Arrestato il boss latitante Rocco Morabito: chi è il “fantasma Tamunga” evaso nel 2019 scavando un tunnel nel carcere di Montevideo

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Arrestato il boss latitante Rocco Morabito: chi è il “fantasma Tamunga” evaso nel 2019 scavando un tunnel nel carcere di Montevideo

Il capoclan della Locride era secondo solo a Matteo Messina Denaro. Catturato insieme a lui anche Vincenzo Pasquino, un altro narcotrafficante che si era dato alla macchia in Sudamerica. Morabito era già stato latitante per 23 anni, dal 1994 al 2017

di Lucio Musolino | 25 MAGGIO 2021

Il superboss della ‘ndrangheta Rocco Morabito, il secondo latitante più ricercato d’Italia dopo Matteo Messina Denaro, è stato arrestato in un albergo di Joao Pessoa, capitale dello stato si Paraiba, nel nord-est del Brasile. A catturarlo i carabinieri dei Ros e dei comandi provinciali di Torino e Reggio Calabria, in un’operazione congiunta con Interpol, la polizia federale brasiliana e l’Fbi statunitense che ha impiegato una ventina di uomini. Considerato il più importante broker di stupefacenti per i cartelli del narcotraffico sudamericano, era evaso il 24 giugno 2019, insieme ad altri tre detenuti (Leonardo Abel Sinopoli Azcoaga, Matias Sebastián Acosta González e Bruno Ezequiel Díaz) scavando un tunnel che lo fece uscire dalla terrazza del carcere “Central” di Montevideo, quando stava per essere estradato in Italia. Deve scontare 30 anni per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. Catturato nella stessa operazione anche Vincenzo Pasquino, 35 anni, piemontese, un altro narcotrafficante che si era dato alla macchia nel Paese, anche lui inserito nell’elenco dei latitanti più pericolosi.

Morabito, 55 anni, appartiene a una delle più potenti ‘ndrine della Locride. Si era già reso latitante per 23 anni – dal 1994 al 2017 – nascondendosi in Uruguay con la falsa identità di Francisco Antonio Capeletto Souza, sedicente imprenditore che si era costruito un nome nell’import-export della soia. Inserito nella lista dei latitanti più pericolosi d’Italia nel 1995, era stato catturato a Montevideo il 4 settembre 2017 in un’operazione eseguita dalla polizia uruguaiana, per poi fuggire dal carcere meno di due anni dopo.

Quando era stato arrestato la prima volta nel 2017, Morabito si trovava in un hotel nella località di Punta del Este, dove faceva la bella vita con tanto di villa con piscina, assegni e soldi in contanti, una Mercedes, 13 cellulari, 12 carte di credito e un passaporto brasiliano. Conosciuto con il soprannome di “Tamunga”, perché da giovane scorrazzava sulle spiagge della locride con un fuoristrada militare Auto Munga, Morabito è stato latitante per quasi metà della sua vita, con il suo arresto avrebbe dovuto scontare 30 anni di carcere, inflitti dalla Corte d’Appello di Milano, per associazione mafiosa e un traffico internazionale di cocaina.

Così non è stato finora. Poco prima dell’estradizione, infatti, “Tamunga” era riuscito di nuovo a darsi alla macchia. Grazie a un passaggio creato sul tetto dell’infermeria del carcere di Montevideo, infatti, era riuscito a evadere. Una fuga durata fino a poche ore fa quando il Ros, coordinato dal procuratore Giovanni Bombardieri e dall’aggiunto Giuseppe Lombardo, lo ha catturato a San Paolo.

Rocco Morabito ha un pedigree criminale che fa paura: è imparentato col più noto boss Giuseppe Morabito, detto “u Tiradrittu”, suo cugino di secondo grado e con i fratelli Domenico Leo e Giovanni Morabito soprannominati gli “Scassaporte”. Gli ‘80 e i ’90 per l’ormai ex latitante sono stati gli anni d’oro. La carriera criminale di Tamunga prende avvio nel 1984 quando, all’età di soli 17 anni, viene denunciato per interruzione di pubblico servizio. Era uno dei rampolli degli “africoti” che hanno studiato all’università di Messina nei tempi in cui la ‘ndrangheta si laureava con la pistola sulla cattedra. Nel 1988, era stato arrestato dalla Procura di Messina per minacce a un docente universitario. Accusa da cui poi verrà assolto per insufficienza di prove. È tutto riportato in una vecchia nota dei carabinieri di Bologna, dove prima di darsi alla macchia, Morabito gestiva le quote della società Mistigrì a cui venivano intestate le auto utilizzate e le utenze degli affiliati alla cosca di Africo.

Nel 1989, suo fratello Leo Morabito è stato ucciso in un agguato mafioso e l’anno successivo Rocco è stato ferito in un altro attentato. Si era presentato presso l’ospedale di Locri perché qualcuno gli aveva sparato a una caviglia ma le indagini non riuscirono mai a individuare il responsabile. Nel settore il traffico di droga è entrato in contatto anche con gli ambienti della camorra. Non è un caso che, assieme ad altri affiliati, Rocco Morabito era stato identificato a Baia Domizia di Sessa Aurunca, all’interno dell’abitazione di Alberto Beneduce, boss e narcotrafficante camorrista conosciuto con il soprannome di “A cocaina” e trovato qualche settimana dopo carbonizzato nel bagagliaio di un’auto.

Gli affari di Tamunga passavano per Milano dove la sua rete di contatti portava dritto ad Africo e alle cosche dell’Aspromonte. Una rete di cui facevano parte Antonio Morabito, Domenico Antonio Mollica e Francesco Sculli. Quest’ultimo, nel 1992 era stato arrestato a Fortaleza, in Brasile, assieme a Waleed Issa Khamayis detto “Ciccio”. Avevano messo in piedi un carico di oltre mezza tonnellata di cocaina.

Dalla Lombardia al Sud America il passo è stato breve. Nel luglio 1992 è stato arrestato dalla Polizia di Fortaleza (Brasile) per traffico di stupefacenti in concorso con altri. Rimesso in libertà, rientra in Calabria, dove nel 1994 viene denunciato più volte per associazione per delinquere. La sua latitanza inizia sfuggendo a due ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Tribunale di Milano per traffico internazionale di stupefacenti. È lo stesso reato che gli contesta nel 1995 il gip di Palermo in un’altra inchiesta.

Ma Rocco Morabito era già diventato un fantasma. Di lui si erano perse le tracce e il suo nome fino al 2017, compariva raramente negli atti delle recenti inchieste antimafia. Eppure nel corso della lunga latitanza, Tamunga non ha mai smesso di essere uno dei più importanti narcotrafficanti a livello mondiale. Un broker della droga che, nel settembre 2000 è stato denunciato per aver fatto parte, con il ruolo di “importatore di sostanze stupefacenti poi ripartito tra le varie organizzazioni”. Se il core business era il traffico di cocaina dal Sud America, i soldi poi venivano riciclati in acquisti immobiliari e attività imprenditoriali.

Se nel 2001 è stato condannato a 30 anni di carcere dalla Corte d’Appello di Milano, l’anno prima è stato condannato dalla Corte d’Appello di Palermo a 22 anni sempre per traffico di droga. Nel 2005, inoltre, la sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Milano gli ha confiscato alcune proprietà immobiliari ad Africo, intestate alla moglie. Pochi mesi più tardi, da latitante, subisce un’altra condanna a 10 anni di carcere dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria.

Il fantasma “Tamunga” ricomparve nel 2017 quando la sua cattura nell’hotel di Punta del Este sembrò avere assicurato alla giustizia un pezzo da novanta della ‘ndrangheta calabrese. Era solo un’apparizione perché, senza essere estradato dall’Uruguay, trascorse solo due anni nel carcere di Montevideo per poi sparire di nuovo. Ancora libero, ancora imprendibile. Fino a poche ore fa.

 

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