Catanzaro, l’impero da 100 milioni di Citrigno sequestrato (e dissequestrato) in meno di un anno a forza di mazzette. Il ruolo di Valea

Catanzaro, l’impero da 100 milioni di Citrigno sequestrato (e dissequestrato) in meno di un anno a forza di mazzette. Il ruolo di Valea

Da Iacchite -1 Marzo 2022Oggi ci interessiamo di dissequestri “clamorosi” resi possibili dal sistema di corruzione che ha dominato incontrastato per anni la Corte d’Appello e il Tribunale del Riesame di Catanzaro, nelle quali sguazzano magistrati pronti a vendersi in cambio di corpose mazzette. Non solo sentenze, dunque, ma anche e forse soprattutto dissequestri di beni. Tanti beni, per decine e decine di milioni. Con un dominus incontrastato, il presidente del Riesame Giuseppe Valea, che avendo sentito puzza di bruciato ha avuto tutto il tempo di farsi trasferire a Milano mentre solo l’estate scorsa è arrivata per lui una tardiva interdizione e sono scattate le perquisizioni nei suoi uffici. Per riannodare i fili del discorso la “Bibbia” è l’articolo di Giovanni Tizian su “Domani” del 17 dicembre 2020, ripreso in parte anche da PresaDiretta di Riccardo Iacona del 15 marzo 2021.

Nell’articolo si parlava del dissequestro dei beni del gruppo imprenditoriale Perri, noti imprenditori lametini proprietari di centri commerciali, sospettati in passato di legami con i clan. Beni che sono stati nuovamente e clamorosamente sequestrati dalla Dda proprio qualche giorno fa.

Tra gli avvocati che hanno gestito il caso c’è il mitico Salvatore Staiano, il legale di Giancarlo Pittelli tanto per intenderci, “in ottimi rapporti” con il presidente del  Tribunale del Riesame. Francesco Saraco, figlio di Antonio, arrestato nell’operazione Genesi, ricostruisce nei dettagli la vicenda Perri anche sulla base delle confidenze ricevute dal commercialista di Cosenza Claudio Schiavone “nominato consulente” e di cui “i clienti conoscevano le sue importanti relazioni anche con magistrati”. Insomma, il solito giro, sostiene Saraco, che spiega: “Tornando alla vicenda Perri, Schiavone mi disse che l’avvocato era riuscito a corrompere il giudice… mi disse a chiare lettere che l’esito era stato favorevole in ragione dell’accordo corruttivo e che il Perri aveva pagato il giudice”. Qui non è chiaro se il riferimento è ancora a Valea o a qualche altra toga, forse di grado superiore, per esempio della Cassazione. Al momento su quei nomi c’è un omissis.

Ma il dissequestro più “clamoroso” ed importante, per il quale invece tutti sanno che il punto di riferimento è proprio Giuseppe Valea, è quello di cui ha beneficiato un altro gruppo imprenditoriale, i Citrigno editori e ras delle cliniche private; il capostipite Pietro è stato condannato in via definitiva per usura. “Sempre da Schiavone – afferma Saraco – ho appreso che erano state date somme da detto indagato (Citrigno, ndr) affinché corrompesse”. Corruzione, aggiunge, che sarebbe andata a buon fine. L’accusa dopo la sentenza aveva chiesto il sequestro del patrimonio societario. I Citrigno si sono affidati ad un pool di legali, tra questi troviamo Staiano e tra i consulenti il solito Schiavone. Scelta azzeccata perché alla fine la suprema corte gli ha dato ragione.

Prima ancora era stata la Corte d’Appello di Catanzaro a condividere le tesi difensive. Il presidente che aveva firmato la sentenza è Giancarlo Bianchi, prosciolto in passato dal Csm, che lo doveva giudicare per alcuni rapporti emersi in un’indagine antimafia della procura di Catanzaro. In quell’inchiesta si trovano le tracce dei buoni rapporti tra Bianchi e un avvocato sotto processo per complicità con le cosche, difeso sempre da Staiano: Giancarlo Pittelli. “Non siamo a Milano, a Catanzaro ci conosciamo tutti” risponde Staiano, che in questo caso ha fatto il verso al famoso “Catalano” di arboriana memoria.

A Catanzaro esisteva “un sistema generale di corruzione di magistrati che vedeva come cardini due avvocati… in tale sistema il ruolo essenziale veniva svolto dai consulenti, periti, amministratori, i quali venivano nominati su indicazione degli indicati avvocati”.

Ma per capire meglio di cosa parliamo e di cosa scriveva Giovanni Tizian dobbiamo tornare un po’ indietro con gli anni, esattamente al 30 luglio 2014, quando di prima mattina la Calabria si svegliò con la clamorosa notizia di un sequestro di beni per 100 (cento!) milioni di euro.

Le inquietanti ombre rilevate sull’origine del cospicuo patrimonio (…), unitamente alla pendenza presso il Tribunale di Paola di un procedimento penale per estorsione, hanno indotto gli investigatori della Direzione investigativa antimafia di Catanzaro a ritenere tali obiettivi accadimenti come seri indizi da cui desumere che avesse condotto un tenore di vita superiore alle proprie possibilità economicheÈ quanto affermava la Dia che aveva sequestrato beni del valore di 100 milioni di euro all`imprenditore cosentino Piero Citrigno, oggi 68enne.

Per la Direzione investigativa antimafia, dal «sistematico svolgimento delle suddette attività delittuose, ovviamente remunerative», sono «derivate risorse utili all’acquisizione di una rilevante mole di beni», tra i quali 37 fabbricati, comprese due cliniche, “Villa Adelchi”, a Longobardi, e “Villa Gioiosa”, a Montalto. Tutti beni, ha spiegato la Dia, «riconducibili al noto imprenditore, editore del quotidiano L’Ora della Calabria” (gruppo editoriale oggi fallito, che non era stato comunque colpito dal provvedimento, ndr)».

Citrigno all’epoca era ancora agli arresti domiciliari dopo una condanna in via definitiva a quattro anni e otto mesi di reclusione per il reato di usura aggravata nell’ambito dell’operazione “Twister”, condotta dal magistrato Eugenio Facciolla. Proprio richiamando le risultanze di quell`inchiesta, gli inquirenti sottolineavano «non solo il consolidato e allargato sistema di usura posto in essere dal Citrigno almeno già dagli anni Settanta, ma altresì la contiguità del medesimo ad alcuni esponenti di spicco delle consorterie criminose operanti nel territorio cosentino». E ancora, Citrigno veniva descritto come «soggetto equidistante da entrambi i clan di spicco operanti nel territorio cosentino, che aveva bisogno di protezione a livello delinquenziale, al fine di tutelare le proprie attività imprenditoriali».
Il provvedimento di sequestro era stato emesso dal Tribunale di Cosenza su proposta del direttore della Dia, Arturo De Felice, a seguito di consistenti accertamenti patrimoniali e tenuto conto della 
«pericolosità sociale» di Citrigno, condannato in via definitiva per usura e rinviato a giudizio per altre vicende; «della sproporzione reddituale» e della «presunta origine illecita dei beni basata sulla sproporzione tra i redditi dichiarati e il valore dei beni posseduti anche mediante intestazione fittizia».

Nel dettaglio la confisca riguardava il capitale e l’intero compendio aziendale della Edera srl, dedita alla costruzione e commercializzazione di immobili (leggendari i due piani in più del palazzo a Cosenza, via Pasquale Rossi, ndr), della Meridiana srl con oggetto la realizzazione e gestione di strutture ricettiva alberghiere, ospedali e case di cura, della Riace srl dedita alla costruzione di strutture ricettive, sanitarie e socio-assistenziali, il 100% del capitale sociale del Centro clinico San Vitaliano srl di Catanzaro, struttura sanitaria accreditata dal servizio sanitario calabrese, con circa 35 posti letto per pazienti affetti da patologie neuromuscolari, il 23,33% del capitale sociale della Monachelle srl con sede a Rossano (Cosenza) e dedita a realizzazione e gestione di case di cura, di laboratori, di centri diagnostici, di stabilimenti termali Rsa, il 25% del capitale sociale della San Francesco srl con sede a Cosenza e dedita gestione di strutture pubbliche e private per ogni forma di assistenza riabilitativa per anziani e di tipo socio-assistenziale e il 50% del capitale sociale della Vela Latina srl con sede a Cetraro (Cosenza) e dedita alla gestione, manutenzione, ristrutturazione di immobili.

Infine la confisca ha colpito anche l’85% del capitale sociale della Pieffe Holding srl con sede a Cosenza e dedita all’assunzione e gestione di partecipazioni societarie nonché al controllo di altre società; 35 fabbricati, tra i quali spiccano le cliniche Villa Gioiosa di Montalto Uffugo (Cosenza) e Villa Adelchi di Longobardi (Cosenza), entrambe strutture sanitarie accreditate dal servizio sanitario calabrese, con circa 50 posti letto ciascuna. Oltre ai beni già sottoposti a sequestro, il provvedimento di confisca ha riguardato anche il CENTRO CLINICO ORTENSIA srl” di Cosenza.

La Dia di Catanzaro aveva eseguito puntuali e rigorosi accertamenti che hanno riguardato, per un arco temporale compreso tra il 1988 e il 2011, tutti i beni in qualsiasi modo riconducibili a Citrigno, l’analisi dei bilanci aziendali, una copiosa documentazione bancaria, allo scopo «di documentare la sproporzione del loro valore rispetto al reddito dichiarato e appurarne la provenienza illecita». A rendere ancora più arduo il lavoro degli investigatori – è scritto nel provvedimento di sequestro – si evidenzia che «alcuni immobili, in precedenza di proprietà dei familiari di Citrigno, siano stati successivamente alienati a società pur sempre riconducibili al nucleo familiare del medesimo, e ciò nell’ambito di una fitta trama di partecipazioni societarie chiaramente finalizzate ad evitare la riconducibilità di tali beni proprio al Citrigno…». E ancora: «I componenti la famiglia di Citrigno Pietro hanno sempre dichiarato, almeno fino al 2005, redditi non elevati; tuttavia essi sono risultati possessori di beni immobili e aziende di valore oltremodo rilevante e cospicuo». Per gli investigatori, «mai dal 1981 al 2005 il nucleo familiare Citrigno ha prodotto lecitamente un reddito pari o prossimo al valore dei beni entrati nel suo patrimonio». «POSSIBILI SVILUPPI» I particolari del sequestro erano stati resi noti dal capo sezione della Dia di Catanzaro, Antonio Turi, e dal suo vice, il tenente colonnello, Michele Conte. Incontrando i giornalisti i due ufficiali della Direzione investigativa avevano voluto sottolineare il brillante risultato raggiunto dopo circa un anno e mezzo di indagini. Ma l`inchiesta sarebbe stata tutt`altro che conclusa e gli inquirenti dicevano addirittura che a breve potevano esserci «nuovi sviluppi»… Turi aveva evidenziato che «il provvedimento di sequestro è stato notificato anche alla moglie e ai figli di Citrigno, che sono titolari di alcune delle società sequestrate. Il provvedimento emesso dal tribunale di Cosenza parte dal tratteggiare la figura di Citrigno relativamente alla sua pericolosità sociale. Elemento che emerge dall`inchiesta Twister che lo ha portato ad una condanna definitiva per usura». Conte aveva ricordato che «Citrigno è un imprenditore di un certo spessore con interessi in settori che vanno dall`edilizia, alla sanità all`editoria. La Dia ha alzato il tiro grazie al coraggio e alla dedizione degli operatori e dell`autorità giudiziaria».

Tribunale: “Imprenditore contiguo cosche”

Il provvedimento di confisca di beni per 100 milioni all’imprenditore Pietro Citrigno è stato adottato dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Cosenza dopo che gli stessi beni erano stati sequestrati in due occasioni al termine delle indagini della Dia e su richiesta del direttore della Dia Arturo De Felice. Secondo il Tribunale, Citrigno ha “continuato a tenere comportamenti antisociali e penalmente rilevanti” anche dopo la condanna per usura. Nel provvedimento veniva anche spostato dal 2005 al 2010 il limite temporale per quanto riguarda la sussistenza della pericolosità sociale di Citrigno e dell’illegittima provenienza dei beni acquisiti dall’imprenditore e dai suoi familiari sulla base della sproporzione fra i redditi dichiarati e gli investimenti realizzati. In base alle indagini della Dia, il Tribunale di Cosenza aveva scritto nel provvedimento che dagli atti del procedimento penale “emerge non solo il consolidato ed allargato sistema di usura posto in essere da Citrigno almeno già dagli anni settanta, ma altresì la contiguità (e non già l’intraneità) del medesimo ad alcuni esponenti di spicco delle consorterie criminose operanti nel cosentino”.

Citrigno, secondo il Tribunale, è risultato “soggetto equidistante da entrambi i clan di spicco, che aveva bisogno di protezione a livello delinquenziale, al fine di tutelare le proprie attività imprenditoriali, nonché quale soggetto noto negli ambienti delinquenziali per il suo allargato giro usura”. Inoltre, l’imprenditore, “ha continuato a tenere comportamenti antisociali e penalmente rilevanti anche successivamente alla grave condanna per usura riportata, condotte sempre finalizzati ad ottenere profitti illeciti. Tanto si evince, in particolare, dalla vicenda sottesa al procedimento penale pendente presso il Tribunale di Paola, nell’ambito del quale Citrigno è imputato per estorsione aggravata”. Per il Tribunale, poi, risulta “oltremodo significativa la circostanza che la maggiore sproporzione tra redditi dichiarati od attività economica del proposto ed acquisti effettuati, si collochi proprio negli anni 2000/2002, vale a dire in epoca contestuale od immediatamente successiva alle condotte usurarie giudizialmente acclarate, dato questo che denuncia incontestabilmente la sussistenza di una fiorente e redditizia attività delittuosa, parallela all’attività economica svolta, fonte della maggior parte dei proventi della famiglia Citrigno”.

L’EPILOGO

E invece dopo neanche un anno, il 22 luglio del 2015, Citrigno si compra il processo al Riesame tramite Giuseppe Valea e alla Corte d’Appello tramite Giancarlo Bianchi e gli viene dissequestrato tutto grazie a un pool di faccendieri che è tutto un programma. Si tratta degli avvocati Salvatore Staiano (quello con la messa in piega, l’avvocato di Pittelli, che ha dato spettacolo anche a PresaDiretta), Ugo Celestino (l’avvocato di Nicola Adamo), Sergio Rotundo, Sergio Calabrese (vecchio arnese già protagonista delle porcherie al Tribunale di Cosenza), Gianfranco Giunta, Massimo Lafranca, Raffaele Brescia ed i consulenti Dott. Claudio Schiavone (il famigerato commercialista cosentino compagno di merende di Staiano) e Giuseppe Bilotti. Una cricca ad altissimi livelli.

Il Tribunale del Riesame e la Corte d’Appello di Catanzaro, dunque, riempiti di mazzette, attraverso i corrottissimi magistrati Giuseppe Valea e Giancarlo Bianchi, dispongono il dissequestro dei beni di Pietro Citrigno. Un anno prima, come abbiamo visto, la Dia di Catanzaro gli aveva confiscato beni per 100 milioni di euro. Giusto per ricordare: la confisca riguardava beni già sequestrati nel gennaio del 2014, ai quali si era poi aggiunto anche il centro clinico Ortensia di Cosenza. La Corte d’Appello di Catanzaro aveva improvvisamente riconosciuto la non pericolosità di Citrigno e aveva accolto le tesi del suo pool di faccendieri. Le mazzette erano servite anche a far dissequestrare i beni riconducibili alla sua famiglia. Vi pare possibile tutto questo? Al momento non solo tutto questo è possibile ma Citrigno è uno dei boss indiscussi della sanità privata e sta addirittura per rilevare la ex clinica Tricarico di Belvedere. Almeno fino a quando qualcuno non deciderà di aprire gli occhi.

Fonte:https://www.iacchite.blog/catanzaro-limpero-da-100-milioni-di-citrigno-sequestrato-e-dissequestrato-in-meno-di-un-anno-a-forza-di-mazzette/

 

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