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Appalti e corruzione, il rapporto ANAC: un sistema che va oltre la tangente

06 Agosto 2026 | Cronaca

Ecco come l’Autorità ha ricostruito (una parte) della corruzione negli appalti. E senza l’abuso d’ufficio cosa cambia?

Giuseppe Cirillo

Sono tutt’altro che episodi corruttivi isolati quelli individuati dall’ANAC, l’Autorità nazionale anticorruzione, che recentemente ha rilasciato il suo nuovo rapporto su corruzione e appalti in Italia, pubblicato il 24 giugno, ma dedicato alle vicende giudiziarie che riguardano il periodo che intercorre tra gennaio 2020 e maggio 2026.

Ciò che è emerso sono soprattutto i rapporti che si sono consolidati nel tempo, che hanno coinvolto più appalti e hanno trasformato alcune imprese in interlocutori privilegiati della pubblica amministrazione.

ANAC lo ha anche scritto chiaramente, parlando di vicende corruttive isolate che rappresentano la minoranza. In un maggior numero di casi, invece, la corruzione è apparsa ben inserita all’interno di “un sistema più ampio e consolidato”. Un sistema che sembra voler puntare soprattutto all’accaparramento degli appalti.

Complessivamente, sono stati registrati ben 1.295 capi di imputazione, 994 persone fisiche, 490 operatori economici, 212 stazioni appaltanti e almeno 533 contratti indiziati. Numeri che potrebbero essere rivisti. Infatti, il numero reale degli appalti interessati può essere superiore, perché in alcune indagini non è stato possibile individuare con certezza tutti i contratti coinvolti.

A questo bisogna aggiungere che – come precisato dalla stessa ANAC – il rapporto non offre un quadro completo della corruzione in Italia. Prende infatti in considerazione soltanto i casi emersi dagli atti giudiziari acquisiti dall’Autorità e non tutta la corruzione esistente nel Paese.


Manipolare la gara

Il reato maggiormente ricorrente è la turbativa della procedura o della gara. In questo caso, parliamo del 28,3% dei 378 reati di interesse che sono stati individuati.

Seguono la corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, con il 22,2%, e le contestazioni nei confronti del corruttore, con il 21,2%. Truffa e truffa aggravata rappresentano invece l’8,5%.

Dietro i dati e le categorie si muovono invece i meccanismi e le metodologie. Questi reati vengono spesso a trovarsi in presenza di offerte concordate tra imprese, ammissione alle gare di operatori privi dei requisiti necessari per accedervi, valutazioni alterate da parte delle commissioni e bandi costruiti con caratteristiche tecniche tali da favorire un determinato concorrente.

Ad apparire marginale, invece, è la concussione. È presente in meno dell’1% dei casi. Questo perché – secondo ANAC – le condotte che sono state osservate avvengono raramente attraverso la costrizione esercitata dal pubblico ufficiale, molto più spesso, invece, attraverso un accordo tra pubblico e privato.

L’altro dato significativo è la distribuzione delle persone coinvolte: delle 994 persone implicate, 583 appartengono alla sfera privata e 411 a quella pubblica. A questo va aggiunto che la distribuzione dei ruoli cambia in maniera altrettanto significativa tra imprese e pubblica amministrazione.

Tra i privati, circa il 76% delle persone coinvolte occupa posizioni apicali: titolari, amministratori, legali rappresentanti o altri esponenti ai vertici dell’azienda. Nella pubblica amministrazione, invece, il rapporto si rovescia: soltanto il 21% appartiene alle figure apicali, mentre il restante 79% è costituito prevalentemente da dipendenti e funzionari.

Secondo ANAC, l’accordo corruttivo può partire dai vertici, tra imprenditori, politici e dirigenti. Ma per truccare concretamente una gara servono spesso anche funzionari e tecnici che seguono la procedura passo dopo passo.

Anche la contropartita può essere più articolata della classica tangente. Il rapporto di ANAC non solo conferma il denaro come strumento corruttivo, ma anche assunzioni, viaggi, oggetti di lusso, addirittura lavori di ristrutturazione, automobili e l’immancabile sostegno elettorale. Ci sono anche casi in cui il vantaggio si traduce in consulenze fittizie affidate a società riconducibili al pubblico ufficiale oppure in sub-affidamenti concessi dall’impresa aggiudicataria.


Comuni e lavori pubblici al centro dei casi analizzati

Tra gli enti coinvolti nei casi analizzati da ANAC, i Comuni sono sicuramente i più presenti: rappresentano circa il 46% delle 212 stazioni appaltanti. Se si considerano anche gli altri enti territoriali, la percentuale arriva quasi al 53%.

Seguono gli enti sanitari, con circa il 21% dei casi, e le società pubbliche, con il 14%. Molto più limitata, invece, la presenza degli enti centrali dello Stato.

Anche il tipo di appalto mostra differenze sostanziali. Oltre il 40% dei casi riguarda lavori pubblici, il 32% i servizi e il 9,5% le forniture. Un altro 13,5% riguarda appalti che comprendono più settori.

Tra le attività maggiormente coinvolte ci sono la manutenzione delle strade e del verde pubblico, le pulizie, la gestione dei rifiuti e dei centri di accoglienza, i servizi sociali e il settore sanitario.

Proprio sugli affidamenti diretti l’Autorità richiama l’attenzione. Negli ultimi anni sono aumentati e, quando mancano controlli adeguati, possono aumentare anche i rischi legati ai rapporti tra amministrazioni e imprese.

Guardando invece alla distribuzione geografica dei casi esaminati, la Sicilia è al primo posto con quasi il 24%, seguita dalla Campania con oltre il 18%. Poi vengono Lombardia (10,4%), Lazio (9,6%) e Puglia (8,1%).

La situazione cambia leggermente se si tiene conto del numero degli abitanti. La Sicilia rimane al primo posto, con 5,4 casi per milione di abitanti, seguita dall’Abruzzo con 4,7 e dalla Campania con 4,5. Seguono Puglia, Piemonte, Lazio, Emilia-Romagna e Lombardia.

Questi numeri, però, non indicano quali siano le regioni “più corrotte” d’Italia. Il rapporto, come abbiamo detto, prende in considerazione soltanto i casi arrivati all’attenzione di ANAC. Mostra quindi dove si concentrano i procedimenti esaminati, non quanta corruzione esista realmente in ciascuna regione.


Un sistema più che una tangente

È forse questo uno degli aspetti più importanti del rapporto.

Dai casi che sono stati analizzati, ANAC ha rilevato che la corruzione negli appalti non si limita allo scambio di denaro tra un imprenditore e un funzionario pubblico. Spesso, dietro c’è un rapporto molto più ampio, consolidato e duraturo, che può coinvolgere imprenditori, politici, dirigenti e funzionari.

È così che una gara può essere costruita per favorire un’impresa, manipolata durante la selezione o alterata nella fase di esecuzione dei lavori o dei servizi. Per farlo possono essere coinvolte più persone e ognuna con un ruolo diverso.

Ad ogni modo, considerando quanto emerso nel rapporto ANAC, anche se al suo interno non viene citato, un pensiero, inevitabilmente, va anche alla riforma voluta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio: l’abolizione dell’abuso d’ufficio.

Anche se il rapporto ANAC non analizza direttamente gli effetti dell’abolizione dell’abuso d’ufficio, in alcuni dei contesti che sono stati inseriti all’interno del rapporto l’abolizione del reato potrebbe certamente rivestire un ruolo significativo.

La differenza con la corruzione è importante. Nella corruzione esiste normalmente uno scambio, con un pubblico ufficiale che riceve o accetta denaro o altre utilità in cambio di un comportamento legato alla propria funzione. L’abuso d’ufficio poteva invece intervenire anche in situazioni nelle quali un amministratore o un funzionario utilizzava intenzionalmente e illegittimamente il proprio potere per favorire qualcuno, pur senza ricevere una tangente.

Leggendo il rapporto ANAC, proprio questo aspetto sembra diventare particolarmente interessante.

L’Autorità ha descritto diversi modi per favorire un’impresa: gare costruite su misura, offerte concordate, affidamenti diretti o aziende ammesse anche senza i requisiti necessari.

Molte di queste pratiche possono essere ancora punite come corruzione o turbativa d’asta. Il problema nasce quando un funzionario favorisce intenzionalmente un’impresa senza che sia possibile dimostrare una tangente, uno scambio di favori o una turbativa. In alcuni di questi casi, prima della riforma Nordio, poteva entrare in gioco l’abuso d’ufficio. Dal 25 agosto 2024 quel reato non esiste più.

L’altro dato significativo riguarda i funzionari pubblici. Tra le 411 persone delle stazioni appaltanti coinvolte nei casi analizzati, 326, quasi il 79%, sono funzionari, dipendenti e altre figure non apicali che partecipano concretamente alla gestione degli appalti.

Proprio la tutela di amministratori e funzionari della cosiddetta “paura della firma”, cioè dal timore di essere indagati per le proprie decisioni, è stata una delle ragioni sostenute dal governo per abolire l’abuso d’ufficio.

Resta però una questione: come intervenire nei casi in cui un funzionario favorisce intenzionalmente qualcuno, ma la condotta non presenta gli elementi necessari per contestare la corruzione o la turbativa?

Su questo punto è intervenuto più volte anche il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, contestando però la scelta dell’abolizione. Secondo il magistrato, il problema poteva essere affrontato modificando e rendendo più precisa la norma, invece di cancellare completamente il reato.

Gratteri ha inoltre più volte spiegato che la questione della “paura della firma” sembrava essere più una “foglia di fico”. Questo perché, secondo il procuratore, gli amministratori e i sindaci possono contare su funzionari e strutture amministrative che hanno tutti i requisiti per poterli assistere in questo tipo di decisioni.

Insomma, per Nicola Gratteri la risposta non era eliminare completamente l’abuso d’ufficio, ma riscriverlo in maniera più chiara e circoscritta, evitando da una parte indagini inutili e dall’altra di lasciare senza tutela penale i favoritismi più gravi. Senza considerare che proprio l’abuso d’ufficio, talvolta, poteva fungere anche da reato spia per altri reati che sarebbero potuti maturare all’interno di un determinato contesto.

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fonte:https://antimafiaduemila.com/home/mafie-news/cronaca/appalti-e-corruzione-il-rapporto-anac-un-sistema-che-va-oltre-la-tangente