Beni mafiosi all’asta? Lo Stato vuole fare “Cassa” rischiando, però, che essi ritornino nelle mani dei mafiosi

Continuano le confische dei beni appartenenti alle cosche. Un nuovo, controverso, provvedimento vorrebbe permetterne la vendita all’asta. Che fine farà il capitale immobiliare strappato alla criminalità organizzata?

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Nell’ultima operazione della Direzione Investigativa Antimafia di Napoli a carico di 19 persone, ritenute riciclatori dei soldi del clan dei Casalesi, sono stati sequestrati beni valutati in oltre 120 milioni di euro, appartenenti alle cosche. I presunti prestanome delle famiglie camorristiche acquistavano beni immobili alle aste giudiziarie, ottenendo così la proprietà di lussuosi appartamenti a prezzi molto inferiori a quelli di mercato.

Che fine farà, adesso, il capitale immobiliare strappato alla criminalità organizzata?
Sarà destinato ad “uso sociale”, secondo la legge istituita tredici anni fa grazie alla campagna di Libera e frutto, prima ancora, dell’impegno di Pio La Torre?
Oppure i beni saranno venduti in nuove aste, i cui proventi serviranno a finanziare sicurezza e giustizia, come vorrebbe l’emendamento alla Finanziaria 2010?

Il controverso articolo presentato da Maurizio Saia (An) già approvato al Senato e all’esame della Camera, prevede infatti che i beni confiscati alla criminalità organizzata “di cui non sia possibile effettuare la destinazione o il trasferimento per le finalità di pubblico interesse” entro i termini di 90 giorni, vengano destinati alla vendita. Il ricavato dell’alienazione di circa 3mila immobili confiscati alla mafia andrà, si legge nella proposta, al 50% al ministero dell’Interno per la tutela della “sicurezza pubblica e del soccorso pubblico” e il restante 50% al ministero della Giustizia “per assicurare il funzionamento della giustizia”.

Il ministro dell’interno, Roberto Maroni, rassicura i cittadini sul rischio che i beni confiscati alla mafia vengano rivenduti alla criminalità e definisce «assolutamente infondate» le preoccupazioni emerse in questi giorni a proposito dell’emendamento. «Il meccanismo è molto semplice», precisa Maroni, «Innanzitutto, il bene sequestrato deve essere preventivamente destinato a un utilizzo per fini sociali.  Se non c’è possibilità di utilizzare questi beni, il Prefetto decide se si possano mettere all’asta».

Di diversa opinione il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, che paventa il rischio di un paradosso aberrante: «in un momento di crisi economica e di interventi nelle aste ai fini di farle andare deserte, si potrebbe correre il rischio di vendere a prezzi stracciati questi beni. Beni che poi servirebbero a finanziare il ministero dell’Interno e della Giustizia e quindi la legge sul processo breve. Alla fine, se li acquistano i mafiosi saranno loro a finanziare la nostra attività».

Libera, una rete di organizzazioni impegnate nella lotta alla mafia, fondata e presieduta da Don Ciotti lancia una campagna contro l’emendamento.
Decine di cooperative che aderiscono a Libera vedono tantissimi giovani quotidianamente impegnati su quelle terre, che una volta erano patrimonio delle mafie. Rappresentano la quotidiana materializzazione di una sorta di “antimafia sociale”. «Non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un’Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti “cosa nostra”» conclude così l’appello dell’associazione.

(Tratto da Virgilio Notizie)

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