“Avremmo potuto arrestarne più di mille, ma dove li avremmo messi?”. Un problema serio, quello del sovraffolamento delle carceri

Il “Primo round” contro la ‘ndrangheta in Lombardia

I numeri, le dimensioni e il racconto di un’infiltrazione costante e radicata nella regione

“… Avremmo potuto arrestarne più di mille ….ma dove li mettevamo” : questo commento raccolto da uno degli investigatori che hanno lavorato tra Reggio e Milano alla grande operazione di una settimana fa contro il “Crimine”, la ‘ndrangheta in versione nuovo millennio, dovrebbe far riflettere. Non solo e non tanto perché in questo Paese – dato per assodato che si può privare chiunque della libertà, anche un sospettato di mafia, solo quando ci sono tutti gli elementi richiesti della legge – bisogna fare i conti con il sovraffollamento delle carceri anche quando ci sono gravi motivi che inducono all’applicazione di misure cautelari .

Dovrebbe far riflettere soprattutto perché rinvia ad un passaggio dell’intervento in conferenza stampa a Milano del Procuratore Ilda Boccassini: la Boccassini ha chiarito – elencando alcuni dati – che ognuno dei locali e  dei “mandamenti” di ‘ndrangheta, colpiti al Nord, poteva contare su centinaia di affiliazioni. Ho sentito cifre che viaggiavano dai 250 ai 500 ‘ndranghetisti per ogni “locale” .

Un dato che in troppi hanno trascurato e che da un lato lascia immaginare che si è chiuso solo un “primo round”: con le famiglie di ‘ndrangheta, così come sono state disegnate dalla “riforma costituzionale” dell’era Oppedisano , con i loro complici e sodali politici e imprenditoriali. Ma questo dato offre una dimensione del problema che costringe a ridefinire anche la dimensione del termine infiltrazione, soprattutto per il capitolo “economia”. Non si può tenere d’occhio solo l’affare del momento – oggi l’Expo -, perché mentre si guarda a quello si rischia di perdere di vista (e fortunatamente Boccassini, Pignatone Prestipino e Gratteri non lo fanno) la complessità e la vastità della minaccia. Proprio inchieste della Dda di Milano hanno dimostrato che famiglie storiche come i Barbaro e i Papalia gestiscono affari di ogni genere, purché lucrosi, attraverso uomini fidati da comodi uffici in via Monte Napoleone, la Dda di Reggio Calabria ha rintracciato insospettati canali finanziari tra Roma e almeno tre continenti, la Dda della Capitale ha dimostrato che i clan, pur colpiti da arresti sequestri di beni e perfino scioglimenti di consigli comunali (i Gallace a Nettuno, nel Lazio), ricostruiscono le proprie fila e insieme la propria presenza in settori economici importanti. E la guardia non può essere abbassata nemmeno per un istante.

Tornando alla Lombardia, se i numeri sono – come sono – quelli forniti dal Procuratore Boccassini, se la “politica”, l’ordinamento delle ‘ndrine , sono quelli che ci descrivono passo dopo passo le intercettazioni dell’inchiesta conclusasi con i 300 arresti del 13 luglio, allora si deve cominciare a rileggere la storia della migrazione al nord delle famiglie criminali calabresi. Migrazione ispirata, soprattutto nell’ultimo decennio, non da una quasi naturale ricerca di pascoli più ricchi ma da un vero e proprio disegno strategico, che in pochi hanno compreso. Anche nel mondo dell’informazione che continua a non garantire, salvo rare eccezioni continuità e profondità nell’occuparsi di questi temi.

Si segue l’evento, soprattutto arresti o inchieste, che magari anche a nord coinvolgono nomi eccellenti, (anche la cronaca giudiziaria ha il suo gossip, ormai!) e l’attenzione termina nel giro di 48 ore. In attesa del caso successivo, che difficilmente si riesce a collegare al contesto. Guai, poi, a scendere nel dettaglio a far troppi nomi -soprattutto per l’informazione televisiva – guai ad insistere. Guai a scavare. Dicono che lo spettatore fa confusione, perde attenzione. Ma forse a confondere è il silenzio.

(Tratto da Libera Informazione)

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