C’ é sempre una cointeressenza di interessi fra mafia,politica e pezzi dello Stato,a Palermo ed in Sicilia come a Latina e nel Lazio……………IL “Mattino” di Napoli qualche anno fa parlò di incontri che ci sarebbero stati in una “villa” o “abitazione” di Gaeta ,in provincia di Latina,fra uomini delle istituzioni e della camorra,Carmine Schiavone ,poi,ha parlato nelle sue dichiarazioni di “traffici” di rifiuti di ogni genere tramite il Porto di Gaeta .Al riguardo egli fornì anche i numeri delle targhe dei camion che li trasportavano ma mai nessuno ha chiamato quei camionisti,alcuni dei quali di Itri,vicino a Gaeta,per interrogarli.Anche Ilaria Alpi indagò sui traffici fra Gaeta e la Somalia con l’utilizzo di navi della Società Scifco e fece la fine che ha fatto.

1/Reina, Mattarella, La Torre: il golpe
Non solo mafia, giù la maschera

 

Il sindaco Leoluca Orlando, nel ricordare l’omicidio di Michele Reina, ha detto che è “una delle pagine più buie della storia di Palermo, Michele Reina non accettò le connivenze tra politica e criminalità, né cedette alle pressioni sempre più forti che volevano impedire il rinnovamento della Sicilia”. Sostiene ancora Orlando che “Il suo omicidio…. fu parte integrante di una lunga serie di delitti politici che Cosa Nostra compì a servizio e in combutta con pezzi dello Stato e della politica cittadina e regionale”.

Al di là di queste affermazioni generiche, non vi è dubbio  che l’assassinio del segretario della DC, avvenuto il 9 marzo del 1979, va inquadrato nella gravissima situazione criminale che, preannunciata nel 1970 con l’omicidio del Procuratore della Repubblica Scaglione, dal 1976 in poi aveva trasformato la Sicilia e Palermo in particolare, in una autentica “mattanza”.

Le strade erano lastricate di cadaveri e vennero decapitati tutti i vertici istituzionali e politici della società italiana. Furono assassinati giornalisti (Mario Francese), appartenenti alle forze dell’ordine (Giuseppe Russo, Boris Giuliano, Emanuele Basile), magistrati con esperienza politica (Cesare Terranova), presidenti della regione (Piersanti Mattarella), procuratori della Repubblica (Gaetano Costa), politici-segretari di partito (Michele Reina, Pio La Torre.

Per molti di questi omicidi, se sono stati individuati gli esecutori materiali, quasi sempre riconducibili alla organizzazione mafiosa, sono rimasti invece avvolti nel mistero, almeno sul piano giudiziario, gli eventuali mandanti di tali delitti e le ipotizzate connivenze, in siffatti delitti, tra politica e criminalità. Si è trattato di un vero e proprio attacco allo Stato voluto dalla mafia, ciò induce a ritenere sia avvenuto con coperture e complicità ad altri livelli, che ad oggi non è stato possibile  individuare giudiziariamente.

L’inchiesta della Procura della Repubblica di Palermo, che ha unificato le indagini sui tre delitti (Reina, La Torre, Mattarella), redigendo una corposa requisitoria di circa 1600 pagine non ha dato una risposta sulla individuazione di mandanti esterni a Cosa Nostra e tra gli imputati vi sono soltanto i nomi di alcuni mafiosi, quali mandanti e qualche terrorista. Nessun politico, nessun Grande Vecchio sembrerebbe esserci dietro la Commissione di Cosa Nostra.

Occupandoci degli omicidi di Michele Reina, Piersanti Mattarella e Pio La Torre cercheremo di cogliere quegli elementi che potrebbero portare ad individuare una matrice ed una causale comune ai tre delitti e quindi comprendere, o almeno intuire, quali potrebbero essere stati gli interessi che li avrebbero determinati e i soggetti ai quali questi interessi facevano capo; con la precisazione che non trattandosi di una indagine giudiziaria, quelle che seguono sono intuizioni e deduzioni derivanti dai vari tasselli del mosaico che si intende comporre.

Verso le ore 22,30 del 9 marzo 1979 viene ucciso a Palermo, raggiunto da tre proiettili calibro 38, Michele Reina, segretario provinciale della DC. Subito dopo l’omicidio e nei giorni successivi pervengono al Giornale di Sicilia e al quotidiano  “L’ORA” delle telefonate da parte di asserite formazione terroristiche, Prima Linea e Brigate Rosse, che rivendicano l’attentato. Peraltro, dopo tre giorni dall’omicidio arrivarono al Giornale “L’ORA” due chiamate anonime con le quali Prima Linea escludeva qualsiasi responsabilità per tale delitto, attribuendola ad una ritorsione di stampo mafioso: “Non è stata la nostra organizzazione  a giustiziare Michele Reina, ma la mafia. Vi daremo le prove”

In realtà il terrorismo con l’omicidio di Michele Reina non c’entra nulla e ciò anche per la considerazione che per tradizione la mafia, oltre a non attribuirsi la paternità di omicidi, per quanto mi risulta non ha mai replicato alle accuse. La stessa DC non credette alla pista del terrorismo.

Un vecchio notabile democristiano allora dichiarò a un giornalista: “Creda a me, quella telefonata con cui Prima Linea, un’ora e mezzo dopo il delitto, avrebbe rivendicato la paternità dell’omicidio c’era troppa gente ad aspettarsela, come una liberazione. Così si è perso il tempo prezioso, come quando hanno ammazzato Scaglione ed è saltato fuori l’uomo con la pistola che non c’entrava niente”.E al giornalista che gli chiedeva chi fossero i killer rispondeva: “Guardi, di motivi validi per uccidere il segretario provinciale della DC se ne potranno trovare mille……e in questa città, ormai non c’è neanche bisogno di scomodare la mafia. Però si ricordi una cosa: come Scaglione e tutti gli altri cadaveri eccellenti di Palermo- o come li chiamate voi, i “misteri”- anche Reina stava per lasciare il suo incarico. Il suo ciclo era concluso, la politica del confronto finita. E in questi casi, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato”.

In effetti sembra che Reina si sarebbe presentato alle elezioni per un seggio in Parlamento, soluzione che, secondo la moglie gli “pesava“ molto. A fronte di questa dichiarazione, peraltro sibillina e di non facile interpretazione, il giorno dei funerali Benigno Zaccagnini dirà: “Reina è stato certamente uno dei protagonisti di questa politica del confronto. Una politica civile, fatta di rapporti tra uomini di diversi partiti. La coincidenza del delitto con la crisi regionale è possibile. Può avere ispirato chi ha organizzato il crimine”.

Venerdì’ pomeriggio, poco prima di essere ucciso Reina aveva aperto al Partito comunista. Ai comunisti riuniti nel congresso provinciale aveva rimproverato di essere usciti dalla maggioranza dicendo che l’intesa di governo con il partito comunista restava l’elemento essenziale del dibattito politico. Le ultime parole di Reina erano state: ”per me io vi porterei subito al governo”  Si può dire che in questa circostanza Michele Reina aveva pronunciato il suo testamento politico.

Le indagini subito avviate seguirono una serie di piste, quasi tutte false e spesso in contraddizione tra di loro. Dell’omicidiomdi Reina hanno parlato i pentiti Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Marino Mannoia, Francesco Di Carlo.

Secondo Mutolo, l’omicidio del segretario provinciale sarebbe da collegare agli interessi dello stesso nel settore della edilizia palermitana. In particolare dichiarava Mutolo: “l’onorevole Lima e Michele Reina erano collegati a costruttori che operavano nei territori delle famiglie amiche (Bontade e Badalamenti). Analogamente Vito Ciancimino era collegato a costruttori che operavano nelle zone di pertinenza dei corleonesi”.

Mutolo attribuisce la causale dell’omicidio al non avere saputo Reina calcolare le possibili conseguenze che potevano derivare dalla sua attività volta a conquistare una quota sempre maggiore di mercato. Mutolo poi faceva riferimento a due colloqui avuti con don Saro Riccobono e Totino Micalizzi precisando: “Mi riferirono che i corleonesi avevano portato in commissione la questione rappresentata dalla eccessiva espansione del Reina, che impediva- a loro dire- una giusta ripartizione degli affari…La Commissione dovette riconoscere che le lamentele dei corleonesi erano fondate e deliberò l’omicidio”. In sostanza Reina, legato a Lima e questi ai Bontate e Inzerillo, avrebbe rotto un tacito patto di equilibrio esistente con i corleonesi facenti capo a Totò Riina e Ciancimino.

Anche i pentiti Di Carlo e Marino Mannoia puntano il dito su Riina. Dirà infatti Di Carlo: “Per l’omicidio di Michele Reina bisogna parlare di Vito Ciancimino  che lo ostacolava. Ad ucciderlo furono Nino Madonia e Leoluca Bagarella” Lo stesso indica espressamente in Ciancimino il responsabile del delitto perché questi si sarebbe lamentato con Provenzano di essere stato ostacolato più volte da Reina nella assegnazione di appalti. Secondo le parole di Di Carlo “Binnu toglieva le spine a Ciancimino”. La stessa vedova di Riina, Marina Pipitone, sentita dal giudice istruttore, gettò pesanti ombre su Ciancimino.

Si tratta di dichiarazioni sostanzialmente convergenti, dalle quali si discostano in parte le dichiarazioni di Tommaso Buscetta che pur indicando quale mandante dell’assassinio Totò Riina, riconduce la causale dell’omicidio al fatto che Reina, con il suo operato politico, stava dando troppo fastidio alla mafia. Ha riferito poi Massimo Ciancimino che il padre aveva appreso da Provenzano, con il quale si incontrava, che l’omicidio di Reina era stato fatto nell’interesse dello stesso Ciancimino.

Intervistato quattro giorni dopo il delitto, Salvo Lima, grande protettore di Michele Reina, escludeva una matrice anticomunista affermando: “la mafia non si è mai occupata di politica. Non sono mai state ricevute intimidazioni dalla mafia sulle scelte politiche”. Affermazione questa smentita dalle indagini che a partire dagli anni ‘80 hanno dimostrato come si sia sempre verificata una cointeressenza di interessi tra mafia, politica e pubblica amministrazione soprattutto nel settore degli appalti di opere pubbliche. E non è un caso che in quel periodo il programma di risanamento di Palermo prevedesse un progetto di circa trecento miliardi sul quale è impensabile che la mafia non avesse posto la sua attenzione ; anche se Lima, nella suddetta intervista, sostiene che Reina non potesse intervenire nella assegnazione dei relativi appalti la cui competenza era della Cassa del Mezzogiorno.

E che la mafia avesse messo gli occhi su questo progetto risulta da quanto riferito da Buscetta nell’interrogatorio reso al giudice istruttore il 25.7.1984 durante il quale Buscetta dichiarava che nel 1980, dopo che si era allontanato da Torino, il Calò ( elemento di spicco di Cosa nostra,n.d.a.), con il quale si era incontrato, lo aveva invitato a rimanere in Italia, facendogli presente “ …che c’era la possibilità di guadagnare moltissimo a Palermo, essendo in corso l’operazione di risanamento dei quattro quartieri o meglio mandamenti, operazione questa gestita da Vito Ciancimino corleonese, che era, secondo le testuali parole di Calò, nelle mani di totò Riina” .

Deponendo poi al dibattimento relativo al maxiprocesso, precisava Buscetta, a specifica domanda del Presidente della Corte, che nel linguaggio mafioso quando si afferma che una persona è “in mano” a qualcuno ciò vuol dire che è “ in totale possesso del mafioso e che tale persona farà qualsiasi cosa che quella persona mafiosa gli dirà di fare”.

In un rapporto presentato dalla Questura di Palermo all’allora Consigliere istruttore Rocco Chinnici si ipotizzava che l’omicidio potesse avere avuto una causale nel “ giro degli appalti pubblici”.Venne anche ipotizzato un coinvolgimento, nell’omicidio di Reina, del killer nero Giusva Valerio Fioravanti (originariamente individuato come uno degli esecutori materiali della uccisione di Piersanti Mattarella). Fu raggiunto per l’omicidio Reina da un avviso di garanzia e poi assolto. Un accenno in tal senso è contenuto nel mandato di cattura per l’omicidio del Presidente della Regione. Si ipotizzò che i killer di Reina fossero stati assoldati dalle famiglie mafiose corleonesi tra le fila dell’estrema destra  romana per confondere le acque. Questa pista peraltro, a mio avviso fantasiosa, finì in un nulla di fatto.

Nell’aprile del 1992 ebbe inizio il processo per i tre omicidi politici di Michele Reina, Piersanti Mattarella e del segretario regionale del PCI Pio la Torre.  Nel 1999 la Cassazione confermò le condanne all’ergastolo per Michele Greco, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Francesco Madonia e Antonio Geraci ritenuti responsabili di essere i mandanti dell’assassinio di Michele Reina.

Alberto Di Pisa, già Procuratore della Repubblica di Marsala


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