Beni confiscati alle mafie.Un patrimonio di decine di miliardi,una ricchezza nazionale

 

 

 

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IL DOSSIER

Beni confiscati alla mafia: i dati, le storie di riutilizzo, la web serie

Quanti sono, dove si trovano, quanto valgono, che fine fanno. I numeri aggiornati da Corleone, dove è stato seppellito Totò Riina, e da Ostia, patria del clan Spada. Ville, aziende, opere d’arte, auto di lusso possono tornare a nuova vita: nella web serie “Riprendiamoli” gli esempi di buona gestione di Tecla Biancolatte, Gianluca De Martino

 

I beni sequestrati e confiscati alla mafia in Italia sono un tesoro. Oltre trentamila beni tra immobili e aziende. Un patrimonio che vale 25 miliardi di euro secondo una recente relazione della presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi.

I numeri
Non sono stati mai così tanti i beni sottratti alle mafie e nella gestione dell’Agenzia nazionale. Lo dice l’ultima relazione presentata dal prefetto Ennio Sodano, neo direttore dopo l’esperienza di Umberto Postiglione, durante un incontro a Reggio Calabria: 20.080 appartamenti, ville, terreni, capannoni industriali in gestione di cui 8561 già confiscati definitivamente. Gli immobili complessivamente già destinati sono 12.300.

Alla fine del 2017 saranno circa duemila gli immobili confiscati riassegnati alle comunità attraverso i decreti di destinazione deliberati dal Consiglio direttivo: un primato per un solo anno, che supera anche il precedente risultato del 2015, quando furono trasferiti a Comuni, forze dell’ordine e ministeri ben 1737 immobili.

Nell’ultimo biennio si è superato un tabù, quello relativo alla vendita dei beni confiscati. Il fronte favorevole a immettere sul mercato case, ville e terreni sottratti ai boss, fare cassa e magari finanziare il fondo per le vittime, è stato ampio ed ha annoverato anche l’ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e lo stesso ex direttore dell’Agenzia Postiglione. Nel corso del 2017 l’Anbsc ha destinato alla vendita per mancata manifestazione di interesse degli enti locali 80 immobili, mentre altri 443 cespiti finiranno sul mercato per soddisfare i creditori.
Il balzo della Lombardia. La Lombardia è diventata la quarta regione per beni immobili confiscati. Ha superato quota 1000 beni destinati e ne conta in gestione 1850. Le prime regioni per numero di beni confiscati complessivamente sono Sicilia, Calabria e Campania. Dei 2080 beni immobili già trasferiti nella proprietà di Comuni o mantenuti allo Stato, circa il 45% è rappresentato da appartamenti e il 40% da terreni. Negozi o capannoni industriali sono il 10%. L’Agenzia si ritrova a gestire un patrimonio sequestrato o confiscato anche al di fuori dei confini nazionali.
Sono 14 gli immobili sottratti a criminali coinvolti in inchieste transnazionali e individuati grazie a indagini patrimoniali che hanno coinvolto anche le polizie di altri Paesi. Otto sono gli immobili in Francia, tra i quali spicca l’appartamento di Place Vendome, a Parigi, sottratto al re dei videopoker Gioacchino Campolo nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Reggio Calabria. Tre appartamenti si trovano in Spagna, uno in Svizzera, uno in Brasile e uno in Austria. In caso di vendita, all’Italia spetterà il 50% dell’importo.

 

Le aziende. Le aziende sottratte alla criminalità e attualmente sotto la gestione dell’Agenzia sono 3114. Ne sopravvive una su dieci, il resto viene avviato alla liquidazione (818 su 882 hanno chiuso baracca dopo aver soddisfatto i creditori). Tutto il patrimonio di aziende confiscato ai criminali vale circa 230 milioni di euro. È questa una cifra calcolata come valore della produzione aggregato per gli anni 2015 e 2016, sulla base dei bilanci presentati. Queste realtà danno lavoro a 525 dipendenti. Non proprio sedie vuote, ma operai e impiegati in carne e ossa, come il personale della Bianchini di Reggio Emilia o della Calcestruzzi Belice. In quella cifra ci sono anche gli ex commessi dei supermercati Grigoli, che una volta appartenevano al cassiere di Matteo Messina Denaro, Giuseppe Grigoli. Uno dei market del gruppo “6GDO” a Erice, in provincia di Trapani, doveva essere gestito da un gruppo di tre ex dipendenti, che a marzo di quest’anno presentarono un’offerta. Il Comune, dopo un lungo iter burocratico, ha bloccato l’assegnazione della struttura, provocando la reazione dei senatori del Movimento 5 stelle, che hanno presentato un’interrogazione parlamentare al ministro degli Interni, Marco Minniti. In Sicilia si trova il maggior numero di aziende confiscate ancora nella gestione dell’Agenzia: 868. Seguono Campania e Lazio, rispettivamente con 536 e 481. Prima regione del Nord è la Lombardia (220). In Italia una società confiscata su cinque opera nel settore delle Costruzioni, mentre un altro 20% è impegnato nel commercio all’ingrosso e al dettaglio.
Il frutto di anni di indagini patrimoniali si è concretizzato con sequestri di attività anche all’estero. L’agenzia ne ha in gestione ben 30. I principali Paesi in cui sono state individuate società di riciclaggio del denaro sporco delle mafie sono la Cina e la Gran Bretagna, rispettivamente con 8 e 7 aziende. Sequestri sono stati disposti anche in Costa Rica, Malta e in Liberia. Nel Paese africano aveva sede una società immobiliare riconducibile all’ex boss della banda della Magliana Ernesto Diotallevi, titolare di una villa in Corsica. Patrimonio sequestrato nel 2013 nell’ambito dell’inchiesta Trent’anni.

L’altra Corleone

 

Il pernottamento è nel casale che un tempo apparteneva a Totò Riina.

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La visita fra i vitigni termina con la degustazione di vini nella cantina “Centopassi”. Poi un giro in centro, con sosta nella ex casa di Bernardo Provenzano oggi punto vendita dei prodotti della legalità. Il tour dei beni confiscati a Corleone attira sempre più turisti. Molti sono studenti. Altri sono consumatori che vogliono vedere con i propri occhi come funziona la filiera del pomodoro siccagno che comprano al supermercato sotto casa. Basta andare sul sito “Il giusto di viaggiare” e si sceglie l’itinerario “responsabile” alla scoperta del riuso sociale dei terreni e delle case tolte alle cosche. L’ideatrice del progetto è Valentina Fiore, amministratrice delegata del Consorzio Libera Terra Mediterraneo . Libera Terra raggruppa 9 cooperative sociali che, nate per iniziativa dell’associazione Libera, hanno rimesso in coltura circa 1400 ettari di terreni confiscati e sequestrati alle mafie in Sicilia, Campania, Puglia e Calabria.
Nella zona del Belice Corleonese operano due cooperative, la Placido Rizzotto e la Pio La Torre, che danno lavoro a circa 50 persone. Sono posti dove si fa impresa con pasta, vino, olio, legumi, marmellate, passate di pomodoro. Tutto biologico. “Puntiamo sulla qualità del prodotto – assicura Fiore – che vuol dire dignità del lavoro dei territori. Il prodotto comprato per il suo valore intrinseco è il nostro perno. Ci piace dire che il nostro lavoro è professionalizzante. I vini Centopassi, per esempio, sono riconosciuti nel settore, sono segnalati dalle guide, tanto che sono un prodotto che viaggia anche all’estero”. Fiore è ad dal 2006: “Nei primi anni – racconta – si faceva fatica a trovare gente che venisse a lavorare con noi, ora è il contrario, le persone vengono perché diamo posti di lavoro. O perché hanno capito che creiamo indotto e quindi vogliono diventare nostri fornitori”.
Che a Corleone ci sia aria di rinnovamento lo assicura anche Lucio Guarino che del paese di Riina è segretrario comunale. “Così come nel mondo il narcotrafficante Escobar ha reso famoso la Colombia, così all’estero ci conoscono come la capitale di Cosa Nostra. Con la morte di Riina siamo tornati sotto i riflettori: il paese si è riempito di giornalisti e curiosi. Ma non siamo solo la terra del Padrino. C’è un’altra Corleone, la Corleone degli onesti, la Corleone di Bernardino Verro e di Placido Rizzotto, la Corleone guidata dai commissari straordinari dopo lo scoglimento del consiglio comunale per mafia nell’agosto 2016”.
Corleone, cimitero blindato per l’arrivo del feretro di Riina Tumulazione blindata per Totò Riina. Il cimitero di Corleone questa mattina era presidiato dalle forze delle ordine. La salma del “capo dei capi” è arrivata poco dopo le 8.00: alla preghiera hanno partecipato la moglie Ninetta Bagarella, i figli Salvo, Maria Concetta e Lucia.Video di Giorgio Ruta
Sul sito del comune di Corleone, si trova l’elenco di tutti i beni confiscati del territorio: sono 82 – molte sono particelle, cioè porzioni di terreno – e tutti sono usati dalla comunità.
La villa di Totò Riina, per esempio, è diventata la caserma dei vigili. Il decreto di confisca è del 20 luglio 2000, la caserma è stata inaugurata nel 2005. “Una villa di 4 piani – dice Guarino leggendo il decreto – il piano terra di 255 metri, il primo e secondo piano di 270 metri l’uno, il terzo piano di 180 metri e lo scantinato di 360. Il valore stimato all’epoca, ancora in lire, era di 1 miliardo e ottocento milioni”. L’abitazione di Provenzano nel cuore del paese che attualmente ospita la bottega della legalità è molto più piccola e al tempo della confisca nel 2005 valeva “solo 95 mila euro”, afferma Guarino che, come un fiume in piena, cita altri esempi di beni sul territorio. C’è il locale di Riina sempre a Corleone dove è stato realizzato un laboratorio per il confezionare i legumi delle terre confiscate. Spostandosi in campagna, c’è il casale di Riina che, dopo un’importante ristrutturazione, è diventato il centro agrituristico “Terre di Corleone” che fa parte del circuito del “Il giusto di viaggiare”.
L’agriturismo Terre di Corleone

A qualche chilometro di distanza, a Monreale, nei terreni confiscati a Bernardo Brusca, sono nati il Centro Agrituristico “Portella delle Ginestre” e il Centro Ippico “Giuseppe Di Matteo”; a San Cipirello c’è lo stabilimento enologico “Centopassi” dove viene prodotto l’omonimo vino. Sono realtà che Guarino conosce bene perché dal 2000 è il direttore del Consorzio Sviluppo e legalità che unisce otto comuni dell’area per la gestione dei beni confiscati. Guarino, come Valentina Fiore, parla di una progressiva apertura dei cittadini nei confronti di chi lavora nel settore, documentandola con i numeri:”Nel 2001 al bando per la cooperativa Placido Rizzotto partecipano 100 cittadini e quasi tutti di Palermo. Solo quattro anni dopo, nel 2005, al bando per la cooperativa Pio La Torre partecipano in 300, e questa volta quasi tutti di Corleone o di paesi vicini. Le nuove generazini stanno cambiando il territorio”.
Lo scorso luglio c’è stato l’ultimo affondo dello stato al patrimonio del capo dei capi: è stata sequestrata una villa a Mazzaro del Vallo. Ora c’è solo da attendere la sua rinascita nella legalità.
Mafia, sequestrato il tesoretto di Riina: una villa e 38 conti correnti «Io, se recupero pure un terzo di quello che ho sempre ricco sono», diceva il boss Totò Riina, intercettato in carcere. Altro che famiglia di nullatenenti, come scriveva qualche giorno fa la figlia del capo dei capi al Comune di Corleone, dicendo di avere diritto al bonus bebè. Era una messinscena, il bonus bebè non è stato concesso. I carabinieri del Ros sono riusciti a scoprire un tesoretto del padrino rinchiuso al 41 bis dal 1993: una villa a Mazara del Vallo, e 38 conti correnti, che sono intestati ai familiari. In quella villa, in via degli sportivi 42, Riina ha trascorso le sue ultime estati da uomo libero; dopo l’arresto, è arrivato il fratello Giacomo (e sembra che la moglie di Totò non abbia proprio gradito). Nel 1984, un’altra villa di Giacomo Riina era stata confiscata dal giudice di Trapani Alberto Giacomelli, che pagò con la vita questo provvedimento, il 14 settembre 1988. Per quell’omicidio, Totò Riina è stato condannato all’ergastolo. (di SALVO PALAZZOLO)
Il caso Ostia
Combattere la criminalità organizzata con la confisca dei patrimoni può somigliare a quei tentativi di raccogliere la sabbia in mare. I granelli sfuggono per quanto si provi a tenere i pugni chiusi, prendono altre direzioni e, quando si riemerge dall’acqua, ci si ritrova a mani vuote. Per anni la criminalità organizzata nel quartiere di Ostia, ha lasciato così, a mani vuote lo Stato, mettendo le ricchezze accumulate con spaccio di droga, estorsioni e riciclaggio al riparo da sequestri e confische. Sebbene le tracce della presenza di organizzazioni criminali sul litorale romano sia “certificata” a partire dal 1980, come accertato dalle inchieste sulla Banda della Magliana, solo due beni definitivamente confiscati hanno riaperto con una nuova vita. In corso ci sono iniziative in strutture sequestrate, come nel caso del porto turistico sottratto all’imprenditore Mauro Balini vicino al gruppo dei Fasciani e oggi in amministrazione giudiziaria, o come i tentativi di aprire spiagge della legalità dopo anni di speculazioni e abusivismo.
Trentasette anni fa una sentenza della Corte d’Assise di Roma sulla Banda della Magliana evidenziava l’importanza dei gruppi di Acilia e Ostia nel traffico e nello spaccio di droga, come riferimenti di Nicolino Selis. Oggi uno dei beni sottratti a Egidio Salomone, in via Maccari, a San Giorgio di Acilia, è uno dei due esempi di riutilizzo sociale. Proprio lì davanti a quella che era una sala giochi, la Planet Games, la sera del 4 giugno 2009 fu trucidato Salomone, referente della banda della Magliana per il litorale. Il locale di 216 metri quadrati fu assegnato dal Comune all’Anffas di Ostia. Quello che era un ritrovo di pregiudicati e uno strumento per il riciclaggio del denaro sporco, è diventato sede di un ufficio per l’avviamento al lavoro dei diversamente abili. E poche settimane fa ha ospitato il confronto tra i due candidati alla guida del X Municipio, aggiudicata al ballottaggio a Giuliana Di Pillo del Movimento 5 stelle.
Il secondo bene confiscato e riutilizzato nel quartiere si trova in via Nicomaco. È un villino di circa 960 metri quadrati e di un valore stimato di 600mila euro, confiscato definitivamente nel 2007. Oggi ospita la casa famiglia Rosetta e svolge attività di prevenzione anche nei confronti della ludopatia. Altri due alloggi confiscati, in via Francesco Menzio, sono stati destinati dall’Agenzia all’Arma dei carabinieri e utilizzati per fini istituzionali. Il ricambio sulla scena criminale a Ostia ha portato nei fascicoli della Procura i nomi delle cronache delle ultime settimane: i Triassi, i Fasciani, gli Spada.

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Il porto turistico di Roma, con oltre 800 posti barca, è sotto sequestro da luglio 2016 ed è gestito dall’amministratore giudiziario Donato Pezzuto, cui è affidata non solo la sopravvivenza ma anche il rilancio della struttura.
La svolta sulla strada della legalità si è tentata anche con gli stabilimenti balneari. Ci ha provato Libera partecipando al bando con le associazioni Uisp Roma e Le Grand Coureur per la gestione della spiaggia libera Spqr. Spiaggia su cui, però, insisteva un chiosco abusivo da abbattere, ma di cui non c’era traccia nella documentazione inserita nel bando. Risultato: Libera ha abbandonato la struttura nel 2016, non potendo sanare quella situazione di cui era all’oscuro. “La mancata riconversione di attività sequestrate e confiscate nel quartiere di Ostia è in parte dettata da motivi di tempo e di procedure burocratiche – spiega Marco Genovese, referente di Libera Roma -. C’è un lungo elenco di esercizi commerciali e imprese sotto sequestro o in confisca di primo grado, per le quali si attendono decisioni definitive. Al contempo, però, esistono indubbiamente ostacoli, situazioni pregresse di illegalità, di abusivismo o tentativi di infiltrazioni che frenano quelle iniziative che intendono riportare la legalità sul litorale”.

Riprendiamoli, la web serie
La villa si affaccia sul mare ed è costruita direttamente sugli scogli. Gli insegnanti, all’ombra della pineta, si godono il paesaggio nell’attesa di pranzare.

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Il progetto “Cambio rotta” ha trasformato la fortezza di Salvatore Geraci, imprenditore edile affiliato del clan Bagheria, in un centro polivalente dove si valorizza il territorio, lo sviluppo locale e la cultura della legalità. Ma nel 2014 sono iniziati i problemi con l’Amministrazione comunale

I professori del posto fanno da Cicerone ai colleghi turchi, cechi e polacchi: «Lì c’è Palermo, lì Cefalù», indicano con il dito. Alla domanda su chi fosse l’ex proprietario della magione extra lusso, rispondono che in paese, ad Altavilla Milicia, Salvatore Geraci era sì noto per avere fatto tanti soldi velocemente, ma che, no, del suo rapporto con Cosa Nostra non ne sapevano nulla. Alzano la testa e guardano la garitta dove stazionava la guardia del corpo di Geraci. Intanto al piano di sotto, i loro studenti stanno preparando da mangiare per tutti, sotto la guida di uno chef. Finisce la lezione di cucina e voilà, i ragazzi escono con i piatti di pasta al pomodoro e basilico. Benvenuti a “Cambio Rotta”, la scuola di cucina del Mediterraneo, protagonista della prima puntata della web serie “Riprendiamoli, sfida per i beni confiscati alla mafia”, in uscita mercoledì 29 novembre sui siti dei quotidani locali Gedi e su Repubblica.it.

“Riprendiamoli”, il trailer della web serie La scuola di cucina nella villa del boss a picco sul mare. Le tele di Fontana e Dalì tolte al re dei videopoker ora in mostra al museo di Reggio Calabria. La seconda vita dell’azienda del Nord sottratta alla ‘ndrangheta. Vigili in Ferrari e Croce Rossa in Porsche: le auto erano delle cosche. Sono gli esempi di buona gestione di beni confiscati protagonisti della web serie “Riprendiamoli” prodotta dai quotidiani locali del Gruppo Gedi, da Repubblica Tv e da Visual Desk.

Gli episodi della web serie – in tutto 4 –  sono stati realizzati dall’Agenzia dei giornali locali del Gruppo Gedi, da Repubblica.tv e da Visual Desk. Ognuno racconta una storia virtuosa di riutilizzo di un bene sottratto alla criminalità organizzata. Immobili, aziende, opere d’arte, auto di lusso. Quattro esempi di buona gestione che sono uno spin off dell’omonima inchiesta del 2016 poi diventata ebook , frutto del lavoro dei quotidiani locali del Gruppo Gedi, della scuola di giornalismo di Urbino e di Confiscati Bene . Da Palermo a Milano, da Reggio Calabria a Modena, i video doc documentano l’attività di chi ogni giorno combatte la mafia con i fatti: cercando di gestire al meglio i beni confiscati.

Beni confiscati alla mafia, l’inchiesta “Riprendiamoli” Dal 1982 a oggi, sono stati sequestrati e confiscati alla mafia 27.000 beni tra ville, cascine, castelli, alberghi, supermercati, stabilimenti balneari, auto di lusso. Di questi solo 11.000 sono stati riconsegnati alla comunità. Perché? Di chi sono le responsabilità? L’inchiesta a cui hanno lavorato 24 giornalisti di Confiscatibene, dei giornali locali del Gruppo Espresso e dell’Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino cerca di rispondere a queste domande con dati, mappe, cronache, storie, interviste. E con uno spazio aperto alle segnalazioni. Leggi “RIPRENDIAMOLI”, la sfida per i beni confiscati alla mafia

La prima puntata è stata girata ad Altavilla Milicia, Sicilia, nella villa di 250 metri quadrati più 1500 di giardino, che negli anni ’90 è stato il covo a cinque stelle di Salvatore Geraci, boss di primo piano nel gotha di Cosa nostra.
La seconda puntata racconta della ‘ndrangheta al Nord, del processo Aemilia e delle mani della famiglia cutrese Grande Aracri su un’azienda storica del territorio emiliano, la Bianchini costruzioni, ora rinata sotto amministrazione giudiziaria.
La terza puntata parte dagli investimenti delle cosche nell’arte e arriva a Reggio Calabria, a Palazzo della Cultura, un museo nato grazie alle tele di Fontana, Dalì e de Chirico che il re dei videopoker Gioacchino Campolo nascondeva in casa.
La quarta puntata racconta della Ferrari sotto sequestro affidata alla polizia municipale a Milano e della Porsche confiscata con cui la Croce Rossa a Roma trasporta il sangue. Buona visione.

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