Calabria: imprenditore denuncia la ‘ndrangheta. La sua azienda si vede togliere i lavori direttamente dal Comune

La Repubblica

Calabria: imprenditore denuncia la ‘ndrangheta. La sua azienda si vede togliere i lavori direttamente dal Comune

di Alessia Candito

Il porto di Badolato, perla sul mar Jonio, è nel mirino dei clan. La Salteg, la ditta che si era aggiudicata la gara per la sua costruzione, è stata prima vessata dai mafiosi, poi estromessa dai lavori. L’amministratore amareggiato: “Chi vuole lavorare in Calabria deve piegarsi ai voleri dominanti o è destinato a fallire”. Ricorrerà al Consiglio di Stato

29 DICEMBRE 2020

Un’impresa vittima dei clan subisce la revoca di una concessione per decisione di un’amministrazione guidata da un sindaco imputato per estorsione per conto di quegli stessi clan. Succede anche questo nella Calabria dei paradossi.  

Badolato, piccola perla della costa jonica divenuta nota negli anni Novanta come “paese in vendita”, salvato dallo spopolamento da centinaia di turisti del Nord Europa che lì hanno comprato e riportato in vita edifici storici, abbandonati dai vecchi abitanti. Da oltre vent’anni, il porto turistico è il volano di sviluppo promesso per ampliare le potenzialità dell’area. A rallentare tutto, estorsioni, minacce, le pretese di decidere e lucrare su tutto – dalle forniture alle assunzioni – del clan Gallace-Gallelli.

Ne sono venute fuori inchieste e processi. L’ultimo, “Itaca-Free Boat, si è concluso con condanne pesanti e lo scioglimento dell’amministrazione comunale per infiltrazioni mafiose. Il clan – hanno affermato le sentenze – voleva controllare in via esclusiva quella darsena. La Salteg, la ditta che si è aggiudicata la gara per costruzione e gestione e negli anni dei Gallace-Gallelli ha subito le angherie, era parte civile.  

Ma “è con infinita amarezza che devo constatare che chiunque da fuori voglia operare in Calabria, se non si adegua o si piega ai voleri dominanti in questi territori è destinato a fallire” dice Carlo Stabellini, che della Salteg è amministratore. Modenese d’origine, con le sue aziende in Calabria lavora, o almeno ci prova, da vent’anni. Tra le carte finite agli atti del processo ci sono anche le sue dichiarazioni. 

Ed è lui che si è visto revocare – o meglio, dichiarare decaduta –  la concessione dall’amministrazione comunale per “gravi inadempienze contrattuali”. Traduzione, mancato completamento dei lavori e mancato pagamento del canone annuale. Peccato che, tre diversi procedimenti penali – spiega il legale della società Michele Gigliotti –  abbiano affermato il “persistente tentativo della ‘ndrangheta di condizionamento e infiltrazione nella gestione dell’attività portuale deducendone ulteriormente, che, a causa delle vertenze penali, il porto di Badolato è rimasto sequestrato dal 4 agosto 2004 al 6 maggio 2006 e dal 19 gennaio 2015 al 23 ottobre 2017 e che, pertanto la società non ha avuto la possibilità di completare i lavori ad essa demandati”.  

Anche il Tar ha riconosciuto che l’attività economica di Salteg è stata viziata e pregiudicata dalle pressioni criminali subite, ma questo non ha indotto i giudici a ribaltare la decisione del Comune di Badolato di dichiarare decaduta la concessione dell’area del porto. Il sindaco in carica, Gerardo Mannello – che del “recupero” dell’area portuale si è intestato la battaglia – ha già annunciato l’intenzione di affidarne da gestione direttamente alla sua amministrazione, nonché di accedere ai fondi regionali messi a disposizione per il potenziamento del turismo. Peccato che, solo per questione di tempi, Mannello non è stato rimosso per incandidabilità ai sensi della legge Severino.  

Nel 2016, a pochi giorni dalla sua elezione, è stato accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso in concorso proprio con gli uomini del clan Gallelli e proprio ai danni della Salteg, di Stabellini e dei suoi soci dell’epoca. E per quelle vicende è adesso sotto processo. Per i magistrati, Mannello e altri, incluso il presunto capo della famiglia di ‘Ndrangheta che regna sulla zona, tra il 2001 e il 2004  “per garantire la tranquillità nell’esecuzione dei lavori” costringevano la Salteg ad una serie di assunzioni, come ad affidare i subappalti per sbancamento, movimentazione terra, realizzazione della diga foranea alle ditte riconducibili a Vincenzo Gallelli “Macineju” e formalmente intestate ai generi Andrea Santillo e Luciano Antonio Papaleo, a quella del nipote Pietro Gallelli e a quella del suo storico referente Angelo Domenico Papaleo.

Ovviamente tutto a prezzo maggiorato e con in più una “tassa” da 100mila euro, da destinare ai clan di Guardavalle, all’epoca guidati da Vincenzo Gallace e Carmelo “Nuzzo” Novella, poi ammazzato a San Vittore Olona per aver tentato di guidare una sorta di emancipazione dei clan lombardi dalla casa madre calabrese.

A ricostruire tutto, l’inchiesta Crimine-Infinito, che per la prima volta ha permesso di affermare con una serie di sentenze che la ‘Ndrangheta è una e si muove insieme da Milano alla Locride. Giustizia penale e civile invece sembrano ancora avere qualche problema di comunicazione. “La burocrazia badolatese, con a capo il Sindaco Mannello – scrive in un’accorata lettera aperta Stabellini – ha ottenuto, volente o nolente, quello che i vari Saraco, Antonio Ranieri (classe 1953), Gallelli, Ammiragli, condannati nel procedimento penale “Itaca-Free Boat” per reati aggravati dal metodo mafioso, non erano riusciti a fare con le loro macchinazioni. Vedremo se il Consiglio di Stato, cui la Salteg ricorrerà, tra un anno saprà mettere fine ad una delle vicende più assurde e paradossali della storia calabrese”. Sempre che la ditta per allora sia ancora in piedi.

 

 

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