CASTELLAMMARE.OMICIDIO VUOLO.CHIESTI DUE ERGASTOLI.

Castellammare, omicidio Vuolo: chiesti due ergastoli. Sono gli stessi killer del consigliere Gino Tommasino

La Dda di Napoli invoca la condanna più dura per Renato Cavaliere e Catello Romano, 18 anni a Salvatore Belviso ex reggente del clan D’Alessandro ora pentito

di ALESSANDRA STAIANO   .      CASTELLAMMARE DI STABIA

Il corpo di Aldo Vuolo rimase riverso nel negozio d’ortofrutta alla Caperrina dove il pregiudicato cercò di nascondersi per evitare i proiettili. Macabra e paradossale scena: in basso a terra, il cadavere con il rosso sangue che si allargava sul pavimento; in alto sugli scaffali, le uova di Pasqua con gli incarti festosi e colorati. Era il 23 marzo 2009. A cinque anni da quel delitto arrivano per i killer del clan D’Alessandro le richieste di condanna della Dda di Napoli. Pesantissime. Ergastolo per Renato Cavaliere, che materialmente sparò, e Catello Romano, che invece era alla guida dello scooter con cui i sicari si recarono per compiere l’agguato. Diciotto anni per Salvatore Belviso, all’epoca reggente della cosca di Scanzano e ora pentito eccellente della camorra stabiese: oltre che un ruolo direttivo, Sasà partecipò materialmente al raid facendo da palo all’altezza delle “tre porte” alla Caperrina per avvisare i complici della presenza di Vuolo e Michele Spera, che pure doveva essere punito secondo quanto rivelato da Belviso.

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Sono queste le richieste che il pm Claudio Siragusa dell’Antimafia napoletana ha invocato davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Napoli al termine di una requisitoria-fiume durata sette ore, nel corso della quale il magistrato ha ricostruito l’intera stagione di sangue tra il 2008 e il 2010. Per Belviso la richiesta di condanna è più bassa perché tiene conto delle attenuanti previste dalla legge per chi collabora con la giustizia. Sono gli stessi sicari già condannati per l’omicidio del consigliere comunale Gino Tommasino: ergastolo confermato in Appello per Cavaliere e Romano, 18 anni per Belviso che in primo grado aveva incassato 18 anni. Oltre che dell’omicidio di Aldo Vuolo, detto Alduccio ‘o nasone e un passato come narcotrafficante, i tre imputati rispondono anche del tentato omicidio di un passante che assistette per caso al delitto e venne inseguito dai killer in scooter lungo i tornanti di Salita Quisisana. Solo il caso volle che i sicari scivolarono, cadendo e il passante riuscì a evitare i proiettili. Quel rocambolesco inseguimento fece praticamente lasciare la firma sul delitto da almeno uno dei killer. I poliziotti della Scientifica ritrovarono, infatti, tracce di sangue e parte di un’impronta digitale sull’auto parcheggiata contro cui era finito lo scooter dei sicari. L’impronta era di Romano: per rialzarsi dalla caduta si era appoggiato su quell’auto e aveva lasciato il suo segno. Non è certo l’unica prova a carico di quelli che costituivano il gruppo di fuoco del clan D’Alessandro in quell’epoca di sangue, segnata dall’ultima ma intensissima faida scatenata contro coloro che erano considerati “nemici” di Scanzano. A pesare ci sono le parole del super-pentito Salvatore Belviso: Aldo Vuolo doveva essere punito- ha spiegato ai magistrati- a causa di una lite intorno alla fornitura di una partita di droga. Un altro pregiudicato aveva avuto un contrasto con Vuolo per una fornitura di droga che il primo avrebbe voluto prendere “a debito”. Di quella lite Michele Spera andò a parlare con Salvatore Belviso a Scanzano. L’allora reggente rassicurò Spera sul fatto che avrebbe raggiunto lui e Vuolo alla frutteria della Caperrina. Cosa che avvenne, ma non per intervenire in loro favore così come aveva promesso. Era un tranello. Mortale.

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