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Bruno Caccia, un giudice rimasto senza giustizia

Bruno Caccia, un giudice rimasto senza giustizia

Piernunzio Zuccarello 26 Giugno 2021

Oggi il 38 anniversario della sua morte

Bruno Caccia, Procuratore della Repubblica di Torino, fu assassinato sotto la propria abitazione la sera del 26 giugno 1983. Ad ucciderlo due killer. A distanza di trentotto anni dal fatto, la giustizia sull’omicidio non è ancora completa.
Pezzi di verità sono giunti grazie ai processi contro Rocco Schirripa ed il boss della ‘Ndrangheta Domenico Belfiore, condannati rispettivamente, in qualità di membro del gruppo esecutivo e di mandante del delitto. Tuttavia, nessuna certezza giudiziaria è stata raggiunta sull’identità dei killer che uccisero il Procuratore di Torino, sulle generalità dei membri facenti parte del gruppo esecutivo dell’omicidio oltre a Schirripa e sui nomi di ulteriori mandanti che con ogni probabilità concorsero, assieme a Belfiore, alla deliberazione dell’atto criminale. E al contempo non è stato chiarito il movente della morte, confinandolo esclusivamente allo straordinario rigore morale del Procuratore.
Certo è che Caccia, nelle sue indagini, si era occupato di terrorismo ma anche di criminalità organizzata (dai sequestri di persona agli omicidi passando per le infiltrazioni mafiose nel casinò di Saint Vincent). Erano proprio queste le prime piste su cui si mossero le indagini.
Il primo filone, quello rosso, era stato aperto dopo una telefonata che rivendicava il delitto alle Brigate Rosse ma si rivelò poi falso.
L’11 luglio 1983, quindici giorni dopo l’omicidio, le BR negarono ufficialmente di essere gli autori del delitto: ‘Con la morte di Bruno Caccia noi non c’entriamo – dichiarò il brigatista Francesco Piccioni leggendo un comunicato nell’aula del carcere ‘Le Vallette’ di Torino -. Questo è un omicidio a cui purtroppo siamo estranei’.
A distanza di un mese dal delitto gli atti dell’inchiesta sull’omicidio furono trasferiti per competenza da Torino a Milano dove il procuratore capo Mauro Gresti assegnò il fascicolo al P.M. (Pubblico Ministero) Francesco Di Maggio. Gli inquirenti cercarono di indentificare gli autori dell’omicidio Caccia approfondendo diversi filoni investigativi ma la svolta nelle indagini arrivò solo un anno dopo l’assassinio. A partire dal mese di luglio 1984, infatti, alcuni membri della criminalità organizzata in stato di detenzione iniziarono a rilasciare all’Autorità Giudiziaria una serie di dichiarazioni che indicavano elementi della malavita organizzata di origine calabrese come responsabili della decisione di uccidere il giudice Caccia.
Le indagini ebbero una svolta quando, a seguito di un’iniziativa dei Servizi segreti (agente del Sisde Pietro Ferretti), si decise di “attivare” un boss mafioso detenuto appartenente alla cosca catanese insediatasi a Torino, Francesco “Ciccio” Miano, che effettuò in carcere la registrazione di colloqui da lui intrattenuti con il boss ‘ndranghetista Domenico Belfiore.
Stando alle dichiarazioni di Miano e alle registrazioni dei colloqui con Belfiore, quest’ultimo si sarebbe assunto la responsabilità di mandante dell’omicidio Caccia.
Nonostante tutto, però vi sono diverse zone d’ombra mai del tutto chiarite.
Infatti non furono mai totalmente approfondite le indagini sul Casinò di Saint Vincent, che Caccia stava seguendo proprio nei mesi che hanno preceduto la sua morte, che potrebbe anche rappresentare la scintilla che ha fatto scattare l’ordine di uccidere.
Una pista che porterebbe ad un nome di primissimo piano come quello dell’avvocato siciliano Rosario Pio Cattafi, capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto, secondo gli inquirenti emissario negli anni Settanta del boss catanese Nitto Santapaola a Milano. Un nome che ritorna spesso.
La pista dei casinò fu completamente abbandonata e Rosario Cattafi, nonostante vi fossero alcuni indizi a suo carico quale eventuale mandante dell’omicidio Caccia, in un primo momento non fu mai indiziato di reato. Almeno fino al 2015.
L’avvocato barcellonese, infatti, fu iscritto assieme a Demetrio Latella nel registro degli indagati dopo l’esposto presentato dalla famiglia Caccia, rappresentata dal legale Fabio Repici.
L’ipotesi era quella del coinvolgimento nell’omicidio del Procuratore Caccia della mafia catanese di Nitto Santapaola e dei suoi presunti colletti bianchi, che allora tentavano di riciclare nel casinò di Saint Vincent i guadagni dei loro traffici illeciti.
Secondo il legale della famiglia Caccia, Fabio Repici, il pm Francesco Di Maggio all’epoca avrebbe “raccolto elementi indizianti ben significativi su soggetti diversi da quelli poi sottoposti a processo. (…) La rilevante mole di fonti probatorie relative a Rosario Cattafi, a uno dei presunti killer e al possibile movente del delitto rimase però del tutto trascurata. Su di essa fu omessa ogni valutazione, anche solo finalizzata a destituirla di fondamento”.
Lo scorso ottobre, però, nonostante l’opposizione della famiglia, l’inchiesta su Cattafi e Latella è stata archiviata.
Nel mezzo c’è stata l’indagine ed il processo contro Rocco Schirripa. Il panettiere di Torrazza Piemonte è stato condannato definitivamente all’ergastolo nel febbraio 2020 che ha confermato la sentenza d’appello.
Ma resta alta la sensazione che il delitto non sia solo inserito in un contesto di criminalità organizzata.
Allo stato è aperto un altro filone investigativo sull’omicidio Caccia: quello a carico dell’ex militante di Prima Linea Francesco D’Onofrio (il fascicolo è stato avocato dalla procura generale).
Trascorsi 38 anni dall’omicidio del Magistrato Bruno Caccia, uomo incorruttibile, è il momento di fare chiarezza una volta per tutte sulla vera natura del delitto per dare giustizia ad un uomo che ha sacrificato la sua vita al servizio della giustizia e della legalità.

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Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/84561-bruno-caccia-un-giudice-rimasto-senza-giustizia.html