Babygang a Napoli, la fabbrica dei mostri

Il Mattino, 18 Marzo 2018

Babygang a Napoli, la fabbrica dei mostri

di Vittorio Del Tufo

Le piccole belve sono state tradite da un video. Hanno confessato di aver brutalmente ucciso la guardia giurata Francesco Della Corte nel tentativo di rapinargli la pistola di ordinanza. Quale mostruosità ci racconta, quale abisso spalanca davanti ai nostri occhi la vicenda dei tre minori arrestati per l’omicidio del vigilante aggredito il 3 marzo mentre terminava il suo giro di perlustrazione all’esterno della stazione della metropolitana di Piscinola?

Forse nulla di più di quello che sappiamo da tempo. Ovvero che le babygang, che da tempo stringono la città in un assedio mortale, non sono altro che il prodotto del disfacimento progressivo e inarrestabile delle principali agenzie educative di cui disponiamo per evitare ai nostri ragazzi, alle nuove generazioni, un futuro di rovina, di galera o di morte. Questo fallimento ha il volto tumefatto e le corde vocali lesionate di Arturo, ha la maschera di sangue e la milza spappolata di Gaetano, ha il cranio sfondato di Francesco, l’ultima vittima di una guerra che fa ritornare tragicamente indietro le lancette della nostra storia.

Però vorremmo partire da una nota di ottimismo. La circostanza che i tre «lupi» di Piscinola, per usare l’espressione del questore De Iesu, siano stati arrestati grazie alle telecamere e (soprattutto) ai vecchi «sbirri di strada» segnala che lo Stato non è inerte né inerme, che la macchina investigativa e repressiva non mostra segni di cedimento, che il coordinamento tra le forze di polizia e le agenzie investigative non è fumo negli occhi, quel genere di fumo di tanto in tanto prodotto da comitati per l’ordine e la sicurezza buoni soprattutto a spargere le lacrime (e le ricette) del giorno dopo. No, stavolta li hanno presi – li abbiamo presi – e questo significa che l’attività messa in campo per arginare il fenomeno delle babygang sta dando, lentamente, i suoi frutti, e non riconoscerlo sarebbe ingeneroso, oltre che autolesionista. Naturalmente ci auguriamo che questo (e altri) risultati investigativi non vengano vanificati, come troppe volte è accaduto in passato, da un sistema penale minorile del tutto inadeguato rispetto a un’esplosione di violenza ormai fuori controllo.

Tuttavia siamo a metà del guado, sul crinale di una battaglia che non può chiamare in causa solo l’azione repressiva dello Stato, perché l’azione repressiva non può bastare, da sola, a mettere questi ragazzini affamati di sangue nelle condizioni di non nuocere più. I tre sedicenni di Scampia che hanno sprangato a morte la guardia giurata Francesco Della Corte fanno parte dell’esercito dei «senza scuola» e dei «senza famiglia» che, avendo smarrito il senso della relazione con gli altri (a cominciare dai loro coetanei), sono incapaci ormai di riconoscere le proprie stesse emozioni. E non arretrano di una virgola di fronte al dolore delle proprie vittime. È un esercito che ha un tratto eversivo di ribellismo, in qualche caso di antagonismo sociale. E che esprime una violenza sprovvista di ogni barlume di razionalità criminale, che ne fa delle schegge impazzite anche rispetto alle famiglie (a volte criminali, altre volte no) dalle quali provengono. Questi figli sono molto più pericolosi dei padri, di cui pure vorrebbero forse emulare le gesta, e si presentano davanti ai nostri occhi come soggetti antisociali a tutto tondo; un piccolo esercito capace di condizionare anche pesantemente le nostre vite.

I tre carnefici del vigilante fanno parte di questo esercito. Sono «lupi» metropolitani sfuggiti a ogni radar. Abitano un buco nero della galassia, non abbiamo alcun potere di controllo su di loro. Non hanno alcun potere di controllo, innanzitutto, le rispettive famiglie. Altrimenti avrebbero vietato loro di incontrarsi tutte le notti che Dio manda in terra, alle 3, armati di pietre e bastoni, per esercitarsi nel gioco noto in Campania con il nome di mazza e pivezo, che declinato alla maniera dei piccoli criminali significa occupazione «militare» di pezzi di città per terrorizzare i radi passanti ed imporre antropologicamente la legge del più forte. O della giungla.

Adesso sono finiti dietro le sbarre. Ma questo non può bastare a consolarci. Perché nell’altra metà del guado c’è un fallimento drammatico con il quale dobbiamo fare i conti. Il fallimento di un sistema familiare e sociale che produce «mostri» anziché cittadini consapevoli, portatori di un’energia distruttiva che non può essere derubricata solo a questione di ordine pubblico. Occorre un lavoro lungo e faticoso – molto lungo e molto faticoso – per chiudere il serbatoio che continua ad alimentare questa violenza eversiva. Una violenza tribale che trae origine più dal disfacimento delle famiglie e dalla dispersione scolastica che dal disagio sociale o dal degrado delle periferie. Stiamo pagando un prezzo altissimo al fallimento dei progetti contro la dispersione scolastica (che altrove avanzano, mentre a Napoli sono fermi). E stiamo pagando un prezzo oltremodo elevato anche al disastro di un welfare tragicamente dissanguato dai tagli, dai conti in rosso, dallo sperpero dei soldi pubblici. Questi, oltre il dolore per una vita stroncata così barbaramente, sono gli interrogativi ai quali il massacro di Piscinola ci pone di fronte. Lo Stato può e deve dare una risposta. A patto che non lo si confonda solo con l’avamposto degli uomini in divisa.

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