Caso Siri, l’ombra lunga della mafia

Caso Siri, l’ombra lunga della mafia

Nell’indagine delle procure di Palermo e Roma emerge la ricostruzione di un sistema che mette uomini chiave della Lega al servizio dei complici del padrino

19 APRILE 2019

 

DI GIANLUCA DI FEO

 

Ho il sostegno dell’amico di Castelvetrano”. Una frase che in Sicilia non ha bisogno di spiegazioni: “l’amico di Castelvetrano” è Matteo Messina Denaro, l’ultimo dei grandi capi di Cosa Nostra ancora in libertà. Ed è proprio l’ombra della mafia che si staglia nell’inchiesta contro Armando Siri a rendere questa vicenda fondamentale nel quadro politico nazionale. Nell’indagine delle procure di Palermo e Roma non c’è solo l’accusa di corruzione per avere intascato 30 mila euro, addebito respinto da Siri e su cui si pronunceranno i giudici, ma la ricostruzione di un sistema che mette uomini chiave della Lega al servizio dei complici del padrino. Leggendo le contestazioni dei pm viene infatti da chiedersi: quanti gradi di separazione ci sono tra Messina Denaro e la Lega di potere?

L’inchiesta dei magistrati parte da Vito Nicastri, il re dell’eolico, pregiudicato per corruzione e falso, a cui sono stati sequestrati beni per un miliardo e 300 milioni di euro. Da un anno l’imprenditore è agli arresti domiciliari proprio per i rapporti con il boss latitante. E già nel 2006 — secondo le dichiarazioni dell’ultimo pentito di mafia — Nicastri avrebbe realizzato una speculazione sulle energie rinnovabili con l’appoggio “dell’amico di Castelvetrano”.

Mentre è agli arresti, Nicastri avrebbe sottratto al sequestro diverse aziende diventando il socio ombra di Paolo Arata e di suo figlio Francesco. Arata senior gli avrebbe messo a disposizione “la sua importante rete di rapporti istituzionali” e “lo stretto collegamento con la Lega”. L’altro figlio Federico — non coinvolto nell’istruttoria — si è presentato come lo spin doctor che ha organizzato il primo viaggio statunitense di Matteo Salvini, ottenendo la celebre foto con il futuro presidente Donald Trump e creando il legame con Steve Bannon, l’alfiere mondiale del sovranismo: oggi lavora a Palazzo Chigi nello staff di Giancarlo Giorgetti. Paolo Arata invece nel 2017 ha parlato sul palco della convention di “Noi per Salvini” illustrando il suo programma sul futuro dell’energia. Stando alle intercettazioni, ha poi spinto per la nomina di Armando Siri a sottosegretario ed infine gli avrebbe dato 30 mila euro per ottenere un provvedimento di legge — presentato e poi stralciato — a vantaggio delle aziende del “gruppo Nicastri-Arata”.

Questi gli elementi d’inchiesta, ancora preliminari e quindi soggetti al giudizio del tribunale, che mostrano un reticolo di affari illeciti che unisce il più ricco imprenditore in rapporti con Cosa Nostra e le figure emergenti della nomenklatura leghista. Lo snodo è proprio Armando Siri, che ha ottenuto l’incarico di sottosegretario alle Infrastrutture nonostante abbia patteggiato una condanna per bancarotta: un reato grave, come ha sottolineato ieri il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone. Siri è anche il promotore di quelle regole “sblocca-cantieri”, approvate definitivamente proprio nel giorno in cui veniva accusato della mazzetta da 30 mila euro. Sono norme che lo stesso Cantone ha definito “pericolose”. Permettono di estendere i subappalti al cinquanta per cento ed è questo lo strumento con cui l’imprenditoria mafiosa è riuscita a infiltrarsi nelle opere pubbliche di tutta Italia. Danno la possibilità di assegnare commesse fino a 200 mila euro senza gare: il campo di gioco ideale per chi vince i contratti con le tangenti e non con la competitività. Ma soprattutto riducono al minimo la rete dei controlli, che lo stesso Siri aveva pubblicamente indicato come “una malattia” predicando la necessità di abolire l’Anticorruzione. E chi veniva proposto da Siri come figura modello e come possibile commissario per rilanciare le grandi opere? Paolo Arata: il socio del socio di Messina Denaro, quello che gli avrebbe consegnato i 30 mila euro.

Lo “sblocca-cantieri” è una misura decisiva per le sorti dell’economia, che solo nei prossimi mesi permetterà di investire due miliardi e mezzo di euro. E che nasce mentre le ombre di Cosa Nostra si allungano su chi ha patrocinato queste regole, lasciando il sospetto che l’iniziativa del governo possa essere stata influenzata dagli interessi di quella parte di imprenditoria che da sempre teorizza la necessità di convivere con la mafia — ricordate le frasi del ministro berlusconiano Lunardi? — o che quantomeno lasci le porte aperte ai tentacoli delle cosche. Questo è l’elemento chiave da considerare nel dibattito sulle dimissioni di Armando Siri. Tenerlo “in panchina”, lasciandolo pur senza deleghe al vertice del dicastero che sarà arbitro dell’assegnazione di appalti miliardari, rappresenta una ferita alla credibilità dell’esecutivo: manifesterebbe un opaco calo di tensione sul fronte della legalità e del contrasto alla criminalità organizzata. E in qualche modo renderebbe ancora più assurda la decisione di Matteo Salvini di trascorrere il 25 aprile a Corleone, evitando le celebrazioni del giorno consacrato alla vittoria partigiana contro il nazifascismo. Il leader della Lega ha detto: “La guerra di liberazione la faccio combattendo la mafia”. Si fa un po’ di fatica a credere in queste parole quando è lui a difendere il sottosegretario accusato di portare avanti le istanze dei complici “dell’amico di Castelvetrano”?

 

Fonte:https://rep.repubblica.it

 

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