Appalti e corruzione, il caso di scuola Mojo Alcantara

Appalti e corruzione, il caso di scuola Mojo Alcantara

La rete di ditte vicina al sindaco e l’appetito dei clan

L’inchiesta che ha azzerato i vertici della giunta del centro del Messinese, portando in carcere il primo cittadino Bruno Pennisi e la vice, descrive le strategie per pilotare l’affidamento dei lavori. Una delle imprese citate ha vinto una gara sei giorni prima del blitz

SIMONE OLIVELLI 21 MAGGIO 2022

Poco più di seicento abitanti da qualche giorno senza sindaco né vice. Entrambi arrestati con accuse pesantissime: da una parte avere piegato l’attività amministrativa agli interessi del gruppo criminale di Carmelo Pennisi, fratello di Clelia, la numero due della giunta guidata da Bruno Pennisi; dall’altra avere trovato fonti di arricchimento basati su rapporti corruttivi con gli imprenditori interessati agli appalti pubblici. Quello di Mojo Alcantara sembra avere tutte le carte in regola per diventare un caso di scuola. Un campione dei mali che affliggono la pubblica amministrazione in Sicilia: per quanto, infatti, le generalizzazioni non siano mai utili, è altrettanto evidente – e le cronache periodicamente lo dimostrano – che quanto sarebbe avvenuto dentro e fuori gli uffici comunali del piccolissimo centro alle falde dell’Etna non rappresenta un’eccezione. 

Nelle carte dell’inchiesta che ha portato la gip del tribunale di Messina a disporre sette misure cautelari, è contenuto un campionario delle tecniche che il sindaco Bruno Pennisi avrebbe utilizzato, con la complicità dell’ex responsabile dell’Area servizi territorio e ambiente Giacomo Pelleriti, per condizionare le aggiudicazioni dei lavori. Un lavoro certosino sin dal principio che, quando si parla di appalti e gare a procedura negoziata, coincide con il momento del sorteggio delle ditte da invitare. «Dovrò dire: “L’estrazione verrà fatta il giorno x”, ma se non viene nessuno, qualche amico possiamo inserirlo. Se lo facciamo noi e non viene nessuno… non ci devono essere testimoni», sono le parole pronunciate dal funzionario Pelleriti nel corso di un dialogo con il primo cittadino. I due parlano senza sapere che ad ascoltarli ci sono i militari della guardia di finanza. Pelleriti spiega a Bruno l’opportunità di gestire il sorteggio in loco, senza affidarsi a soggetti terzi: «Se gli diamo tutto a loro – ragionano citando un’associazione del settore – loro fanno tutte cose e chi esce esce».

Per gli inquirenti, a rinsaldare i rapporti illeciti tra imprenditori e primo cittadino sarebbe stata anche la professione svolta da quest’ultimo. Pennisi è agente di zona per una società di ricambi con sede legale a Genova e capitale sociale di mezzo milione di euro. Agli imprenditori avrebbe chiesto di fare acquisti dalla ditta, consapevole che ciò gli avrebbe garantito un aumento dei propri guadagni. Nell’inchiesta sono finite anche alcune conversazioni con un capoarea della società. A quest’ultimo il sindaco spiega in cosa può consistere il vantaggio per un’impresa che abbia rapporti preferenziali con l’amministrazione: «Ti fanno entrare in una fiduciaria di dieci imprese – sono le parole di Pennisi – Cioè io snellisco questo sistema di cinquecento imprese che partecipano, diventano 490 in meno. Tu sei nelle dieci, poi devi essere tu bravo a fare l’offerta giusta. Cioè una cosa è che lui se la vede contro cinquecento aziende con la sua categoria…»

La conversazione, registrata dalla microspia installata nell’automobile del sindaco, risale a gennaio 2020. Al netto dei numeri citati in via esemplificativa, per gli inquirenti sarebbe un esempio plastico dei condizionamenti delle procedure di gara. E il caso concreto non sarebbe tardato ad arrivare: il mese dopo, infatti, il Comune di Mojo affida i lavori per il recupero di tre strade. «In data 5 febbraio l’ufficio Tecnico – si legge nell’ordinanza della giudice Tiziana Leanza – pubblicava l’avviso con il quale comunicava che il successivo 11 febbraio, presso la sede comunale, sarebbe stato effettuato il sorteggio, in seduta pubblica, per selezionare, a fronte delle 308 manifestazioni di interesse pervenute, dieci operatori economici da invitare alla procedura negoziata». A presenziare all’estrazione, quel giorno, furono stati soltanti due dipendenti comunali. La lista dei fortunati, riportata nell’ordinanza, contiene il nominativo della Effe Costruzioni di Santo Rosario Ferraro, uno dei due imprenditori arrestati, ma anche di altre due imprese ritenute dagli inquirenti «vicine» a Pennisi, per essere clienti della società di ricambi per cui il sindaco lavora.

Le due ditte, che allo stato non risultano direttamente coinvolte nell’indagine, hanno sede a Randazzo Taormina. La loro presenza nell’elenco delle dieci invitate ha portato la gip a parlare di «un vero e proprio sorteggio pilotato». A suffragio di questa tesi ci sono le fatture emesse dalla società di ricambi genovese alle imprese edili: dalle date è emerso che queste ultime «hanno iniziato a intrattenere rapporti commerciali dal momento in cui Pennisi ha avviato la propria attività come agente di area». In merito a quella di Randazzo, il sindaco spiegava al proprio capoarea che godeva di un vantaggio competitivo sul bitume, determinato dalla vicinanza dell’impianto di produzione. Ma, secondo la procura, i trattamenti di favore ci sarebbero stati: «C’è da dire che ora ho fatto un affidamento di 80mila euro. E 80mila euro non sono noccioline. Soprattutto con il bitume, perché il bitume, lui, lo produce», dice Pennisi.

Nell’ordinanza, inoltre, è riportata una lista di lavori che le imprese sospettate di avere stretto rapporti equivoci con il sindaco hanno ottenuto dal Comune di Mojo Alcantara. L’arco di tempo coperto va da inizio 2019 a fine 2020, ma MeridioNews ha verificato che gli affidamenti sono avvenuti anche in fase successiva. Appena sei giorni prima del blitz della finanza, il 13 maggio, gli uffici che in passato sono stati guidati dal funzionario Pelleriti hanno aggudicato alla ditta di Randazzo una gara del valore di poco superiore agli 80mila euro. La somma deriva dai fondi che il ministero degli Interni ha destinato ai centri con meno di mille abitanti e servirà alla manutenzione straordinaria e alla messa in sicurezza di una strada comunale. Anche in questo caso si è trattato di una procedura negoziata: nel verbale di gara si cita il numero degli inviti – tre – ma non i nominativi delle due imprese non aggiudicatarie.

Tra le conferme di ampio respiro che arrivano dall’indagine su Mojo e Malvagna – altro piccolo centro interessato dal blitz, con l’arresto dell’ex assessore e già candidato sindaco Luca Giuseppe Orlando – c’è quella riguardante il fatto a guardare agli appalti non erano soltanto politici e imprenditori. Anche la criminalità organizzata si era mossa. Dalle parti di Mojo, il gurppo che avrebbe il punto di riferimento in Carmelo Pennisi – il fratello della vicesindaca Clelia Pennisi – godrebbe di una certa autonomia. In carcere è finito anche il padre dei due, Giuseppe. Carmelo Pennisi fu arrestato nel blitz Isola Bella del 2019: condannato per droga a sei anni e otto mesi in primo grado, è stato assolto dall’accusa di associazione mafiosa. A parlare di lui è stato Carmelo Porto, collaboratore di giustizia ed ex esponente del clan Cintorino, cosca legata ai Cappello di Catania.

Porto ha raccontato ai magistrati che la mafia, almeno dal 2017, ha iniziato a interessarsi degli appalti nei paesi che guardano all’Alcantara. «Quando a noi interessava un lavoro pubblico, a volte intervenivamo per fare aggiudicare i lavori a ditte amiche», ha messo a verbale. Il collaboratore di giustizia ha spiegato che il sistema per garantire i proventi ai gruppi criminali – compresi i Laudani, con cui i Cintorino spartiscono il territorio – era la sovrafatturazione di quanto fatto dalle imprese edili. Anche in questo caso non sembrano mancare le storie esemplificative. A parlare stavolta è Giuseppe Pennisi, il padre della vicesindaca. Oggi 64enne, a maggio 2020 l’uomo parla con Orlando, in quel momento in campagna elettorale per le Comunali a Malvagna, di una vasca di cemento che dovrà essere rimossa a Mojo. «L’altro giorno, Bruno (il sindaco di Mojo, ndr) ha chiamato D’Amico (Antonio, l’altro imprenditore arrestato, ndr). Hanno preso le misure, quello gli ha detto: “Viene tremila”. E io scherzando, eravamo da soli, i carabinieri non c’erano, gli ho detto: “Ah cinquemila?”. Ci siamo guardati in faccia, ci siamo messi a ridere tutti ed è iniziato lo show». Spettacolo che per Orlando, che di lì a poco avrebbe riposto nel cassetto i sogni di primo cittadino finendo terzo alle Amministrative, avrebbe avuto nei sindaci i protagonisti assoluti: «Il sindaco ha un potere nelle mani, può fare somma urgenza di questo e quello con i cristiani che conosce lui. Di fiducia sua, per legge. Non possono farti nulla. L’urgenza».

Fonte:https://meridionews.it/articolo/100485/iuventa-conclusa-prima-udienza-con-al-centro-la-ong-sono-21-gli-indagati-per-loro-richiesto-rinvio-a-giudizio/

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