Antonio Ingroia, una vita per la verità

Antonio Ingroia, una vita per la verità

Da Falcone e Borsellino al processo sulla trattativa Stato-Mafia, l’ex magistrato si racconta

Giuseppe Capano 15 Gennaio 2021

Non è semplice riassumere la vita e le battaglie di un magistrato, soprattutto se ha vissuto affianco di uomini come Falcone e Borsellino. Un’intervista senza filtri, dove Antonio Ingroia risponde con estrema lucidità senza tralasciare nulla. In una società che dimentica spesso i suoi eroi silenziosi, abbiamo l’esigenza di rievocare la memoria troppo spesso messa da parte.

Dottor Ingroia avvocato, giornalista, ex magistrato e politico, partirei subito con il chiederle qual è stata la sua esperienza professionale più bella?
Sicuramente la mia attività di magistrato, che ha impegnato una parte della mia vita, ben 25 anni, in continuità quello che avevo fatto prima persino come studente universitario e studioso della mafia. Dopodiché, quando ho cambiato mestiere e ideali, facendo l’avvocato, attività politica e di pubblicista, è stato comunque una prosecuzione di quell’impegno; ho cercato un’altra via, su altri terreni e toccando altre corde, per raggiungere i medesimi obiettivi che con la magistratura, cambiata non in meglio, non riusciva più ad esprimere adeguatamente.

Entriamo nella sua lunga carriera: tra il 1987 e il 1989 ha lavorato a stretto contatto con due figure importanti, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Com’è stato lavorare con loro?
Quando ho iniziato la mia carriera ho avuto appunto il privilegio di entrare dalla porta principale, facendo tirocinio professionale con Giovanni Falcone, poi facendo i miei primi passi di pubblico Ministero con uno dei più grandi, Paolo Borsellino, mio maestro. Sono state sicuramente delle esperienze, per me, importantissime. È stato anche in una fase abbastanza delicata, in cui si chiudeva l’esperienza del vecchio processo penale, con sistema inquisitorio, introducendo il cosiddetto “processo all’americana” che portò dei benefici, ma anche tante difficoltà. Proprio in quella fase di transizione mi son trovato al fianco di Falcone, nello storico Ufficio d’Istruzione, nel cui s’istruiva l’ultimo maxi processo. Ho vissuto anche la terribile stagione delle stragi. Li ho visti morire da vicino, diciamo. Una settimana prima della strage di Capaci avevo incontrato Falcone e Borsellino insieme, sia in ufficio e per un momento conviviale, il compleanno di Falcone, che poi è venuto a mancare. Successivamente ho vissuto, a stretto contatto, gli ultimi mesi con Paolo Borsellino, dove offrì la sua vita per tutti noi, per far luce sulla strage di Capaci.

Da magistrato, si è occupato anche delle dichiarazioni di importati collaboratori di giustizia fino al traffico di droga a livello internazionale: ha mai avuto paura?
La paura è un sentimento irrazionale, puoi controllarla fino ad un certo punto, ma ci possono essere dei momenti di tensione. L’importante è che la domini. Come diceva Borsellino, siamo esseri umani, come umano è il sentimento, l’importante è avere ancora più coraggio e controllarsi. Ricordo il periodo di tensione dopo le due stragi, in cui eravamo noi in prima linea, e si scherzava in modo nero, scommettendo su chi sarebbe stato il prossimo.

Per la questione “Trattativa Stato-Mafia”, ha avuto pressioni o minacce, durante il processo Dell’Utri?
Il giorno della prima udienza, dove c’era una grande attesa, l’attenzione dei mass media e dell’opinione pubblica, ricordo che ricevetti telefonate anonime su un presunto attentato nei miei confronti, minacce sul fatto che non sarei arrivato vivo all’udienza. Ricordo di esser stato sotto scorta, tre auto blindate che seguivano percorsi alternativi. Avevo un po’ d’ansia anche a passare vicino alle macchine parcheggiate: era il periodo delle auto-bomba.

Riguardo a Dell’Utri, negli scorsi giorni ha avuto un grande impatto mediatico l’inchiesta di Report, dove emergono i rapporti tra stato e mafia, vedendo immischiate figure di spicco come Berlusconi, Contrada e tante altre. Come mai tutto questo, è uscito solo ora?
Il motivo è molto semplice. L’informazione in Italia non è, in linea di massa, veramente libera ed indipendente. Quando ci sono tematiche scottanti, politicamente scorrette, che coinvolgono nell’indagine personaggi politici, alti vertici funzionari, la stessa immagine dello stato, come quella di Report (un concentrato di tutto questo), queste vengono ignorate. Perché lo stato non ha la forza, il coraggio e la voglia di ripulire il proprio interno; l’azione giudiziaria aveva bisogno di un completamento da parte della politica, perché non può fare tutto la magistratura. Perciò non si è fatta pulizia, tranne qualche cambiamento di facciata, è rimasto nella sua essenza, controllando i poteri della grande informazione. Ecco che arriva una trasmissione come Report, che fa il suo excursus quasi dopo trent’anni, con la totale anestesia dei telespettatori, che non ha mai saputo e s’indigna per la durata di ventiquattr’ore.

Tra gli altri temi trattati dalla trasmissione si è parlato della famosa agenda rossa di Borsellino: che idea si è fatto?
Su questo ho colto un difetto, nella trasmissione, nel dare troppo spazio a un personaggio, questo Baiardo, proposto come grande rivelazione che, in realtà, non è niente di più che il favoreggiatore dei fratelli Graviano, mafiosi sanguinari responsabili della stagione stragista. Ecco, non si può mettere in diretta un personaggio così, davanti a milioni di spettatori che non hanno spirito critico, che può dire anche delle sciocchezze. Secondo me ne sono state dette, come ad esempio l’agenda rossa, purtroppo sottratta da uomini dello stato (terribile verità) e non dalla mafia, come detto. Altrimenti, concentrandoti sul mostro (mafia), depisti.

Prima di focalizzarci sulla sua storia politica, nel 2018 l’allora governo giallo-verde, con una disposizione del ministero degli interni, decisero di revocarle la scorta. Si è sentito abbandonato dalle istituzioni?
Assolutamente sì e soprattutto perché non è stato un atto frutto di burocrazia, ma un qualcosa di velato, perché ci sono tanti politici che non ne avrebbero bisogno, non hanno mai rischiato, eppure sono scortati. Ingroia invece no, perché s’è occupato di tematiche ed indagini scomode.

Soffermiamoci sulla sua ascesa in politica nel 2012. Questa sua decisione ha generato molte polemiche, ma le domando se il suo impegno in questa direzione anche con uno sguardo verso il sociale?
Sono cocciuto, non mi fermo né rinuncio. Certo, una cosa sia bene rammentarla: ci sono tanti magistrati che hanno fatto e fanno tutt’ora in politica, senza lasciare la magistratura, facendo delle scelte legittime ma furbe. L’ultima cosa che mi si può dire è proprio che non sia stato un furbastro. Ho rifiutato proposte di candidature facili. Il mio impegno come nel 2012 con Rivoluzione Civile continuerà con Azione Civile. Non rimpiango assolutamente nulla di questa scelta e sono felice di portare avanti battaglie con Azione Civile in tutto il territorio nazionale, perché in un mondo privo di contenuti noi portiamo qualcosa di reale e concreto. Purtroppo, la politica di oggi è fatta di slogan, ospitate televisive. Noi invece auspichiamo un reale cambiamento.

L’ultima domanda che le pongo, ringraziandola nuovamente per la sua immensa disponibilità, è la seguente: c’è un sogno che il dottor Ingroia vorrebbe si realizzasse per l’Italia?
Il sogno che vorrei si realizzasse, è di avere una politica con la “P” maiuscola, che sia al servizio dei cittadini, che dia lavoro e restituisca i diritti agli stessi, che restituisca strumenti ai magistrati, perché abbiamo bisogno di verità e di giustizia, e che dia la possibilità ai magistrati onesti di poter fare carriera e non subire gli abusi della vecchia magistratura corrotta. Questo è il paese che sogno, all’altezza della sua storia.

Tratto da: internationalwebpost.org

fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/opinioni/236-societa/81734-antonio-ingroia-una-vita-per-la-verita.html

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