Carmelo, da solo nella provincia “babba”

Carmelo, da solo nella provincia “babba”

di Dino Paternostro

25 Dicembre 2020

Carmelo Battaglia vide la sua ultima alba a 43 anni, la mattina del 24 marzo del 1966. Due colpi di fucile caricato a lupara lo colpirono al petto e cadde bocconi, mentre si recava a dosso di mulo verso l’ex feudo “Foieri”, lungo una trazzera di contrada Santa Caterina, sui Nebrodi, a circa tre chilometri da Tusa, un paesino di cinque mila abitanti in provincia di Messina.

Il delitto svelò l’esistenza di organizzazioni mafiose anche in una zona ritenuta, fino ad allora, immune da questa forma di criminalità organizzata: la provincia “babba” di Messina. Ma, se si tiene conto che proprio lì, già da tempo, si erano verificati gravi fenomeni delittuosi tipici delle zone di mafia (estorsioni, abigeati, danneggiamenti ed attentati) bisognerebbe dire che proprio “babba” quel lembo di Sicilia non era.

«Negli ultimi dieci anni (1956-66), si erano registrati ben 12 omicidi, tutti consumati in un territorio compreso tra i comuni di Mistretta, Tusa, Pettineo e Castel di Lucio, che fu soprannominato il “triangolo della morte”. Dietro questi delitti vi era la “mafia dei pascoli” e le lotte scatenate al suo interno per il controllo dell’economia allevatoria dei Nebrodi. L’assassinio di Carmelo Battaglia, rappresentò, quindi, il tredicesimo anello di una lunga catena di sangue. Ma, a differenza delle altre vittime, il sindacalista era stato assassinato perché si era apertamente, e legalmente, ribellato all’ordine costituito, promuovendo, nel suo paese, un movimento organizzato di contadini e pastori». Sembra storia di oggi, se si pensa che il 18 maggio del 2016 tre colpi di pistola hanno bucato la portiera della macchina blindata, su cui viaggiava il presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, “colpevole” di avere adottato misure drastiche per contrastare la mafia di quella zona della Sicilia.

Carmelo Battaglia era a capo del movimento contadino di Tusa, con l’obiettivo di assicurare un’esistenza più dignitosa ai suoi compaesani, che lavoravano la terra con grandi sacrifici e grande fatica. Ma questo poteva accadere solo eliminando lo sfruttamento a cui da anni i feudatari e i gabelloti mafiosi sottoponevano i contadini. Nel 1945 era al vertice della cooperativa “Risveglio Alesino”, che, insieme ai compagni della cooperativa “San Placido”, di Castel di Lucio, riuscì a sottrarre alla mafia il controllo del feudo “Foieri”.

Una grande vittoria per Carmelo Battaglia, ma non fu la sola. Nelle elezioni amministrative del 22 novembre del ’64, infatti, riuscì a cancellare il predominio della democrazia cristiana e della destra. Al Comune di Tusa si insediarono comunisti e socialisti. Tre assessori erano comunisti e due socialisti. Carmelo Battaglia ebbe l’assessorato al Patrimonio, con competenza anche nel taglio dei boschi del demanio comunale. Un settore dal quale la mafia ha sempre tirato una grossissima fetta di guadagno. Ci volle poco per fare capire ai “padroni” che alcuni provvedimenti di Carmelo Battaglia erano come un bastone tra le gambe.

Carmelo Battaglia era stato tra i soci fondatori della cooperativa agricola “Risveglio Alesino” di Tusa, costituita nel 1945 per partecipare alle lotte per l’assegnazione delle terre incolte, come previsto dai decreti Gullo. Nel 1965, i soci di questa cooperativa e quelli della cooperativa “S. Placido” di Castel di Lucio, con grandi sacrifici ed indebitandosi con le banche, erano riusciti ad acquistare il feudo “Foieri” della baronessa Lipari, esteso 270 ettari. Si dovettero scontrare, però, con il gabelloto Giuseppe Russo, ex vice-sindaco Dc di Sant’Agata di Militello, e col suo sovrastante Biagio Amata, che da tempo gestivano quel feudo e non volevano rassegnarsi all’idea di doverlo lasciare. Pretesero, quindi, che ne fosse ceduta a loro almeno una parte per farvi pascolare i propri animali nella stagione invernale 1965-66.

«Fu proprio nei forti contrasti che sorsero tra la cooperativa “Risveglio Alesino” e questi due personaggi che maturò, quasi sicuramente, il delitto Battaglia». «Gli assassini non si limitarono a sparargli addosso. Vollero che il messaggio mafioso di quella esecuzione fosse chiaro a tutti. Così, sistemarono il cadavere in posizione accovacciata, con le mani dietro la schiena e la faccia appoggiata su di una grossa pietra».

«La mafia aveva mortificato, messo in ginocchio Carmelo Battaglia dopo averlo uccido non avendo potuto piegarlo quando viveva», scrisse Felice Chilanti. «Il delitto – secondo Mario Ovazza, che ha condotto un’interessante inchiesta storico-giornalistica sulla vicenda- ha chiaro il segno dell’odio secolare contro chi è fermo nel perseguimento di pertinaci obiettivi di giustizia e di rigenerazione sociale; la sanguinaria imprecazione contro colui che partecipa più attivamente alla rivolta organizzata dalle masse contro lo sfruttamento e il privilegio, contro chi osa opporsi ad una condizione passiva della miseria siciliana e contribuisce a trasformarla in una carica di lotta sistematica e irrefrenabile; c’è ancora più chiara la volontà primitiva di ammonire, di costringere a desistere chi, continuando a lottare, è protagonista temibile, “pericoloso”, e preferisce non sottrarsi alla vendetta della lupara, sempre possibile, sempre eventuale, come fragorosa ed anonima difesa di un ordine di vergogne sociali da rispettare».

«Carmelo Battaglia, due giorni prima di morire, subì l’oscuro avvertimento di una minaccia. Disse al suo socio Biagio Ardizzone: “Se mi ammazzano, tu mi accompagni al camposanto?”. Era un interrogativo inquietante. Ma è verosimile che fosse il riflesso di un generico presagio di morte? C’era nel fondo del presagio la nozione precisa e oggettiva di pericolo, il sospetto che qualcuno, con tanto di nome e cognome, si preparasse già all’agguato?».

Ardizzone venne arrestato, ma giurò che Battaglia non gli riferì altro che il presagio. E non aggiunse null’altro. Vengono fermati anche un garzone, Giovanni Franco, e Domenico Castagna, un socio della coop Risveglio Alesino, per delle dichiarazioni contraddittorie. Incredibilmente, «le persone fermate, fino a questo punto, sono soltanto dei soci e compagni di Carmelo Battaglia», anche se gli inquirenti dichiararono che «in questo delitto abbiamo un mandante e un sicario». Il segretario della federazione comunista dei Nebrodi, Nino Messina, fu esplicito: «Con l’uccisione del compagno socialista Carmelo Battaglia si è voluto colpire un dirigente del movimento contadino che aveva diretto insieme ai comunisti e ai dirigenti sindacali la lotta per la conquista del feudo Foieri, strappato ai gabelloti Russo e Amata».

Una denuncia con nomi e cognomi, quella «di un uomo “dabbene”, influente e “inteso” notabile, il commendatore Giuseppe Russo di Sant’Agata di Militello», e quella di un «nome oscuro del suo braccio destro, fedele “aiutante di campo” durante tanti anni di ascesa avventurosa, il sovrastante Biagio Amata». Di movente concreto e di persone in carne e ossa parlò il deputato comunista Pancrazio De Pasquale: «Le due cooperative di Tusa e di Castel di Lucio avevano osato acquistare Foieri, un feudo di 270 ettari, per trasformarlo, come stanno facendo, in modo esemplare, con le altre terre in loro possesso. Ma a Foieri c’erano le mandrie del commendatore Giuseppe Russo, del suo braccio destro Amata. “Da Foieri ve ne dovete andare” – disse il gabelloto Russo in tutte le lingue. Lo disse prima offrendo somme di denaro al vicesindaco comunista di Tusa, Giovanni Drago, poi intimorendo apertamente alcuni soci della cooperativa, e infine consumando un grave atto di violenza a scopo intimidatorio: il 7 gennaio scorso, falliti tutti i tentativi, le mandrie di Russo invasero le terre della cooperativa». Carmelo Battaglia e i soci della cooperativa non si fecero intimorire. Chiamarono i carabinieri, denunciarono il pascolo abusivo ed ottennero 500 mila lire di indennizzo dal commendatore Russo. Imposizioni oltraggiose, inaccettabili mortificazioni, per un uomo abituato ad avere tutti ai suoi piedi.

Sull’omicidio Battaglia fece delle scrupolose indagini anche il vice-questore Angelo Mangano, quello che nel 1964 a Corleone aveva arrestato Luciano Liggio. E riuscì a portare alla luce nuovi elementi, che confermarono la tesi di un delitto maturato come reazione mafiosa alla lotta dei contadini di Tusa per la gestione del feudo Foieri.

Il teste Perrone, per esempio, riferì che i mandanti e gli esecutori del delitto Battaglia si riunirono nella casa della vedova Antonia Scirà, dove Biagio Amata aveva larga e facile ospitalità, avendo con lei una relazione amorosa. I poliziotti fermarono Amata, nonostante i tentativi del commendator Russo di farlo scagionare. Ma quando Perrone e gli altri testimoni vennero interrogati dal procuratore della repubblica di Mistretta, presi dal panico, scolorirono le loro precedenti dichiarazioni, fino a ritrattarle. E Biagio Amata venne rilasciato, insieme a Franco, Ardizzone e Castagna. «Da questo momento, la storia del delitto ripiomba nel mistero. A nulla sono valsi i tentativi della polizia e della magistratura inquirente per trovare una spiegazione convincente in altra direzione». Ovviamente, l’omicidio di Carmelo Battaglia e gli altri 12 omicidi consumati precedentemente nel “triangolo della morte” di quella provincia siciliana, allora considerata “babba”, rimasero tutti impuniti.

Carmelo Battaglia era nato a Tusa, in provincia di Messina, nel 1923. Rimase orfano del padre Giacomo a nove mesi. Sposato, aveva avuto una figlia di nome Angela, che all’epoca del delitto aveva 21 anni. E fu proprio Angela a raccontare del padre ad un giovane Vincenzo Consolo, allora giornalista de “L’Ora” che a metà aprile del 1966 si era recato a Tusa.

«Bussai e venne ad aprire una donna in nero. Mi fece strada per uno stretto corridoio celeste che sbucava in una grande stanza celeste. È il celeste, abbagliante per le mosche, latte di calce mischiato con l’azoto. Sei donne tutte nere erano attorno alla ruota della conca: la figlia, la moglie, due sorelle ed altre due parenti di Carmelo. Parlava la giovane figlia, il fazzoletto nero annodato sotto il mento e ancora il velo nero che le scendeva per le spalle, gestiva con le sue mani guantate di nero.

La madre, accanto, non parlava perché muta, muta e paralitica. Solo gli occhi aveva vivi». Raccontò la figlia: «Si, fece il soldato e, finita la guerra, venne a piedi da Trieste. Passò lo Stretto su una barca e, a Messina, prima che attraccassero, si buttò in acqua per toccare prima la Sicilia, ma non sapeva nuotare. Il pescatore calabrese lo dovette afferrare per i capelli per salvarlo. Rideva molto quando raccontava questo. Diceva che allora, a vent’anni, era sventato come un caruso. Sempre l’ha avuta questa idea socialista, ma di più quando tornò dalla guerra. Diceva che i contadini, i bovari sono sempre state malebestie. Sempre a limosinare un palmo di terra o un po’ d’erba al limite del feudo. Ma non parlava molto in casa, aveva le parole giuste, contate. Questa di mia madre era una pena forte che portava in cuore: venti anni che è allogo, un male di nervi.

Partiva alle quattro, alle cinque, secondo la stagione, col mulo, per il feudo. A volte si fermava là e si portava un poco di pasta e una boatta di salsina. Questa volta doveva restarci per due giorni. Si, voglio che si scopra al più presto l’assassino. Voglio conoscerlo. Voglio vedere in faccia questo che insulta i morti, che li mette in ginocchioni. No, neanche i vivi s’insultano. Ma di più i morti, specie se in vita sono stati sempre latini, diritti, cavalieri». «La madre mugolò – scrisse Consolo – e cominciò a piangere. La figlia le prese le mani, se le portò suulle gambe e, tenendovi sopra le sue, si mise a cullargliele…».

Il delitto Battaglia fu l’ultimo capitolo di quella “lunga strage” dei dirigenti sindacali e dei militanti del movimento bracciantile e contadino, che in Sicilia era durata per quasi un secolo. Una strage “al rallentatore”, nel corso della quale furono minacciati, feriti e assassinati decine e decine di dirigenti sindacali e politici, di contadini ed operai, di donne e bambini. Per tanti anni, le classi dirigenti siciliane e nazionali, per negare il concetto stesso di strage, hanno voluto far passare questi delitti “in sequenza” come non collegati tra loro. Un inganno, un tentativo di depistaggio. Nella Sicilia di quegli anni, infatti, vi «fu una vera e propria guerriglia contro i lavoratori, nel cui corso caddero a decine non solo gli attivisti e i dirigenti sindacali, ma quegli elementi che, in qualche modo, solidarizzavano con la lotta popolare contro il feudo», denunciò la Cgil siciliana in un documento presentato alla prima Commissione antimafia nell’ottobre 1963. Appunto, quella “lunga strage”, che finalmente la Regione Siciliana, su proposta dei parlamentari dei Democratici di Sinistra, ha riconosciuto come tale, con l’approvazione della Legge n. 20 del 13 settembre del 1999.

Una legge che, per la prima volta, ha riconosciuto il “filo rosso” che lega tutti i caduti innocenti per mano della mafia nel lungo secondo dopoguerra siciliano, onorandone la memoria, con un contributo finanziario a favore dei familiari. Allora, sembrò un miracolo che l’Assemblea Regionale Siciliana avesse fatto quel passo. Ci aveva già provato 36 anni prima, nel 1963, ma la legge fu impugnata dal Commissario dello Stato. Poi tutto cadde nel dimenticatoio.

Un’ingiustizia nei confronti di tante donne e tanti uomini che, a pugni nudi, armati solo da un’incrollabile fede nell’avvenire, avevano lottato per la libertà e la democrazia in Sicilia. Ma un’ingiustizia anche contro la Sicilia e la sua storia, dove per troppo tempo non hanno trovato posto il movimento contadino e i suoi dirigenti assassinati dalla mafia. Quella legge del 1999, in qualche modo, pose rimedio a tutto questo, ma, ironia della sorte, dimenticò di inserire nell’elenco dei caduti per mano mafiosa proprio il nome di Carmelo Battaglia. Solo successivamente si è riparato al torto, inserendo il suo nome nell’elenco delle vittime innocenti di mafia.

Fonte:https://mafie.blogautore.repubblica.it/


	                    
	                
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