Antonio Bardellino. “Ma tu vuoi vedere che è ancora vivo?”

Per chi è cresciuto negli anni ’80 nella provincia di Caserta, ancora adesso, parlare di Antonio Bardellino è come infrangere un tabù. Il corpo di Bardellino, scomparso nel 1988 in Brasile, non è mai stato trovato, alimentando ancora oggi il suo “mito”.

Ufficialmente, Antonio Bardellino, era ancora un carrozziere di San Cipriano d’Aversa nel 1974, quando la cittadina ancora non era attaccata a Casal di Principe, formando oggi invece un tutt’uno. Aveva 29 anni e forse era già diventato un killer spietato. Nel giro di pochi anni divenne il capo dell’ala militare dei Nuvoletta, referenti di Totò Riina e Luciano Liggio in Campania, prima di diventare il fondatore del clan dei “casalesi” ed un narcotrafficante internazionale affiliato a Cosa Nostra. Il destino del boss sanciprianese, legatosi alla mafia d’elite palermitana seguì le disgrazie della famiglia di Santa Maria di Gesù di Stefano Bontate, il “principe di Villagrazia”, l’uomo che nel periodo in cui era capo della cupola di Cosa Nostra portò la mafia all’interno della massoneria e dei circoli della finanza nazionale che contano, prima di essere sconfitto militarmente e massacrato dai corleonesi di Totò Riina, dopo il crack finanziario degli istituti di credito di Michele Sindona e poco prima del crack dell’Ambrosiano-Veneto.

Socio d’affari dei boss narcotrafficanti Umberto Ammaturo e Tommaso Buscetta, Bardellino aveva creato con loro delle basi strategiche a Santo Domingo ed in Brasile, per il traffico di cocaina destinato al mercato di “massa” che si stava creando in Italia ed in Europa, del quale è stato uno dei pionieri; e per il riciclaggio, avvalendosi di protezioni altissime. Fino a quando “scomparve”.

La sua parabola di boss, di cui si sa poco o nulla, durò appena 14 anni. E’ in quel periodo che diventò potentissimo, al punto che, dopo aver contribuito a sconfiggere militarmente i cutoliani in Campania, in seguito alla morte dei suoi referenti in Cosa Nostra, uccisi e sconfitti agli inizi degli anni ’80 da Totò Riina, entrò in guerra con gli esponenti dei corleonesi in Campania, i fratelli Nuvoletta. Due guerre costate tremila morti e decine di migliaia di traumatizzati.

Secondo le versioni ufficiali (contenute nella sentenza del Processo Spartacus), sarebbe stato ucciso da Mario Iovine in Brasile per vendicare la morte del fratello, oppure su richiesta di Totò Riina per essersi rifiutato di uccidere il suo amico don Masino Buscetta, con il quale condivideva, insieme ad Ammaturo, anche un residence in Brasile dove trascorrevano parte della latitanza. Dopo l’avvio della collaborazione con lo Stato di Don Masino, Bardellino era diventato una presenza ingombrante per i “casalesi” che gestivano il territorio e gli affari durante i frequenti e lunghi periodi all’estero del boss. E forse erano cambiati anche gli equilibri politici.

Il corpo di Bardellino non è mai stato trovato e, Mario Iovine, l’unico che poteva sapere dove era stato seppellito, fu ucciso in Portogallo nel 1991, il che ha alimentato le più svariate leggende che si propagano ancora oggi. Bardellino è l’unico caso di boss mafioso il cui corpo non è stato mostrato pubblicamente dai suoi assassini, secondo il copione classico del regicidio.

La sua è una storia che non si può liquidare facilmente. Anche perché veniva da una famiglia di tradizione socialista che, in una terra come quella dei Mazzoni, che aveva subito una repressione durissima durante il regime fascista, significava veramente “stare contro lo Stato”. Una storia ancora oggi ingombrante.

Switching person. Una leggenda che attraversa due generazioni…

Ma chi ha vissuto l’adolescenza negli anni ’80, in provincia di Caserta, di Bardellino conosce solo gli aspetti del “mito”. Da ragazzi, seduti su una panchina, su un muretto o sui gradini di una chiesetta a sfumacchiare, quando non si andava in giro con i “Ciao” ed i “Califfone”, tra il più ed il meno, non si poteva non parlare anche dei boss della camorra, a bassa voce ovviamente, anche se non c’era nessun altro a sentire.

Parlare dei camorristi, o dei mafiosi, era come parlare di politica. Erano parte del potere che veniva esercitato sul territorio, gente di cui avere paura e da rispettare. Il boss del mio paese era alleato a Bardellino ad esempio, bisognava saperlo, “… e chi è stu Bardellino? E’ potente assai?”, “… Ma come? Non lo sai chi è Bardellino? E’ quello che è andato fino a Torre Annunziata con il pullmàn per regolare i conti con uno che gli dava fastidio, ha acciso otto persone… ”, “… see… è mò è più forte dei Nuvoletta… ”, “… azz’ e non lo sai?! Quello Bardellino è andato fino a dentro la casa di Nuvoletta per andarlo a sparare, gli ha fatto fuori il fratello e altri uomini… quello non tiene paura di nessuno… ”, e via dicendo…

Bardellino insomma era una specie di leggenda, un po’ come i briganti. Nessuno lo aveva mai visto, però se ne tramandavano le gesta, con un misto di rispetto e paura, anche per chi era stato educato dalla propria famiglia a vedere il nemico principale nel “malgoverno democristiano”.

C’era chi diceva di averlo visto di persona al 7Up, la discoteca di Formia, la “più grande d’Europa” dell’epoca, il sabato sera meta dei giovani del basso Lazio e della provincia casertana. Ma venivano in macchina anche da Napoli e da Roma, stupiti dagli spettacoli pirotecnici, dalla disponibilità di ogni tipo di droghe, da una pista all’aperto che poteva contenere fino a 7.000 persone, e dai suoi due livelli all’interno, con un pavimento di vetro da cui era possibile guardare chi stava sotto e viceversa…

Al 7Up circolavano tutte le droghe disponibili in quegli anni, le tendenze e le mode dell’epoca. La cocaina e le droghe sintetiche avevano già sostituito l’eroina e le metanfetamine prima che chiudesse per sempre, dopo essere andata a fuoco durante uno spettacolo pirotecnico. Accadde nel 1986, bruciò poco dopo che erano emerse delle magagne nelle società gestite da Aldo Ferrucci, un imprenditore di Sessa Aurunca, uno dei principali prestanome di Bardellino negli affari a Formia e nel sud pontino. Nell’incendio morirono due ragazzi, rimasero ustionate e ferite nella calca circa una quarantina di persone e, per un niente, non fu una strage.

Nelle estati di provincia, nelle comitive improvvisate che si formavano intorno ad uno spinello, i racconti dei più grandi, tipo quelli di Giggino “a’ break dance” – d’estate perennemente in canottiera nera a rete ascellare e catenina al collo, jeans, cintura con fibbia gigante; no-tatuaggi però, che per lui se li facevano solo gli strafattoni di “robba” e gli ex-gaelotti – si facevano interessanti solo quando si parlava del 7Up. Una settimana intera di lavoro a giornata e via, il sabato sera al “sèven’app” a sputtanarsi i quattro soldi guadagnati. Altro che le notti di Baia Domizia. Lui, Giggino, l’aveva visto davvero Bardellino. Stava insieme a Carminuccio, che confermava orgoglioso il racconto. Quando è apparso nella discoteca, “… teneva tutte femmine intorno a lui… ”, elegante “… ma no come un guappo però!… ”

Doveva essere vero che l’avevano visto davvero, Giggino e Carmine non si facevano la “robba”, non li tenevano gli occhi a capocchia di spillo, anche se di gente che si “faceva” ne incontravi eccome. A volte bastava che il super santos volasse oltre un muro per vederli, andavi a prendere il pallone e ti poteva capitare di vedere uno che si stava sparando una siringa nelle vene con i suoi “amici-zombie” intorno che lo guardavano e aspettavano il turno, usando la stessa siringa. Rimanevi lì a osservarli imbambolato, che manco capivi bene che stavano facendo, e poi volavi via, ritornavi a tirare i calci al pallone per segnare gòl nella saracinesca… e “fatti-i-cazzi-tuoi”.

Da adolescenti, quando si faceva “filone” a scuola e andavamo a passare la mattinata a Formia, la presenza di Bardellino la sentivi, c’erano i giovani formiani che facevano finta di non conoscere il nostro dialetto, che poi è lo stesso dei loro nonni, e parlavano già una specie di romanesco televisivo, “… forse si mettono scuorno… ” dicevamo tra di noi, ma Bardellino lo conoscevano eccome. Sopratutto i figli del fratello, Ernesto, che era stato pure sindaco socialista di San Cipriano d’Aversa. Nel suo paese se la ricordano ancora la passeggiata per il corso principale a braccetto con Bettino Craxi, che era sceso per convincerlo a non candidarsi al parlamento. Dopo la scomparsa del fratello, Ernesto Bardellino aveva trasferito tutta la sua famiglia nella cittadina laziale. I suoi figli, Callisto e Angelo, facevano le scuole a Formia, ed i ragazzi della nostra età li conoscevano e li rispettavano. A Formia c’era anche un figlio di Antonio Bardellino si diceva, ma quello non lo vedeva mai nessuno “… stava sempre alla casa delle telecamere… ”.

Quando si sparse la voce che Antonio Bardellino era stato ammazzato in Brasile successe un casino. A Casale e San Cipriano scoppiò la guerra, e cambiò anche la vita dalle nostre parti. Il boss di Sessa Aurunca, Mario Esposito, si costruì una fortificazione intorno alla sua villa. Ancora adesso che la casa è stata confiscata, almeno una parte, sembra un carcere. Muri di cemento alti fino a 10 metri, una doppia porta corazzata all’ingresso. Cioè, per entrare, una macchina, doveva aspettare che si chiudesse prima una porta corazzata e poi se ne aprisse un’altra. Come per entrare in un carcere.

Il paese veniva presidiato notte e giorno dai “pali”del clan, con le armi addosso, nelle piazze e nelle vie principali. Ogni macchina che veniva da fuori veniva controllata e… sguardi brutti. Uscire in macchina per andare a trovare gli amici di un altro paese significava essere fermati da qualcuno, che non era un carabiniere, che guardava nella macchina per capire chi c’era. Potevi finire crivellato di colpi per sbaglio, perché avevi la stessa macchina di qualcun altro oppure perché ti trovavi in mezzo ad un agguato. Succedeva lo stesso un po’ dappertutto. Se andavi a Mondragone, San Cipriano, Casale, era la stessa cosa, e fino a Castelvolturno non ci si andava più, ci andavano solo i tossici ed i disperati.

Oggi si può dire che qualcuno di noi si è salvato con la scelta di andare via dal paese, oppure non accettando compromessi. Chi è rimasto e si è opposto ha salvato la sua dignità, ma spesso è stato marginalizzato. Nel frattempo “loro” sono diventati l’unica imprenditoria, la borghesia di queste terre…

Oggi però è diverso. Se ne può parlare un po’ dei boss, il tono appena un po’ più alto della “bassa voce”.

Ti dicono “… La camorra di oggi non spara, non ne ha più bisogno… ”, “… quelli che hanno ammazzato stanno in galera, e i figli e i nipoti non li vedi? Lavorano tutti, hanno i loro negozi, hanno una vita diversa dai loro padri, zii. Anzi, sono pure ricattati… perché non è come credi tu… sono loro ad essere ricattati… perché hanno i soldi all’estero, nei paradisi fiscali… e per poterli recuperare devono stare alle regole del gioco… ”

Sono passati più di venti anni dalla sua morte, ma il corpo di Bardellino non è stato mai trovato.

La famiglia del fratello Ernesto, in tutti questi anni, è rimasta tranquillamente a Formia, ad appena 40 km. da San Cipriano.

Ancora oggi, su via Vitruvio, la strada dei bar e dei negozi di abbigliamento che ogni tre mesi cambiano nome, passeggiando senti parlare il romanesco televisivo dei ragazzi locali, il dialetto dell’agro aversano ed il napoletano stretto dei quartieri.

La crisi non colpisce l’economia di questa città, c’è chi in una giornata incassa solo 50 euro, ma alla fine la cassa batterà 850, 1200 euro…

E di Bardellino si parla ancora, distrattamente. Chi ha frequentato i nipoti dice che non è morto, “… quello è vivo e sta ancora a Santo Domingo… Lo sai che era amico del presidente, no?!… Gli hanno dato un’altra identità… ”, “… dovevano levarlo da mezzo e lui ha trattato… si è venduto solo a tutti quelli che non gli servivano più… “ “… e secondo te se era morto il corpo non si trovava?… “, “… Lo sai quanta gente è morta proprio perché i clan per accettare la nuova cupola volevano una prova che l’avevano ammazzato veramente?… ”, “… see… quello è vivo e sta a Caracas, dove gestisce i suoi affari, c’ha la copertura di una società immobiliare… “, ”… sta in sudamerica è diventato un boss delle mafie internazionali del traffico di coca… quelli che comandano davvero… quello è nu mostro… ha fatto fesso pure ai corleonesi… ”

Come hanno detto anche Buscetta ed Ammaturo, che lo conoscevano bene… ma allora vuoi vedere che è vivo veramente?

(Tratto da AgoraVox)

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