.Assunzioni imposte dal clan, il «collocamento» dei Casalesi

.Assunzioni imposte dal clan, il «collocamento» dei Casalesi

Il Mattino, Sabato 4 Febbraio 2017

Assunzioni imposte dal clan, il «collocamento» dei Casalesi

di Mary Liguori

CASERTA – È rosa il filo conduttore dell’ordinanza «Restart» che giovedì ha colpito il clan Bidognetti, con l’arresto delle figlie e della nuora del boss e di altre 29 persone. Di storie di donne è zeppa l’ordinanza. Capiclan (presunti) in gonnella. Consigliere, ma anche giovani donne entrate nelle grazie dei camorristi e da loro sponsorizzate. E spunta, di nuovo, il nome di Maria Borrata, una delle due «ancelle» dell’ex boss Antonio Iovine, il padrino arrestato a Casal di Principe nel 2010 dopo 15 anni di latitanza, in casa della sua «famiglia di camorra» dove le due cugine, Maria e Benedetta, lo accudivano insieme alla madre di una delle due. I Borrata finirono tutti in carcere e poi furono condannati per il favoreggiamento della latitanza di «‘o ninno», oggi pentito, eppure non lo tradirono mai. «Iovine chi? Lo abbiamo visto in tv», le loro risposte ai pm. Angelina Manfredi, la madre di Maria, copriva le uscite serali della figlia, quando il fidanzato la chiamava al cellulare inutilmente. Quel nome, dunque, il nome di Maria Borrata, spunta anche nell’ordinanza «Restart» di due giorni fa. Ed è legato a Gianluca Bidognetti, il figlio del boss che tese un tranello a sua zia per fa sì che Giuseppe Setola le sparasse, la «punizione» per il pentimento di Anna Carrino, madre di Gianluca. Maria Borrata, dunque. Arrestata nel giugno del 2012 per la latitanza di Iovine, lasciò il carcere di Lecce per scontare ai domiciliari la condanna. Era il 2013. Nonostante il suo status glielo proibisse, «si incontrò ripetutamente con Katia e Teresa Bidognetti». Le due ragazze si recavano a casa della Borrata perché, scrive il gip, «Gianluca aveva stretto un rapporto affettivo con Maria Borrata». Per questo motivo, Gianluca, all’epoca già detenuto, chiede alla sorella, Katia, dalla titolare di un salone di bellezza, sorella del pentito Luigi Tartarone, per obbligarla ad assumere la ragazza non appena fosse stata libera dai domiciliari. Circostanza che a quanto pare non si verificò perché il periodo di detenzione della Borrata si prolungò. Le assunzioni, insieme alle forniture di merce imposta ai negozianti, sono uno degli strumenti di cui i Bidognetti si servono per fare soldi. Fulcro delle contestazioni a carico dei 44 indagati sono l’associazione per delinquere di stampo mafioso e l’estorsione aggravata e continuata. Estorsione che si sarebbe concretizzata anche in impieghi per gente «sponsorizzata» dai Casalesi. Il collocamento della camorra. Come la Borrata, come quel Vincenzo Bidognetti fu assunto per tre mesi presso la «Simenone Costruzioni» dopo la campagna elettorale del 2013 a Casal di Principe. Un lavoro che ottenne, scrive il gip, grazie all’appoggio elettorale concesso dal clan al fratello del titolare della ditta, il candidato sindaco Vincenzo Simeone, poi eletto tra le fila della minoranza con mille e rotte preferenze. «Tutti lavoravano quando c’era la camorra». Lo ha scritto gioovedì in un post su Facebook un cittadino di Casal di Principe. Evidentemente non mentiva.

La lettera censurata
Una lettera censurata sul cui contenuto si scatena il putiferio. La lite sfugge di mano, il boss perde il controllo. Sua figlia, in quella missiva, addirittura ha messo in dubbio la sua paternità. «Mo se ci dobbiamo mettere in bocca ai giudici che non mi sei figlia, che sei figlia di un altro…» , dice Francesco Bidognetti a Teresa, la minore delle ragazze avute da Anna Carrino, nega. «Così mi sono sentita», piagnucola la ragazza. «Chi te lo ha detto?», la incalza il boss: è una furia, ma la ragazza non gli svela il nome di chi le ha messo in testa che lei non è la figlia di Francesco Bidognetti ed è per questa ragione che a sua sorella, Katia, viene conferito maggiore potere e, soprattutto, più soldi. La litigata che fornisce alla Dia la prova che il boss è ancora tale dopo 24 anni di reclusione, molti dei quali passati al 41 bis, sta proprio in quella continua competizione tra Katia e Teresa e nella disparità di trattamento economico tra le due. Secondo la minore delle ragazze, da due giorni ai domiciliari perché in stato di gravidanza, le sue «finanze» sono tracollate dopo l’arresto di Giovanni Lubello, ex marito di Katia. «Quando c’era lui, tutto questo non accadeva», cioè i soldi le venivano consegnati puntualmente e la «mesata» era più consistente. Denaro che, secondo la Dda, viene dalle estorsioni che il clan riscuote a tappeto su tutto il territorio che va da Parete al Litorale Domitio, da commercianti e imprenditori, ma anche da spacciatori, prostitute e parcheggiatori abusivi. Bidognetti, nel corso della discussione registrata nella sala colloqui del carcere de L’Aquila, addirittura minaccia di suicidarsi. «Questa situazione è insopportabile, mi devo ammazzare? Solo così mi posso togliere tutti questi pensieri che tengo!», Francesco Bidognetti è fuori di sé. Causa della sua rabbia la rottura tra le figlie. Causa anche dell’arresto di entrambe e dell’ordinanza notificata al loro padre che, dalle intercettazioni di quei colloqui, emerge ancora come il vertice del clan.

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