Caso Matacena, «D’Ascola ha bloccato il trattato di estradizione»

Caso Matacena, «D’Ascola ha bloccato il trattato di estradizione»

Le accuse del “re delle trame” Franco Pazienza. E l’ombra di uno “Stato parallelo” che dai salotti romani ha lavorato anche per salvare Dell’Utri

23 settembre 2018

REGGIO CALABRIA «Sul trattato di estradizione, chi ha spinto per non ratificare è un avvocato di Reggio Calabria che è anche senatore». Se da anni l’ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena può permettersi il lusso di commentare da Dubai ogni passaggio dell’inchiesta che lo vede indagato, alternando piagnistei da perseguitato a minacce di clamorose dichiarazioni, è perché il trattato di estradizione fra Italia ed Emirati Arabi è da tempo arenato nelle secche parlamentari. Ma questo non sarebbe un caso. Al contrario ci sarebbe stata una manina che avrebbe lavorato per bloccare tutto.

LE RIVELAZIONI DELLO SPIONE A fornire l’identikit è Francesco Pazienza, vecchio arnese dei servizi e “re delle trame italiane”, condannato a 13 anni di carcere per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna e per bancarotta nell’inchiesta sul crac del Banco Ambrosiano, ma tirato in ballo nelle indagini sui più grandi misteri italiani. Ascoltato dagli uomini della Dia, Pazienza dà indicazioni molto chiare sul parlamentare che avrebbe avuto il potere di bloccare o quanto meno rallentare l’iter di quel trattato.

IDENTIKIT PRECISO Si tratta – spiega – di un senatore. «Non è uno vecchio, è presidente della commissione Giustizia». Inizialmente fatica a ricordarne il nome, ma dai dettagli che snocciola dimostra di sapere bene di chi stia parlando. «È uno degli avvocati di Matacena» aggiunge prima di riuscire finalmente a ricordare. «È D’Ascola». E poi a sottolineare il concetto ripete «D’Ascola, D’Ascola, D’Ascola, D’Ascola».

LA “SOFFIATA” DELL’AVVOCATO L’informazione a Pazienza sarebbe arrivata da fonte certa. Si tratta di Stefania Franchini, noto avvocato da oltre 27 anni di stanza e in attività negli Emirati. È «uno degli avvocati dell’Emiro, una che parla tutte le lingue» dice con ammirazione Pazienza, che poi aggiunge «ha addirittura la licenza per perorare nelle corti islamiche». Avvocato esperto di norme e procedure emiratine, a detta di Pazienza «è lei che ha preparato il trattato di estradizione» per questo sarebbe stata in grado di conoscere anche gli ostacoli che ne hanno bloccato la ratifica.

GIALLO DIPLOMATICO D’altra parte, Franchini – emerge da una memoria depositata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo nel corso dell’ultima udienza del processo Scajola – avrebbe da tempo anche rapporti con l’ambasciata che ha lavorato a quel trattato. A parlare di lei sotto interrogatorio è Giorgio Starace, ambasciatore italiano negli Emirati, già in carica ai tempi dell’arresto di Matacena. Un episodio su cui lui e l’allora capo dell’Aise ad Abu Dhabu, Paolo Costantini, hanno dato fin dall’inizio dell’indagine due letture in parte divergenti.

LA DENUNCIA DELLO 007 ITALIANO Secondo l’allora capo dell’intelligence italiana negli Emirati, in quell’occasione l’ambasciatore si sarebbe «molto adirato nei suoi confronti, ritenendolo responsabile dell’omessa comunicazione dell’avvenuto arresto». Per Costantini – si legge nella memoria depositata da Lombardo – «il risentimento dell’Ambasciatore Starace non era dettato da doveri istituzionali, ma da “fortissime pressioni” pervenutegli da Roma». Versione respinta al mittente da Starace, come dal console Giovanni Favilli, secondo cui la diplomazia italiana non avrebbe fatto altro che assolvere ai propri doveri istituzionali. In più – ci ha tenuto a precisare Starace – l’ambasciata avrebbe anche seguito da vicino la successiva vicenda relativa all’estradizione.

E LE ACCUSE DELL’AMBASCIATORE Agli investigatori della Dia, l’ambasciatore ha infatti raccontato «di avere avuto contezza dell’esistenza di due richieste di estradizione a carico del Matacena, pervenute al locale ministero della Giustizia, la seconda della quale era riferibile al reato di trasferimento fraudolento di beni, contemplato nell’ordinamento emiratino» e di aver persino segnalato l’anomalia al ministro degli esteri degli Emirati, Al Badi. Per lui, Costantini avrebbe «malinterpretato il suo interessamento» e le sue dichiarazioni sarebbero solo «un attacco personale sia per la sua attività finalizzata alla stipula di accordi di cooperazione giudiziaria italo-emiratina, che per l’impegno profuso per l’accoglimento delle richieste di estradizione nei confronti di Matacena. In più, ci ha tenuto a segnalare Starace, sull’ex capo dell’Aise sarebbe stato obbligato a inviare una segnalazione di notizia di reato a Roma, perché secondo quanto appreso dall’avvocato Franchini, «Costantini chiedeva provvigioni per affari che si sarebbero dovuti concludere a Dubai».

ALL’OMBRA DELLO STATO PARALLELO Versioni diametralmente opposte che tanto Costantini, come Starace potrebbero dover ripetere in aula a Reggio Calabria. Il procuratore aggiunto Lombardo ha chiesto che entrambi siano sentiti al processo Scajola, al pari dello “spione” Francesco Pazienza. Da quando il dibattimento è iniziato le indagini sono andate avanti e con il passare del tempo la latitanza di Matacena ha iniziato ad assumere i contorni di un caso tutto fuorché isolato. Al contrario, secondo quanto ad oggi emerso, il piano di fuga che ha permesso all’ex deputato di sottrarsi ad una condanna per concorso esterno sarebbe opera in un intero sistema di potere. Uno “Stato parallelo” (lo abbiamo raccontato qui) secondo la Dia, che mette insieme mafie, politica nazionale e internazionale, grande imprenditoria (anche di Stato), diplomatici e faccendieri in odor di servizi, con la massoneria a fare da collante e stabile sede nei salotti romani. Uno Stato invisibile che si sarebbe anche occupato di salvare Marcello Dell’Utri.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

 

fonte:https://www.corrieredellacalabria.it

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