Bombe e omertà la sfida allo Stato dei clan di Foggia.ALL’INFERNO E SENZA RITORNO

La Repubblica, venerdì 1 febbraio 2019

Bombe e omertà la sfida allo Stato dei clan di Foggia

Attentati, delitti, estorsioni: da due anni la città pugliese è diventata il Far West

Dal nostro inviato GIULIANO FOSCHINI, FOGGIA

Nove attentati. Una strage. Sessantuno omicidi, 551 rapine, 18.500 furti, 280 estorsioni, 583 danneggiamenti seguiti da incendi. Tutto, in 21 mesi, dal primo gennaio 2017 al 30 settembre del 2018. È la matematica il più potente racconto di questa terra, di Foggia e della sua provincia, la cronaca di una mafia senza nome che ha dichiarato guerra allo Stato e di uno Stato che quella guerra si è messa a combatterla, con poliziotti, magistrati, carabinieri, finanzieri. E non ha nessuna intenzione di perderla. Basterebbero i numeri, appunto, per spiegare che sta accadendo in questo pezzo d’Italia. Ma invece non bastano: perché ieri sono entrati incappucciati in un asilo, una o forse due persone, per una rapina, e i bambini hanno pianto. E probabilmente non lo hanno dimenticheranno mai. Non basta perché per tre volte in sei giorni, la notte è stata accompagnata da un boato. Bombe, saracinesche che saltano all’aria, racket, paura. E silenzio. Ludovico Vaccaro è il procuratore di Foggia. È’ foggiano. E racconta quello che gli sta accadendo attorno. «Le bombe sono diverse tra di loro, le indagini sono in corso e sono sicuro che riusciremo ad assicurare alla giustizia i responsabili. Però…». Però? «Ci hanno sfidato. Per la prima volta, o comunque in una delle rarissime occasioni, avevamo avuto la collaborazione di un commerciante ed eravamo riusciti ad arrestare due malviventi. Ho voluto fortemente che si tenesse una conferenza stampa, ho partecipato personalmente per ringraziare quell’imprenditore e per dire che il coraggio premia, che denunciare è importante. Era stata una bella giornata. Quello che è accaduto dopo è davvero incredibile». È successo che nel quartiere degli estorsori arrestati, poche ore dopo, sia scoppiata una bomba davanti alle vetrine di Euronics, tra i negozi più grandi della città, un’impresa da 750 dipendenti. Il titolare ha raccontato di avere paura e di non aver mai avuto però minacce. «È possibile anche che sia stato scelto come simbolo: dopo gli arresti hanno voluto dire, qui comandiamo noi» spiega un esperto investigatore che da mesi sta lavorando su Foggia. Il presidente di Confindustria, Gianni Rotice, ha detto dopo gli ultimi fatti che «le dichiarazioni di principi non bastano più, serve fare altro». Anche se poi non risultano iniziative clamorose degli imprenditori contro il racket. Per dire, almeno a leggere le ultime uscite, il problema principale sembra essere la «fatturazione elettronica». Lo scorso anno don Luigi Ciotti è voluto venire qui, non a caso, per la manifestazione nazionale di Libera. Ma il suo grido sembra essere caduto nel vuoto. In città non c’è traccia di un’associazione antiracket: ne era stata aperta una quattro anni fa da una wedding planner ma da tempo non se ne hanno più notizie. Da Bari il procuratore distrettuale antimafia, Giuseppe Volpe, l’aggiunto Francesco Giannella, il pm Giuseppe Gatti sono riusciti, con il loro lavoro, ad affermare il principio che questa di Foggia è mafia. Vera, forte, che fa paura. Tanto da lasciare irrisolto l’80 per cento dei 300 omicidi degli ultimi 30 anni. Eppure nei tribunali, nel corso degli anni, qualcuno era riuscito persino a mettere in dubbio che questa fosse mafia. La Procura però non si è mai arresa. Hanno lavorato sui fatti. E sulla testa delle persone: a Vieste è arrivato Tano Grasso con la sua associazione e hanno portato i pullman di cittadini per bene in aula. Si sono seduti accanto agli imprenditori che avevano deciso di collaborare. «Ma a Foggia — dice il procuratore Vaccaro — serve una struttura complessa. Mancano i corpi intermedi, la politica su certi temi sembra afona e il nostro lavoro di repressione, da solo, non può bastare. Sono arrivati nuovi agenti, il Csm ha mantenuto le promesse ma ripeto non basta». «Gli imprenditori del Tavoliere vittime di estorsioni hanno assunto un atteggiamento di volontaria sottomissione al fenomeno mafioso» scriveva proprio il Consiglio superiore della magistratura pochi mesi fa. «La sua manifestazione massima è nella scelta, spesso, di cercare in prima persona le persone legate alla Società Foggiana per pagare il pizzo anticipandone in tal modo la richiesta. Non per lucrare vantaggi ma la rassegnazione nel sapere che gli affari e la loro stessa vita non possono affrancarsi dalla protezione mafiosa». Rassegnati? «La gente si sente sola. L’economia è in ginocchio, perché le bombe le estorsioni intimoriscono gli imprenditori, ammazzano le idee» conclude Vaccaro. «Voglio che sia chiara una cosa: questa città, così, non può continuare».

 

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