Borrometi: «I boss parlavano del mio film, ma di quel progetto non avevo informato neanche mio padre»

Il Corriere della Sera, 02 FEBBRAIO 2021

Borrometi: «I boss parlavano del mio film, ma di quel progetto non avevo informato neanche mio padre»

Il giornalista, sotto scorta dal 2013, ha letto il proprio nome nelle intercettazioni tra i capi mafia arrestati dai Ros: «Avere paura è umano, ora spero che gli inquirenti scoprano chi siano gli informatori. L’unica certezza? I clan temono la stampa»

di Alessio Ribaudo

Doveva essere un giorno felice, oggi, per Paolo Borrometi, vicedirettore dell’agenzia di stampa Agi. La Cassazione ha ordinato che si dovrà celebrare a Catania un processo d’appello bis che vede imputato Francesco De Carolis per le minacce rivoltegli. I giudici di piazza Cavour hanno infatti annullato con rinvio la sentenza, emessa dalla Corte d’appello di Catania il 4 aprile del 2019, con la quale era stato condannato sì De Carolis ma, a differenza del primo grado, non era stata riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso. Invece per il giornalista siciliano, sotto scorta dal 2013 per le ripetute minacce subite, si è trasformato in un giorno da incubo. Durante le indagini degli uomini Ros dei carabinieri, comandati dal generale Pasquale Angelosanto, che oggi ha portato in carcere 23 persone in Sicilia con l’accusa di far parte della rete di protezione del super boss Matteo Messina Denaro, è emersa tutta la preoccupazione non solo per l’attività degli inquirenti ma «anche le inchieste realizzate nei loro confronti da alcuni giornalisti», la cui attività «impedisce agli uomini d’onore quella strategia dell’inabissamento che ormai da lungo tempo connota il loro agire criminale». In particolare uno degli arrestati, Simone Castello, non sapendo di essere intercettato: «Ce ne sono articoli, questo qui, Borrometi, questo che è scortato e a parte il libro che ha fatto, ha fatto un post, pubblicato su La Sicilia di Catania, e vuole fare un film, vuole farlo su di me a quanto pare…». E ribadisce: «Siccome ha fatto prima il libro ora mira a fare il film tipo Saviano… e io sono stato pure dall’avvocato… dice “che dobbiamo fare?”. Che dobbiamo fare? Ho detto: ca niente, che dobbiamo fare? Dissi, però teniamo presente…. Dice “perché, vede, se ci fai una querela e il pubblico ministero l’archivia, non ce lo leviamo più di sopra”. No — gli ho detto — io non devo fare niente… lasciamo stare, vediamo gli eventi come vanno».

Paolo Borrometi cosa ha provato oggi nel leggere che lei fa preoccupare i boss?

«Sono sotto mira dal 2013 e non è una novità per me. Certo leggere che uno del calibro di Castello si preoccupa dei miei articoli mi rende orgoglioso. C’è un però che mi fa capire quanto sia ancora oggi potente la mafia».

A quale dettaglio si riferisce?

«Castello nelle intercettazioni parla anche di un film che mi avevano offerto di realizzare che si basava su un mio libro».

Da quale suo libro avrebbe ispirato un film?

«Si volevano ispirare a “Un morto ogni tanto” ma io ho rifiutato la proposta e non ne ho parlato né a mio padre né ai miei migliori amici. Sono basito».

Come facevano allora gli arrestati a sapere del progetto?

«Spero che nel corso degli interrogatori, gli inquirenti troveranno modo di farsi spiegare come e da chi Castello era stato informato di questo progetto di pellicola».

Perché la temevano così tanto?

«Io non penso che temessero me ma l’informazione libera di qualsiasi giornalista. Forse sono stato l’unico ad aver scritto delle nuove attività imprenditoriali, nel Siracusano e nel Ragusano, di Castello. Come sottolineano i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, i boss sono sempre più infastiditi dalle inchieste giornalistiche di cosa nostra perché accendono i riflettori dove loro vorrebbero tenerli spenti».

Cosa le rimane più impresso di queste intercettazioni che la riguardano?

«La frase per me minacciosa in cui dice “però teniamo presente” perché detta da un boss come Castello è tutto fuorché parole al vento»

Da oggi teme ancora di più per la sua vita?

«Ho in corso 48 processi dove sono parte lesa per minacce, violenza privata e diffamazione. Sono fascicoli a carico soprattutto di “personaggi” del Ragusano e Siracusano. Ho subito un’aggressione e tanti altri episodi fra i quali su tutti una in cui il Giudice per le indagini preliminari scrisse che c’era “un’eclatante azione omicidiaria per eliminare lo scomodo giornalista”. Penso che avere paura sia umano».

Borrometi lei vive sotto scorta da quasi otto anni, si sente protetto dallo Stato?

«La brillante operazione di oggi del Ros che ha svelato chi sono e con quali crude parole si esprimono dimostra che io ho lo Stato a fianco».

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