molise gli eco mafiosi collegati al clan dei Casalesi, gli uomini che hanno gestito il trasporto dei rifiuti tossici fino alle discariche, ormai sequestrate e inagibili, di Giugliano, Licola, Parete. Operano soprattutto in provincia di Isernia, non disdegnano quella di Campobasso dove corteggiano due impianti autorizzati dalla Regione: la discarica di Montavano e il depuratore Cosib di Termoli”. Dietro, un business molto redditizio per chi trasporta il percolato

(Tratto da Panorama.it)

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