Castellammare, estorsioni e cocaina colpo ai Cesarano: 20 anni al «profeta»

Il Mattino

Castellammare, estorsioni e cocaina colpo ai Cesarano: 20 anni al «profeta»

Sabato 19 Dicembre 2020

di Dario Sautto

Vent’anni ciascuno per il boss «profeta» e i suoi due uomini di punta. Oltre un secolo di carcere per gli undici imputati del processo «Isaia» al cartello imposto dal clan Cesarano, tra estorsioni e forniture di droga alle piazze di spaccio. Ieri la sentenza di primo grado, al termine del processo celebrato con rito abbreviato al tribunale di Napoli. Gli affari illeciti del clan di «Ponte Persica», quartiere al confine tra Castellammare e Pompei, ruotavano attorno alla figura carismatica di Luigi Di Martino, alias «’o profeta», 59enne fedelissimo del capoclan pluriergastolano Ferdinando Cesarano, che aveva eredito quell’insolito soprannome dal nonno materno.
Appena scarcerato hanno ricostruito gli investigatori della guardia di finanza coordinati dal pm Giuseppe Cimmarotta in un’inchiesta della Dda di Napoli era stato lui a riorganizzare il clan, anche grazie al benestare arrivato direttamente dalla cella al 41-bis dove è detenuto il boss «Nanduccio» Cesarano. Ed ecco che era ripartito il giro di estorsioni da 
Castellammare a Scafati, passando per Pompei e Santa Maria la Carità, con il mercato dei fiori ormai quasi del tutto gestito dal clan Cesarano attraverso la Engy Service, la ditta creata da Di Martino. Mentre le forniture di cocaina per le piazze di spaccio della zona partivano dai broker del clan Contini e finivano anche ai pusher del Salernitano, spesso passando dai depositi a casa di insospettabili custodi o ditte di trasporti dell’area stabiese.

Condannati a vent’anni di carcere Luigi Di Martino, il suo braccio destro Aniello Falanga e l’altro uomo di punta Giovanni Cesarano detto «Nicolino». Associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsioni aggravate, traffico e spaccio di droga sono alcuni dei reati contestati a vario titolo agli imputati del primo stralcio processuale, che ha visto la condanne pesanti anche per altri uomini vicini al capoclan. Quindici anni e mezzo per Claudio Pecoraro, ritenuto il factotum del «profeta», tanto da convocare in prima persona le vittime di estorsione o ritirare le rate del pizzo. In un pizzino sequestrato a «Nicolino» Cesarano e Aniello Falanga, c’era la lista delle vittime del giorno con parole in codice: legno, vetro, spazzatura, latte. Il racket era stato imposto ad alcuni ristoranti all’esterno degli Scavi di Pompei, ad aziende di calcestruzzo, ingrossi del settore alimentare, a ditte specializzate negli impianti di illuminazione, negozi di abbigliamento e scarpe, slot machine, una fabbrica per la lavorazione del legno e un centro medico, e ancora ai «classici» cantieri in strada e addirittura a una ditta impegnata nella ristrutturazione di una chiesa. Condanna pesante anche per l’incensurato Antonio Iezza, pensionato che avrebbe assunto il ruolo di autista del boss, suo coetaneo e vicino di casa.

Tra i fornitori di cocaina spicca il nome di Felice Barra, uno dei narcos dell’Alleanza di Secondigliano per il clan Contini: dodici anni di carcere la pena inflitta. Condannati anche il cugino omonimo del boss, Luigi Di Martino «’o cifrone», che deve scontare otto anni. Nove anni e quattro mesi per Carmine Varriale, che ad un imprenditore stabiese avrebbe provato ad imporre il pizzo dicendo «chi comanda è Ponte Persica». Poco più di sette anni per Francesco Magavero, referente della camorra salernitana alleata dei Cesarano, quattro anni e mezzo per Adelchi Quaranta e due anni e otto mesi di reclusione per Vincenzo Amita, uno dei custodi della droga.

 

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