Buongiorno,stiamo lavorando per voi!

Il Mattino, Mercoledì 11 Maggio 2016

Buongiorno,stiamo lavorando per voi!

di Marco Di Caterino e Mariano Fellico

All’anagrafe era iscritta nel registro della popolazione femminile. Eppure, Giovanna Arrivoli, 41 anni, uccisa e sepolta in un fosso, a Melito, si sentiva un maschio. Tanto da sottoporsi ad un delicato intervento chirurgico per l’asportazione totale del seno. E si vestiva come un uomo. Modi bruschi di chi abbraccia la malavita. E aveva una storia importante con una donna, tanto da portare una fede all’anulare. E aveva scelto di abbracciare completamente la causa degli scissionisti.

Un personaggio da film noir, unico nella scena della camorra, quasi irreale, e che la stessa Arrivoli, faceva di tutto per mantenere. Che fosse maschio dentro, lo sapevano tutti a Melito, come era noto che il bar «Blue Moon», che la vittima gestiva, una vera e propria roccaforte degli Amato Pagano, era il luogo di ritrovi degli affiliati, soldati e boss, e che nel locale girava la droga che conta in termini di profitto economico. E tra i tavolini, si decideva chi doveva morire, chi invece aveva bisogno solo di una lezione (auto incendiate, un paio di colpi di pistola alle gambe, un pestaggio da «fratture») e che quali alleanze era più conveniente fare. Un personaggio, Giovanna Arrivoli, al centro di tutto. E lei che nel corso degli anni è passata dalla definizione dispregiativa di «’a mascuolona» a un «isso» (forma dialettale del sostantivo maschile che sta a lui) e così veniva trattata. E considerata come un uomo, sostantivi compresi. E per questa antesignana del transessualismo all’incontrario, accettata da tutti senza che nessuno storcesse più il naso, i killer l’hanno uccisa alla maniera dei boss. Un «trattamento» di rara ferocia.

Di quello riservato ai pezzi da novanta, o anche e soprattutto per chi è custode di tanti, troppi segreti. I suoi aguzzini l’hanno rapita. Almeno due, forse tre giorni, prima che la compagna ne denunciasse la scomparsa, presentata ai carabinieri della locale tenenza, sabato scorso. Così è d’abitudine per i familiari dei camorristi che all’improvviso spariscono dalla circolazione. Si aspetta un paio di giorni, prima di andare dai carabinieri a segnalare il fatto. Al momento, in attesa dell’autopsia, non è ancora stato chiarito se gli assassini di Giovanna Arrivoli, l’abbiamo uccisa in un posto diversa da quello dove è stato trovato il corpo, oppure al culmine di un atto di estrema ferocia, non l’abbiamo costretta a scavare la fossa. Fatta inginocchiare, e poi freddata con tre colpi. Uno al cuore e due alla testa. Per essere sicuri di averle dato la morte. Un delitto, maturato nel famelico e spietato mondo dei pusher di Melito, messo in subbuglio dall’operazione dei carabinieri di Marcianise, che hanno arrestato una ventina, tra capi e gregari delle piazze di spaccio di Melito, una ventina di persone. E tra queste anche Carmine Borrello, detto «Carminiello».

Intanto le indagini sulla fine dell Arrivoli sono orientate sulla pista dello «sgarro»: potrebbe non aver pagato una partita di droga. Oppure, ha acquistato gli stupefacenti al di fuori del «sistema», in un mercato parallelo, magari gestito da clan rivali, e nel caso della vittima dell’ultimo omicidio tra Napoli e Provincia, la ferma intenzione di Giovanna Arrivoli, di mantenere alcuni privilegi e anche avere voce in capitolo nelle questioni dello spaccio. Queste sembrano, al momento, le prima chiavi di lettura del barbaro omicidio della donna, un passato in carcere per spaccio di stupefacenti, scarcerata nel 2012, e uccisa con tre colpi di pistola, due dei quali esplosi alla testa, e ritrovata semisepolta in una buca, in una zona isolata di via Giulio Cesare, alla periferia di Melito.

Archivi