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Caso Fondi. Il ruolo del Ministro Maroni e quello della Giustizia di Latina

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Quel legame forte tra Meloni e Fondi

Girando tra le strade strette del centro storico di Fondi può ancora capitare di sentire il profumo intenso della Zavardella. E’ un piatto antico, che i contadini portavano con se, fatto con i resti della cena. Povero, ma profumato. Il centro economico della pianura pontina ha tradizioni profonde, radicate, vive, dove gli affari si fanno con uno sguardo, una battuta in dialetto. E con i nomi. Fino agli anni ’80 sembrava che le storie di malaffare fossero roba lontana, venuta da quella terra cugina oltre il Garigliano. Per i contadini e i piccoli commercianti – che oggi si incontrano davanti al castello, con flussi che seguono le temperature, alla ricerca del clima mite che questa terra tra mare e collina offre con generosità – deve aver pesato come la morte il destino che ha trasformato la piana in terra di mafie e affari da non raccontare.

Le cronache di questi giorni tanto hanno raccontato sulla mafia a Fondi. Ma in pochi solo sussurrano quella galassia di coperture – politiche nel migliore dei casi – e di silenzi che è la vera nemica della splendida terra del sud pontino. E’ stato un tycoon milanese, Silvio Berlusconi, a spiegare ai fondani che qualche ministro ha storto il naso davanti alle 500 pagine del Prefetto Frattasi, fautore della richiesta di scioglimento del consiglio comunale, decisione essenziale per recidere il legame con gli esponenti dei clan calabresi e dei cartelli casalesi venuti qui per investire e ripulire capitali sporchi. I nomi – mai smentiti – dei ministri che puntigliosamente hanno chiesto di rileggere tutte le carte e che avrebbero suggerito al premier la mezza bugia di ferragosto girano già da qualche giorno. Giorgia Meloni, Renato Brunetta e Maurizio Sacconi. Tre nomi legati in qualche maniera a questo territorio, dove i cinquantamila voti che Forza Italia controlla da almeno otto anni sono chiusi a chiave nella cassaforte del fondano più conosciuto, Claudio Fazzone, senatore ed ex poliziotto.

Giorgia Meloni i suoi dubbi non li ha nascosti. A maggio venne a fare campagna elettorale per le europee da queste parti e a Monte San Biagio – paesino a pochi chilometri da Fondi – ha spiegato che forse quella richiesta di scioglimento è eccessiva: “bisogna conoscere bene i fatti, studiare la documentazione e trarne le conclusioni”. Giorgia Meloni, da quando occupa il posto di ministro della gioventù, ha nominato portavoce un militante di An che viene da questa zona, dalla città di Terracina. Si chiama Nicola Procaccini, che ancora oggi risulta essere dirigente nazionale di Azione giovani. Chissà se di Fondi hanno parlato prima del giudizio garantista del ministro.

In casa Procaccini di certo la questione è ben conosciuta. Massimo Procaccini, papà di Nicola, è uno dei legali di Vincenzo Garruzzo, meglio conosciuto con il nome di “Zi’ Vince’”, accusato dalla Dda di Roma di usura aggravata dalle modalità mafiose. A Garruzzo hanno sequestrato un patrimonio incredibile per un anziano signore di una cittadina di provincia: 51 immobili, 7 negozi e 13 terreni agricoli, per un valore complessivo di almeno 20 milioni di euro. Insomma, un cliente importante per il papà del portavoce del ministro Giorgia Meloni. Ma Massimo Procaccini nel mondo giudiziario di Latina era conosciuto soprattutto per la sua funzione di Presidente di sezione penale, che ha lasciato nell’aprile del 2001, poco prima di presentarsi come candidato Sindaco di Forza Italia al comune di Terracina. Una vocazione di famiglia la politica – tutta di centrodestra – visto che la mamma del giovane portavoce, Maria Burani, è stata deputato per tre legislature con Forza Italia. “Ed oggi è molto arrabbiata con Claudio Fazzone che non l’ha fatta ricandidare”, spiega Nicola Procaccini per dimostrare che i suoi legami con il sud pontino poco avrebbero a che fare con la posizione della Meloni. “E chi sarebbe poi Garruzzo?”, chiede, assicurando che suo padre è stato per anni un magistrato stimato, integerrimo.

I ministri “garantisti” che stanno respingendo la tesi che l’economia del sud pontino sia in mano alla criminalità mafiosa, sono in realtà solo gli ultimi protagonisti della difesa a spada tratta della politica accusata di collusione. Per almeno due decenni importanti pezzi delle istituzioni hanno sempre assicurato che Latina era una provincia felice. Tra il 2005 e il 2006 però le cose cambiano. La Dda inizia ad indagare, a chiedere atti, ad intercettare gli intoccabili, quei nomi che tutti conoscevano e temevano. E i Pm Francesco Curcio e Diana De Martino – che hanno condotto le indagini su ‘ndragheta e camorra nel sud del Lazio – hanno cercato anche di spiegarsi quel lunghissimo silenzio giudiziario: “Nella stragrande maggioranza dei casi, si è proceduto, da parte delle diverse autorità giudiziarie di questo Distretto, rubricando la massa dei fatti oggetto d’indagine – in realtà di stampo mafioso – in fatti di criminalità comune”. Ovvero, per tanti anni la tesi era che esisteva una criminalità comune e non la penetrazione delle mafie. Fatti ben conosciuti, tanto che nel marzo del 1996 Carmine Schiavone, il principale collaboratore di giustizia dei casalesi, raccontava in una decina di pagine di verbale buona parte di quello che oggi si ritrova nel rapporto Frattasi, con nomi, fatti e date. Una testimonianza che è stata recuperata per la prima volta nel processo contro il clan Mendico, che si è concluso con l’ergastolo a Michele Zagaria e Ettore Mendico un mese fa.

Oggi sulle possibili “compiacenze” giudiziarie all’interno del Palazzo di giustizia di Latina sta indagando la Procura di Perugia. Mentre i magistrati della Dda cercavano prove su Vincenzo Garruzzo nel corso dell’inchiesta Damasco, i carabinieri hanno segnalato le visite effettuate da un barbiere di Monte San Biagio negli uffici della Procura di Latina. Per telefono gli indagati parlavano di un “amico grande” e un “amico piccolo”, che – secondo gli investigatori – avrebbero passato informazioni riservate, ricevute da un magistrato ancora oggi in servizio. Fondi è un mix esplosivo pronto ad inondare la politica e la cronaca giudiziaria dei prossimi mesi.

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Quel legame forte tra Meloni e Fondi

Il Manifesto, 19 agosto 2009

Andrea Palladino

Girando tra le strade strette del centro storico di Fondi può ancora capitare di sentire il profumo intenso della Zavardella. E’ un piatto antico, che i contadini portavano con se, fatto con i resti della cena. Povero, ma profumato. Il centro economico della pianura pontina ha tradizioni profonde, radicate, vive, dove gli affari si fanno con uno sguardo, una battuta in dialetto. E con i nomi. Fino agli anni ’80 sembrava che le storie di malaffare fossero roba lontana, venuta da quella terra cugina oltre il Garigliano. Per i contadini e i piccoli commercianti – che oggi si incontrano davanti al castello, con flussi che seguono le temperature, alla ricerca del clima mite che questa terra tra mare e collina offre con generosità – deve aver pesato come la morte il destino che ha trasformato la piana in terra di mafie e affari da non raccontare.

Le cronache di questi giorni tanto hanno raccontato sulla mafia a Fondi. Ma in pochi solo sussurrano quella galassia di coperture – politiche nel migliore dei casi – e di silenzi che è la vera nemica della splendida terra del sud pontino. E’ stato un tycoon milanese, Silvio Berlusconi, a spiegare ai fondani che qualche ministro ha storto il naso davanti alle 500 pagine del Prefetto Frattasi, fautore della richiesta di scioglimento del consiglio comunale, decisione essenziale per recidere il legame con gli esponenti dei clan calabresi e dei cartelli casalesi venuti qui per investire e ripulire capitali sporchi. I nomi – mai smentiti – dei ministri che puntigliosamente hanno chiesto di rileggere tutte le carte e che avrebbero suggerito al premier la mezza bugia di ferragosto girano già da qualche giorno. Giorgia Meloni, Renato Brunetta e Maurizio Sacconi. Tre nomi legati in qualche maniera a questo territorio, dove i cinquantamila voti che Forza Italia controlla da almeno otto anni sono chiusi a chiave nella cassaforte del fondano più conosciuto, Claudio Fazzone, senatore ed ex poliziotto.

Giorgia Meloni i suoi dubbi non li ha nascosti. A maggio venne a fare campagna elettorale per le europee da queste parti e a Monte San Biagio – paesino a pochi chilometri da Fondi – ha spiegato che forse quella richiesta di scioglimento è eccessiva: “bisogna conoscere bene i fatti, studiare la documentazione e trarne le conclusioni”. Giorgia Meloni, da quando occupa il posto di ministro della gioventù, ha nominato portavoce un militante di An che viene da questa zona, dalla città di Terracina. Si chiama Nicola Procaccini, che ancora oggi risulta essere dirigente nazionale di Azione giovani. Chissà se di Fondi hanno parlato prima del giudizio garantista del ministro.

In casa Procaccini di certo la questione è ben conosciuta. Massimo Procaccini, papà di Nicola, è uno dei legali di Vincenzo Garruzzo, meglio conosciuto con il nome di “Zi’ Vince’”, accusato dalla Dda di Roma di usura aggravata dalle modalità mafiose. A Garruzzo hanno sequestrato un patrimonio incredibile per un anziano signore di una cittadina di provincia: 51 immobili, 7 negozi e 13 terreni agricoli, per un valore complessivo di almeno 20 milioni di euro. Insomma, un cliente importante per il papà del portavoce del ministro Giorgia Meloni. Ma Massimo Procaccini nel mondo giudiziario di Latina era conosciuto soprattutto per la sua funzione di Presidente di sezione penale, che ha lasciato nell’aprile del 2001, poco prima di presentarsi come candidato Sindaco di Forza Italia al comune di Terracina. Una vocazione di famiglia la politica – tutta di centrodestra – visto che la mamma del giovane portavoce, Maria Burani, è stata deputato per tre legislature con Forza Italia. “Ed oggi è molto arrabbiata con Claudio Fazzone che non l’ha fatta ricandidare”, spiega Nicola Procaccini per dimostrare che i suoi legami con il sud pontino poco avrebbero a che fare con la posizione della Meloni. “E chi sarebbe poi Garruzzo?”, chiede, assicurando che suo padre è stato per anni un magistrato stimato, integerrimo.

I ministri “garantisti” che stanno respingendo la tesi che l’economia del sud pontino sia in mano alla criminalità mafiosa, sono in realtà solo gli ultimi protagonisti della difesa a spada tratta della politica accusata di collusione. Per almeno due decenni importanti pezzi delle istituzioni hanno sempre assicurato che Latina era una provincia felice. Tra il 2005 e il 2006 però le cose cambiano. La Dda inizia ad indagare, a chiedere atti, ad intercettare gli intoccabili, quei nomi che tutti conoscevano e temevano. E i Pm Francesco Curcio e Diana De Martino – che hanno condotto le indagini su ‘ndragheta e camorra nel sud del Lazio – hanno cercato anche di spiegarsi quel lunghissimo silenzio giudiziario: “Nella stragrande maggioranza dei casi, si è proceduto, da parte delle diverse autorità giudiziarie di questo Distretto, rubricando la massa dei fatti oggetto d’indagine – in realtà di stampo mafioso – in fatti di criminalità comune”. Ovvero, per tanti anni la tesi era che esisteva una criminalità comune e non la penetrazione delle mafie. Fatti ben conosciuti, tanto che nel marzo del 1996 Carmine Schiavone, il principale collaboratore di giustizia dei casalesi, raccontava in una decina di pagine di verbale buona parte di quello che oggi si ritrova nel rapporto Frattasi, con nomi, fatti e date. Una testimonianza che è stata recuperata per la prima volta nel processo contro il clan Mendico, che si è concluso con l’ergastolo a Michele Zagaria e Ettore Mendico un mese fa.

Oggi sulle possibili “compiacenze” giudiziarie all’interno del Palazzo di giustizia di Latina sta indagando la Procura di Perugia. Mentre i magistrati della Dda cercavano prove su Vincenzo Garruzzo nel corso dell’inchiesta Damasco, i carabinieri hanno segnalato le visite effettuate da un barbiere di Monte San Biagio negli uffici della Procura di Latina. Per telefono gli indagati parlavano di un “amico grande” e un “amico piccolo”, che – secondo gli investigatori – avrebbero passato informazioni riservate, ricevute da un magistrato ancora oggi in servizio. Fondi è un mix esplosivo pronto ad inondare la politica e la cronaca giudiziaria dei prossimi mesi.


Andrea Palladino
(Tratto da Il Manifesto)