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Camorra. Le mani del super-latitante sulla città, ecco come Di Lauro jr comanda il clan

IL RACCONTO DEI PENTITI
Camorra. Le mani del super-latitante sulla città, ecco come Di Lauro jr comanda il clan
I collaboratori dei giustizia Guarino e Pacciarelli fanno luce sul modo di gestire gli affari da parte del figlio di Ciruzzo ‘o milionario

di Matteo Giuliani

Venerdì 3 Giugno 2016

NAPOLI. Utilizza solo “pizzini”come i padrini di mafia e si fida rigorosamente solo di pochissimi affiliati. Ma ciò nonostante il super latitante Marco Di Lauro non rinuncia a partecipare a summit di camorra, prendendo però rigide precauzioni dopo ogni incontro. Così, riduce i rischi che qualcuno, pentendosi o facendo il confidente delle forze dell’ordine, possa tradirlo. Al tempo stesso evita riunioni all’aperto, preferendo luoghi chiusi e ben protetti. Qualcuno comunque per forza di cose deve sapere e su ciò sperano gli investigatori per stanarlo, assodato che il figlio di “Ciruzzo ’o milionario” ha bandito la tecnologia per non lasciare tracce. Man mano che nuovi pentiti passano dalla parte dello Stato, si scoprono particolari inediti sul modus operandi di Marco Di Lauro, latitante ormai da quasi 12 anni,probabilmente nascosto nel Napoletano secondo le forze del-l’ordine per non perdere i contatti con il suo clan. Era dicembre 2004 quando fece perdere le tracce, vanamente inseguito da un’ordinanza di custodia cautelare. E proprio per chiudere il cerchio su di lui che gli investigatori cercando di carpire i segreti della lunga fuga attraverso le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.

Spiegabile, secondo alcuni esperti anti-camorra, soltanto con la scelta del giovane boss di vivere come i vecchi mafiosi. Il primo a parlare dei “pizzini” di Marco Di Lauro è stato Rosario Guarino, ras della “Vanella Grassi” soprannominato “Joe banana”, nell’interrogatorio del 20 dicembre 2013. «Dopo l’omicidio di Antonello Faiello, Antonio Mennetta mandò sua mamma, nel Rione dei fiori con un biglietto per Marco Di Lauro con l’incarico di consegnarlo a “Gino a Rascia, Luigi Petrone. In questo biglietto, che io vidi, e su cui concordai, c’era scritto che Antonio Mennetta voleva un incontro con Marco Di Lauro allo scopo di chiarire; ci fecero aspettare tre o quattro giorni».

Il seguito della vicenda lo ha raccontato un altro pentito della “Vinella”, Mario Pacciarelli, il 7 novembre 2014. «Dopo un paio di giorni tramite la mamma di Mennetta, da cui si presentò la moglie di “Gino ’a rascia”, cognato di Enzo Di Lauro (Fratello più grande di Marco, ndr) venne l’ambasciata che Gino voleva un incontro con Mennetta. “Gino a’ rascia” venne alla Vinella da solo. Chiese di parlare da soli, ma Mennetta rispose: “devi parlare davanti alla mia famiglia”. Gino voleva sapere come erano andate le cose e Mennetta disse: “Vengono a casa mia e vengono a sparare!Mennetta disse a Gino: “Fammi un colloquio con Marco”, intendendo il capo Marco Di Lauro, latitante. L’incontro tra i due avvenne non subito ma nel periodo in cui io ero detenuto. Io lo seppi quando venni scarcerato, direttamente da Umberto Accurso, poiché Mennetta, “Joe banana”, Fabio Magmetti erano già detenuti. Accurso non entrò in particolari. Prima che io venissi arrestato l’incontro tra Marco Di Lauro e Mennetta non c’era stato perché Marco fece sapere tramite “Gino ’a rascia” che non si poteva spostare e doveva trovare un posto sicuro in cui incontrare Mennetta”.

IL ROMA

fonte:www.internapoli.it