Carceri al collasso

Le patrie galere sono al collasso
Lo spot “piano carceri” propinato dal governo non risolverà il dramma del sovraffollamento in quanto prevede 18000 posti in più entro il 2012 mentre ne servirebbero (almeno) 57000. Il carcere è un’istituzione totale chiusa dove l’assenza di mediazione è sinonimo di assenza di diritto. Ed è la cartina di tornasole dello stato di salute di una democrazia. Promuovere e garantire i diritti di chi è detenuto significa, in ultima istanza, contribuire ad arginare la deriva democratica (e culturale) che dilaga nella nostra società

Oltre il tollerabile. È questo il titolo significativo dell’iniziativa dell’Associazione Antigone del prossimo 30 giugno (ore 10.00, Istituto di studi italo-francesi dell’Università di Roma tre, Piazza Campitelli, Roma).
Le patrie galere sono infatti al collasso, avendo largamente superato il limite della capienza tollerabile. Sono quasi 64.00 i detenuti, più di quelli presenti prima del tanto contestato indulto, contro una capienza regolamentare di circa 43.000 posti. Intanto i detenuti aumentano di 1000 unità al mese, grazie alle leggi riempi carcere (la Bossi-Fini sull’immigrazione, la Fini-Giovanardi sulle droghe e la ex Cirielli sulla recidiva). Visto che in Italia un processo penale dura in media tre-quattro anni, si spiega perché solo ora si subiscono gli effetti inflattivi di quelle tre leggi. E la situazione è destinata a peggiorare non appena entrerà in vigore il reato di clandestinità.

Dunque, lo spot “piano carceri” propinato dal governo non risolverà il dramma del sovraffollamento in quanto prevede 18000 posti in più entro il 2012 mentre ne servirebbero (almeno) 57000.
Intanto i detenuti (il 60% è in attesa di giudizio, presunti innocenti) si preparano a vivere in celle sovraffollate i mesi più afosi dell’anno. L’Italia continua a detenere il 156 posto al mondo per il funzionamento della giustizia, con i suoi tre milioni e mezzo di processi penali pendenti (cinque milioni quelli civili). Ma l’importante per il governo è gettare fumo negli occhi negli italiani, illudere che vi sarà maggiore certezza della pena, maggiore sicurezza.
Così si preferisce continuare ad intervenire con provvedimenti inutili e populisti al posto di dare priorità alla diminuzione delle fattispecie penali. Eppure soltanto tale riduzione può snellire il carico di lavoro dei tribunali e, di conseguenza, migliorare l’efficienza degli stessi.
Così si preferisce continuare a prevedere il carcere come unica modalità (o quasi) di scontare la pena piuttosto che ricorrere maggiormente alle misure alternative alla detenzione carceraria. Eppure le misure restrittive della libertà diverse dal carcere abbattono la recidiva molto più che la pena carceraria. Basti pensare che in Italia, secondo le statistiche del Ministero, reitera il reato il 68% degli ex detenuti, mentre cade nella recidiva il 19% di coloro che hanno usufruito di una misura alternativa.

In questo contesto, l’iniziativa dell’Associazione Antigone del prossimo 30 giugno ha innanzitutto il merito, con la presentazione del VI Rapporto sulle condizioni di detenzione, di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’inefficacia delle politiche securitarie e sulle nefaste conseguenze di tali provvedimenti (anche) nella quotidianità della vita carceraria.
Ma il merito dell’iniziativa è anche quello di proporre in concreto uno strumento di tutela per la garanzia dei diritti dei detenuti: il Difensore civico. Un’autorità garante prevista in quasi tutti i paesi UE ma che in Italia non riesce ad essere istituita. Dopo 10 anni di faticosi tentativi legislativi, l’Associazione Antigone ha deciso di dotarsi di un proprio Difensore civico, Stefano Anastasia, che presenterà la relazione sul primo anno di attività dell’ufficio in compagnia di Mauro Palma (Presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura), Patrizio Gonnella (Presidente Antigone) e Daniela Ronco (curatrice del VI rapporto di Antigone sulle carceri).

Dalla relazione emergono con chiarezza gli effetti negativi del sovraffollamento: celle insalubri, violenze, trasferimenti coatti in luoghi lontani da casa, assenza di progetti educativi. Ma, in chiave costruttiva, emerge anche che laddove il Difensore è intervenuto, nella maggior parte dei casi, il problema è stato risolto o segnalato all’autorità competente. Una goccia nell’oceano che però dimostra l’utilità dell’istituzione di un’Autorità nazionale per la tutela dei diritti dei detenuti. Perché il carcere è un’istituzione totale chiusa dove l’assenza di mediazione è sinonimo di assenza di diritto. E il carcere è la cartina di tornasole dello stato di salute di una democrazia. Promuovere e garantire i diritti di chi è in carcere significa, in ultima istanza, contribuire ad arginare la deriva democratica (e culturale) che dilaga nella nostra società.

Gennaro Santoro (Coordinatore Associazione Antigone)

(Tratto da www.aprileonline.info)

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