Benvenuti a Mafiopoli

Benvenuti a Mafiopoli

14 Aprile 2020

A «Mafiopoli» la vita scorre, giorno dopo giorno, tranquillamente e, come sempre, senza grandi scossoni, tranne le eccezioni che ci sono dappertutto. Solitamente c’è calma, tranquillità; invece quel giorno c’è movimento, c’è tensione. Tutti sono in attesa dell’importante decisione riguardante il progetto chiamato Z–10 e la costruzione di un palazzo a cinque piani; perciò il «grande capo, Tano Seduto, si aggira come uno sparviero sulla piazza».

Il 7 aprile 1978 durante la trasmissione radiofonica «Onda pazza» di Radio Aut, Peppino Impastato – Peppino per gli amici, perché all’anagrafe il suo nome è Giuseppe – parla in questi termini del suo paese d’origine, Cinisi, centro costiero a due passi da Palermo e di un suo illustre concittadino.

Il Tano Seduto della trasmissione è Gaetano Badalamenti, nato a Cinisi il 14 settembre 1923, meglio noto come Tano, nome sempre preceduto dall’onorifico e rispettato « don. » Don Tano Badalamenti – potente, riverito, temuto, prestigioso esponente della mafia palermitana e siciliana, collocato ai suoi vertici assieme a personaggi destinati ad entrare nella leggenda di Cosa nostra come Stefano Bontate e come Luciano Leggio, quest’ultimo da tutti conosciuto come Liggio – è burlato, svillaneggiato, messo in ridicolo nel suo stesso paese; quel paese il cui nome è storpiato in «Mafiopoli» e il corso dove abita l’illustre esponente di Cosa nostra, corso Umberto I, è stato ribattezzato corso Luciano Liggio a beneficio degli ignoranti, perché sappiano, e a beneficio di chi abbia voluto far finta di non capire – perché almeno non possa dire di non aver capito.

I cittadini di Cinisi, a detta di tutti, ascoltano le trasmissioni di Radio Aut e ridono – eccome se ridono! – dei personaggi, tutti volti noti, anzi notissimi essendo loro compaesani, che Peppino ed i suoi compagni mettono in scena giorno dopo giorno.

Parlare di mafia a quei tempi è già un atto di coraggio, ma fare i nomi dei mafiosi e ridicolizzarne i capi pubblicamente è sicuramente un atto temerario. Talmente temerario che solo un pazzo può per- metterselo. Qualche anno prima, il 30 marzo 1973, ha fatto i nomi dei mafiosi quel «matto» di Leonardo Vitale, un « modesto uomo d’onore » della «famiglia» di Altarello di Baida che, « travagliato da una crisi di coscienza», si è presentato in questura ed ha rivelato « quanto a sua conoscenza sulla mafia e sui misfatti propri ed altrui».

Impastato non lo saprà mai, ma Vitale sarà ucciso il 2 dicembre 1984, qualche mese dopo essere uscito dal carcere, mentre rientra a casa in compagnia dell’anziana madre e della sorella con le quali ha assistito alla messa in una chiesa di un popolare quartiere di Palermo. Dopo le dichiarazioni, sconvolgenti per l’epoca, è stato dichiarato seminfermo di mente e, nonostante ciò, sbattuto in galera per le accuse lanciate contro se stesso, le uniche che saranno credute; quelle contro gli altri mafiosi da lui accusati saranno, invece, con la sola eccezione del giudice istruttore del tempo, Aldo Rizzo, ritenute inattendibili e di conseguenza tutti quelli chiamati in causa saranno prosciolti e lasciati andare.

fonte:https://www.iltaccoditalia.info/


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