Aria di crisi

L’ennesimo attacco di Silvio Berlusconi contro le toghe che oggi da “rosse” sono diventate “talebane”, l’accelerazione sulla riforma della giustizia e le intercettazioni che non possono più essere “pubblicate senza limiti”, l’annuncio che la legge elettorale per gli italiani all’estero “va assolutamente cambiata” e le precisazioni sui futuri, probabili, risultati elettorali (“non contano le regioni vinte ma le percentuali di voto”): Berlusconi rilancia a tutto tondo, ma in realtà a guidare le sue ultime mosse politiche è un nervosismo che diventa sempre meno gestibile

Lo scandalo riciclaggio e le decisioni da prendere in Senato sulla posizione di Nicola Di Girolamo riaprono il dibattito sul voto degli italiani all’estero. Il voto per gli emigrati era una bandiera della destra, impugnata soprattutto, e con riconosciuta tenacia, dal ministro Mirko Tremaglia. Oggi, molti mettono sotto accusa questo sistema elettorale (Maurizio Gasparri critica le preferenze), ma c’è chi, come il ministro Roberto Calderoli ed il sottosegretario Carlo Giovanardi, chiede di superare l’anomalia di parlamentari eletti all’estero. Mentre il ministro dell’interno, Roberto Maroni, ricorda come la Lega si fosse opposta ad una riforma che un po’ tutti gli altri avevano sostenuto.
Ma soprattutto, che la legge vada ‘assolutamente cambiata’, lo dice Silvio Berlusconi. Che già nel 2006 (quando gli eletti con la ‘legge Tremaglia’ furono determinati per la maggioranza di centro sinistra al Senato), espresse dubbi sulla regolarità del voto, sostenendo poi che la legge applicativa, portata all’approvazione dal suo governo, gli sarebbe stata imposta dai vincoli di coalizione. Cioè, in pratica, da An.

Oggi, dopo lo scandalo Di Girolamo (che, come sottolinea Berlusconi, è arrivato nel suo partito su presentazione di qualcuno di An), queste critiche possono avere maggiore efficacia.
Quanto a Di Girolamo, l’iniziativa del presidente del Senato, Renato Schifani, che ha sollecitato la giunta per le immunità a esaminare l’irregolarità della sua elezione, ha provocato una risposta istituzionale ed una politica.
Quella istituzionale è arrivata dalla giunta presieduta da Marco Follini, che ha rimandato la decisione all’aula. In termini politici, è rilevante la critica a Schifani, che arriva da Enrico Letta: per il vice segretario del Pd, il presidente del Senato, anziché sollecitare oggi nuove decisioni, dovrebbe fare autocritica perché se Di Girolamo è rimasto senatore è per una scelta della maggioranza di fronte alla quale Schifani, secondo Letta, non ebbe alcunché da ridire né da biasimare.
Ora invece, rimandare la questione alla giunta come chiesto da Schifani (col plauso del portavoce di Berlusconi, Paolo Bonaiuti), potrebbe avere l’effetto paradossale di riaprire il procedimento, con conseguente allungamento dei tempi; lo osserva Francesco Sanna, capogruppo del Pd nella giunta, che sollecita invece la rapida convocazione di Di Girolamo sull’autorizzazione all’arresto. Anche per evitare il pericolo di fuga del senatore.
Quando una persona notoriamente moderata come Enrico Letta va all’attacco del presidente del Senato (in relazione ad una decisione che, come risponde Gaetano Quagliarello del Pdl, non è stata del presidente, ma della maggioranza), vuol dire che la posta in gioco è importante.
Di fronte ad uno scandalo di grandi dimensioni, la maggioranza (che ha scelto ed eletto Schifani alla presidenza) vuole tenere le distanze da qualsiasi sospetto di corruzione; mentre il Pd sottollinea che Di Girolamo, oggi scaricato dal Pdl, è stato non solo candidato ma anche salvato dalla maggioranza quando poteva essere escluso dal Senato.
E’ chiaro che la posta in gioco è l’immagine di fronte agli elettori; e, per il Pdl, la credibilità dell’impegno anti- corruzione assunto da Berlusconi.

Il premier poi torna sul caso Mills per precisare di non volere una prescrizione, come quella applicata all’avvocato inglese (per il quale c’è stata comunque la dichiarazione di colpevolezza ed una condanna al risarcimento danni), ma di puntare ad una ‘assoluzione piena’ per collocarsi al di là delle polemiche (come quelle che riguardano, ancora una volta, il Tg1, per aver definito ‘assoluzione’, la conclusione per prescrizione del processo a Mills). Solo l’assoluzione metterebbe Berlusconi al riparo dagli attacchi di chi ripete che, se c’è stato un corrotto, cioè Mills, ci deve essere stato anche il corruttore. L’opposizione, Udc a parte, calca e non poco sul fatto che Mills è stato prescritto, non assolto. Così, mentre i suoi parlano di una sentenza che sbugiarda la procura di Milano (Maurizio Gasparri) o grazie alla quale finalmente ‘giustizia è fatta’ (Gianfranco Rotondi), Berlusconi non si dice soddisfatto. E il pronunciamento della Suprema Corte non cambia il suo giudizio su certi ‘pm talebani’ che ‘intervengono con propositi eversivi nella vita democratica’.
Parole che provocano la reazione rabbiosa dell’Anm che va all’attacco di una ‘intollerabile escalation di insulti e aggressioni nei confronti dei magistrati italiani’. La frase in questione di Berlusconi, tra l’altro, andrà a ingrossare ancora la pratica del Csm a tutela di magistrati di diversi uffici giudiziari che ha attaccato.

E’ facile prevedere che questo sarà uno dei temi centrali della manifestazione di domani (oggi, ndr) del ‘popolo viola’.

(Tratto da Aptile Online)

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