Camorra, sparito il dandy dei Casalesi: ordinò l’omicidio di Noviello

Il Mattino

Camorra, sparito il dandy dei Casalesi: ordinò l’omicidio di Noviello

Martedì 5 Gennaio 2021 di Marilù Musto

Lo cercano in Campania, in tutta Italia. Sulla sua testa pende una condanna a 30 anni per omicidio. È armato fino ai denti, probabilmente. Carabinieri e polizia lo inseguono da più di un mese, ma non lo trovano. Intanto, lui può contare su un gruppo di fedelissimi pronti a rimettere insieme i cocci di un clan moribondo. La guerra di camorra potrebbe scoppiare da un momento all’altro, nel casertano. Francesco Cirillo alias Coscialiscia, conosciuto dalla malavita di Casal di Principe come Pasqualino, è irreperibile dal 20 novembre 2020. Magro, capelli a spazzola, camicia sempre con colletto alzato: Francesco «Pasqualino» è il dandy del gruppo dei Casalesi, sempre di lato al clan e mai di fronte. Ma pericoloso ugualmente. In venti anni di storia criminale ha indossato prima la maschera di estorsore, poi quella del cugino del killer; infine, quella di pianificatore di un assassinio.

Negli annali della storia criminale spunta spesso il nome del cugino, Alessandro Cirillo O’sergente, braccio armato di Giuseppe Setola, con all’attivo almeno 18 omicidi. Poche volte il suo. Di sicuro, per i giudici, ha partecipato all’omicidio di Domenico Noviello, titolare di un’autoscuola di Castel Volturno ammazzato per aver denunciato lui e un altro affiliato nel 2001. Ma il ruolo di Francesco Cirillo non è mai stato di primo piano: voleva farla pagare a Noviello e al figlio Massimiliano che si erano «imbottiti» di microspie per incastrarlo e farlo arrestare, 20 anni fa. E così, dopo il fermo nel 2001 e la condanna a 7 anni poi scontata, era uscito dal carcere nel 2008 rifugiandosi a Giugliano. Aveva trovato un’officina-rifugio per i killer dopo la spedizione contro l’imprenditore a Baia Verde. Ma quel posto poi fu ritenuto non sicuro da Massimo Alfiero, suo capo. 

Fu proprio Setola, killer dell’ultima ora, in un momento di «collaborazione», a raccontare al magistrato Alessandro Milita le fasi successive al delitto: «Massimo Alfiero mi disse che avevano festeggiato il delitto di Noviello con Francesco Cirillo che aveva stappato una bottiglia di Champagne. Questa era un’usanza del clan dei Casalesi». Le feste piacciono a Cirillo. Il carcere un po’ meno. Lo dimostra la sua condanna definitiva a 30 anni, arrivata il 19 novembre. Il giorno dopo era già un fantasma. Se ne sono accorti i carabinieri e la polizia di Caserta quando hanno bussato alla sua porta con in mano l’ordine di arresto. Era già troppo tardi. 

«È incredibile. Non è la prima volta che scappa», dice Massimiliano Noviello, il figlio della vittima di Cirillo. «Questa persona avrebbe più di un motivo per avercela con me, ma nessuno mi ha avvertito della sua fuga. Nessuno mi ha detto: uno dei pianificatori dell’omicidio di tuo padre è libero ed è uno di quelli che tu hai denunciato – spiega Massimiliano -. Sono stanco, dopo 12 anni di processi, non ce la faccio più. Ho la scorta da troppo tempo, con questa sentenza pensavo di chiudere in maniera definitiva con il passato. E invece siamo ancora qui a rincorrere gli assassini. Com’è possibile?». Sì, perché la storia giudiziaria con al centro il camorrista Cirillo è costellata di rinvii. Condannato all’ergastolo in primo grado nel 2014 dai giudici del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Francesco Cirillo era stato poi assolto dalla corte di Appello nel 2016, ma la Cassazione, nel 2017, aveva annullato con rinvio la sentenza.


Una nuova sentenza – questa volta di condanna a 30 anni di reclusione – della corte di Appello, era finita di nuovo in Cassazione, che aveva confermato la pena. «Ma in quel processo ci sono state, a mio avviso, alcune anomalie», tuona il difensore in Cassazione di Cirillo, Angelo Alessandro Sammarco. I giudici non avrebbero concesso il termine a difesa. «Inoltre, c’erano dei profili di inammissibilità del ricorso», spiega la toga. Insomma, il giorno della sentenza, il 19 novembre, Francesco Cirillo era salito sul primo treno e aveva raggiungo la corte di Cassazione a Roma per ricusare i giudici, tutti e cinque, per «manifesta ostilità». Poi, era tornato a Casal di Principe e, appena appresa la notizia della condanna a trent’anni per aver ucciso Noviello, era scappato. Ora ha indossato la sua ennesima maschera: quella del latitante. E pare non sia intenzionato a toglierla.

Archivi