Beni confiscati, 21 milioni per censirli ma è caos sui numeri

L’Espresso,  Mercoledì 13 Luglio 2016

Beni confiscati, 21 milioni per censirli ma è caos sui numeri
Una ricerca della Fondazione con il Sud svela i numeri nascosti, gli sprechi e il caos della gestione del tesoretto dei boss. E conclude con proposte concrete da presentare alla politica

di Giovanni Tizian

Ventuno milioni per mappare i beni confiscati alle cosche e riutilizzati. Con due progetti ambiziosi e molto costosi, uno da 7 e l’altro da 14 miioni di euro, finanziati con fondi strutturali. Eppure ancora oggi non sono disponili dati certi sull’effettivo utilizzo del patrimonio sottratto ai clan. È quanto emerge dallo studio del gruppo coordinato dalla Fondazione con il Sud e costituito da Forum del Terzo Settore, Fondazione Cariplo, Fondazione Cariparo, Fondazione Sicilia, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna.

L’analisi, oltre a indicare le grosse criticità, in alcuni casi inedite, conclude con proposte concrete da porre all’attenzione della politica.

QUANTI SONO I BENI CONFISCATI

In Italia i beni immobili confiscati sono 23.576 ( febbraio 2016), concentrati soprattutto in 6 regioni (Sicilia 43,51 per cento Campania 12,76, Calabria 12,00, Puglia 9,46, Lazio 7,02, Lombardia 6,88). I progetti milionari invece non hanno prodotto ancora risultati. Eppure il sistema informatico Regio (7 milioni di euro) e il SIT-MP (un sistema informatico telematico) sono nati proprio allo scopo di garantire un continuo scambio di dati e informazioni sui sequestri, sulle confische e sulla gestione dei beni confiscati.

«Una recente ricerca di Libera ha censito 525 soggetti del terzo settore, che hanno valorizzato beni confiscati. Non va meglio sul fronte delle aziende confiscate: l’ANBSC ne segnala 3.585 ma, secondo gli ultimi dati disponibili, sono meno di 10 quelle date in gestione a cooperative di dipendenti, mentre 1.893 sono in carico all’Agenzia che non ha ancora deciso la destinazione», si legge nel rapporto della Fondazione. Che individua un ulteriore buco nero: «Non esistono invece dati sui beni mobili, registrati e non».

L’attuale normativa prevede che le somme di denaro (comprese le attività finanziarie a contenuto monetario o patrimoniale) affluiscano nel Fondo unico di giustizia (Fug). Tuttavia anche in questo caso quando arriva il momento di tirare le somme e capire quanto effettivamente c’è in cassa regna il caos. «Apartire dall’acquisizione di dati certi sullo stock e sui flussi di risorse che affluiscono nel fondo quantificati comunque in circa 3,5 miliardi di euro».

A tal proposito una relazione della Corte dei Conti è molto precisa: «L’analisi istruttoria […] ha evidenziato la presenza di risorse ancora in sequestro, alcune risalenti addirittura a 30-35 anni addietro, per le quali non risultano intervenuti (o comunicati) successivi provvedimenti definitivi di confisca, restituzione o devoluzione allo Stato. Ulteriore sintomo di criticità è rappresentato dal numero non indifferente di uffici giudiziari […] che non hanno mai effettuato comunicazioni di provvedimenti di pertinenza del Fug. Inoltre […] è emerso il fenomeno, di cui non si conoscono ancora le reali dimensioni, della mancata volturazione al Fondo di molte delle liquidità oggetto di sequestro e, poi, di confisca e della diffusa abitudine degli amministratori giudiziari a non soddisfare gli obblighi di rendicontazione». Una situazione, quindi, non proprio trasparente.

BENI NON UTILIZZATI E ASSENZA DI PROGRAMMAZIONE

Tornando però ai beni immobili c’è un dato preoccupante evidenziato dal gruppo di studio: «Secondo uno studio dell’Agenzia per la coesione territoriale, va rilevato che: la destinazione e la consegna dei beni non sempre comporta il loro effettivo utilizzo; vi è mancanza di trasparenza, pubblicità e parità di trattamento nelle assegnazioni; vi è un isolamento dei Comuni ed una eccessiva frammentazione degli interventi; vi è assenza di programmazione nelle azioni a sostegno dello sviluppo locale; vi è assenza di strategia nazionale di intervento per tipologia di beni immobili; vi è una ridotta capacità amministrativa e tecnica di progettazione».

Non solo, anche i Comuni a cui vengono assegnati case, palazzi, garage, magazzini, terreni o capannoni, si mostrano sempre più perplessi. Perché c’è una norma paradossale «che mette in capo ad essi l’adempimento al risarcimento patrimoniale in caso di vittoria dei ricorrenti contro la confisca».

Altro nodo critico, lo spreco dei fondi Pon sicurezza: non sempre gli interventi pubblici si sono mostrati efficaci. La ristrutturazione di beni immobili confiscati hanno dato, scrivono i ricercatori, luogo in non poche circostanze a conclamati episodi di spreco. Parliamo di beni perfettamente ristrutturati, non gestiti e quindi degradati. Un pessimo messaggio per i cittadini che vivono nei territori dove regnano le cosche.

«La gestione dei beni e dei patrimoni confiscati non è solo un potente strumento di contrasto alle mafie, simbolo di liberazione di intere comunità e segnale di speranza e giustizia – commenta Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione Con il Sud – Può essere molto di più, la posta in gioco è ancora più alta: se il sistema funziona veramente può essere una importante leva di sviluppo economico e un micidiale ed efficace strumento di scardinamento della cultura mafiosa, che si nutre dei fallimenti dello Stato e sul territorio – chiosa Borgomeo – il risultato concreto si deve vedere».

LE PROPOSTE PER CAMBIARE IL SISTEMA

Così ecco le proposte concrete per provare a cambiare il sistema. La prima ipotesi è sostituire l’Agenzia dei beni confiscati con un Ente pubblico economico che abbia, però, competenze e responsabilità più vaste. Con una grande novità. Fuori i burocrati, dentro i manager con esperienze industriali, immobiliari e finanziarie. Accanto a loro un rappresentante dell’Anci e delle Associazioni più impegnate nella lotta alle mafie.

La seconda prevede la costituzione del Fondo beni confiscati: «alimentato dalle risorse economiche e finanziarie relative a provvedimenti di sequestro e di confisca alle mafie attualmente trasferite al Fug, dalla eventuale vendita di beni immobili e di imprese confiscate e da proventi finanziari derivanti da investimenti del patrimonio, comunque gestito con criteri di prudenza».

Infine, il gruppo che ha realizzato lo studio ha individuato altre possibili soluzioni per questioni specifiche. «Per gli immobili viene proposto: il comodato d’uso gratuito ad organizzazioni del Terzo settore per finalità sociali o attività imprenditoriali non profit con meccanismi di evidenza pubblica; la concessione non onerosa ai Comuni per attività di rilevanza sociale; l’utilizzazione per scopi istituzionali (scuole, caserme, Enti pubblici locali) mediante avviso pubblico; la vendita del bene con procedure di evidenza pubblica aperta a tutti i soggetti, a determinate condizioni e con la cautela necessaria per evitare il rischio di “riacquisto” da parte di organizzazioni mafiose o di soggetti collegati e una volta verificata la non praticabilità delle ipotesi precedenti (ad esempio per appartamenti di grande valore nei centri urbani); la demolizione del bene e la restituzione dell’area a titolo gratuito all’Ente locale».

Per le imprese, invece la proposta prevede: «L’affitto a condizioni agevolate ai lavoratori dipendenti dell’impresa confiscata riuniti in cooperativa; l’affitto a titolo oneroso a soggetti pubblici e privati mediante meccanismi di evidenza pubblica; la vendita; la liquidazione e utilizzazione dell’immobile secondo le priorità indicate per i beni immobili». Infine, per i beni mobili, propongonoe: «La donazione ad organizzazioni del Terzo settore, alle Forze di Polizia o ad Enti pubblici per finalità sociali o ai destinatari di beni confiscati per lo svolgimento di attività connesse al progetto implementato; la vendita all’incanto».

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