Antimafia, preso una nuova legge per i Testimoni di Giustizia. L’Associazione Caponnetto concorda con tutte le proposte formulate dalla Commissione Parlamentare antimafia, a patto, però, che venga sostituito tutto il personale del Sevizio Centrale Protezione, dal direttore in giù. Quello attuale si è mostrato assolutamente impreparato ed inadeguato. A noi arrivano quasi quotidianamente sia da Testimoni che da Collaboratori di Giustizia lamentele di ogni tipo sul comportamento di alcuni dirigenti di quel Servizio e, francamente, è diventata una situazione non più sostenibile. Fate preso e mandate via dirigenti

Antimafia, presto nuova legge per testimoni giustizia
Bindi, testo innovativo approvato all’unanimità
22 ottobre, 18:47
(di Valentina Roncati) (ANSA) – ROMA, 22 OTT – I testimoni di giustizia in Italia sono quest’anno 85, la maggior parte tra i 26 e i 60 anni, e 253 sono i loro familiari, di cui 103 hanno tra 0 e 18 anni. Sono persone speciali, “perle rare”: sono coloro che hanno subito un reato o vi hanno assistito e hanno trovato la forza di denunciare. Per loro però non esiste una legge ad hoc: la norma esistente è nata nel 1991 per i collaboratori di giustizia. “Serve una legge nuova dedicata ai testimoni: solo una legge pensata fin dalle fondamenta per loro sarà in grado di cogliere tutti gli aspetti di questa figura”, spiega Davide Mattiello, Pd, coordinatore del V Comitato della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie, che ha messo a punto la quarta relazione della Commissione, approvata all’unanimità dalla Commissione Antimafia in seduta plenaria. “Questa relazione è un lavoro innovativo, che porterà presto a mettere a punto un progetto di legge, un testo organico che farà tesoro dei limiti della legislazione attuale”, aggiunge il presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi. Il testo sottolinea, tra l’altro, la necessità di una più precisa definizione delle caratteristiche del testimone di giustizia: “definito chi è il testimone di giustizia – afferma il deputato Francesco D’Uva, M5S – questo deve essere tutelato dal punto di vista economico e sociale nella maniera più adeguata e personalizzata”. La Commissione Antimafia suggerisce il superamento dell’attuale schema che distingue le misure di assistenza economica dedicate e a chi sta in programma di “protezione” da quelle dedicate a chi sta nelle “speciali misure” e che ai testimoni di giustizia possano essere applicate tutte le misure di assistenza economica attualmente previste dalla normativa. Complessivamente il sistema di protezione si occupa in Italia di 6200 persone ma, i testimoni sono solo 80; di questi, solo 17 sono alle “misure speciali” ovvero protetti nella propria abitazione, mentre tutti gli altri hanno dovuto aderire al programma di protezione, ovvero hanno abbandonato la propria casa e il proprio lavoro per essere nascosti in località protette. Nella relazione vengono delineate storie di testimoni che per lungo tempo non hanno potuto svolgere alcuna attività, rimanendo al di fuori di ogni contesto di relazione, con una conseguente sensazione di solitudine e di inutilità e quindi un forte disagio esistenziale. “Invece bisogna far riprendere al testimone la propria vita – osservano concordi Bindi, D’Uva e Mattiello – altrimenti lo Stato ha fallito. Il programma di protezione dovrebbe essere residuale, mentre al momento è preponderante. Diverso è il caso del collaboratore di giustizia che, giustamente, vuole cambiare luogo di residenza e vita”.

Un’altra delle proposte qualificanti della relazione è il Comitato di assistenza e il referente fisso. Il referente fisso è una persona che ha il preciso compito di assistere il testimone, aiutandolo a comprendere quanto gli sta capitando, a chi rivolgersi e per cosa. Simmetricamente, la Commissione Antimafia propone la costituzione di una Comitato di assistenza: una sorta di poliambulatorio professionale, anch’esso costituito dalla Commissione Centrale, composto da avvocati, psicologi, commercialisti, cui il testimone di giustizia possa fare riferimento per affrontare fin dall’inizio della sua vicenda, col massimo di efficacia e tempestività, tutte le situazioni di complessa gestione patrimoniale e personale che si aprono. Altro punto toccato dalla relazione dell’Antimafia, è la necessità del potenziamento del Servizio centrale di protezione del ministero dell’Interno, a cui vanno garantiti uomini, mezzi e formazione.

“Proponiamo – aggiunge Mattiello – che il Servizio centrale di protezione sia il responsabile unitario della gestione sia dei programmi speciali che delle misure speciali”. Un appello è stato fatto da Mattiello al vice ministro all’Interno Bubbico affinché i temi affrontati dalla relazione siano la base per un decreto

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