“Antimafia istituzionale” ed “antimafia sociale”.

Si commette un grosso errore nel separare l’una dall’altra.Entrambe,società ed istituzioni,  DEBBONO operare all’unisono,insieme e d’accordo,nel combattere le mafie.Per quanto riguarda  l’”antimafia sociale” c’é da  una parte chi,come Libera,ritiene  che le mafie possono essere combattute e vinte con la sensibilizzazione,la formazione delle coscienze  e l’informazione e chi,come l’Associazione Caponnetto,la Casa della Legalità di Genova ecc.,,pensa che solo attraverso l’INCHIESTA e la DENUNCIA  può essere sconfitta la criminalità mafiosa.Le due cose possono   integrarsi e farsi insieme  ,ma ad una sola condizione: CHE  IL TUTTO SI FACCIA SENZA INTERESSI NE’ ECONOMICI,NE’ POLITICI ,PERCHE’ APPIATTIRSI SUL “POTERE” ,NEL QUALE SI ANNIDANO PROPRIO LE MAFIE E FARSI DARE COMUNQUE  DA ESSO FINANZIAMENTI E QUANT’ALTRO SIGNIFICA RINUNCIARE ALLA PROPRIA AUTONOMIA,LASCIARSI CONDIZIONARE DA ESSO   E,DI CONSEGUENZA,   A  PORTARE AVANTI  LA LOTTA  ALLE MAFIE .
C’é urgente bisogno di un confronto aperto e davanti al Paese dei due “ modelli”.Chi prende l’iniziativa  prima che l’intera “antimafia” venga travolta dalle polemiche  e da  comportamenti   disdicevoli di qualcuno?????? Per quanto riguarda  quanto dichiarato dal Dr.Maresca,uno dei migliori e più coraggiosi magistrati antimafia d’Italia,non possiamo che  apprezzarne l’iniziativa e ringraziarlo per aver posto sul tappeto il problema,come anche il Procuratore Aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri che già in passato  aveva fatto altrettanto.

LA LENTE DI UNA CRONISTA

Considerazioni e riflessioni per vaccinarsi dall’indifferenza

Pietro Grasso & Don Ciotti

L’antimafia contro l’antimafia. Quella delle associazioni e quella istituzionale.

In un panorama spesso competitivo come quello dell’antimafia, dove alcune realtà si individualizzano e lavorano separatamente su obiettivi che dovrebbero essere comuni, le lacerazioni e le accuse si rinnovano. L’ultimo caso è quello, di qualche giorno fa, che ha visto il pm Catello Maresca della direzione distrettuale antimafia di Napoli accusare, in un’intervista rilasciata al giornale Panorama, l’associazione Libera di avere al proprio interno “persone senza scrupoli” e di gestire i beni confiscati “attraverso cooperative non sempre affidabili”. E ha chiosato: “Io ritengo che questa antimafia sia incompatibile con lo spirito dell’antimafia iniziale”. La risposta del presidente di Libera, don Luigi Ciotti, è arrivata subito dopo: “Ci possono essere degli errori, si può criticare, ma non può essere calpestata la verità. (…) Abbiamo allontanato dal consorzio Libero Mediterraneo delle realtà che non avevano più i requisiti e queste realtà gettano il fango, sono le prime a farlo”. Ha infine aggiunto: “Le trappole dell’antimafia sono davanti agli occhi, mai come oggi. Si deve togliere anche questa parola antimafia, rischiamo di essere travolti”.

Intanto l’antimafia, quella su cui si sono costruite carriere, notorietà e patrimoni, quella dei personalismi più che della rete di comunità, continua a logorare a volte più delle mafie che dovrebbe combattere. Anche perché rischia di mettere in dubbio la limpidità delle realtà impegnate in favore della legalità che sembrano sempre più spesso convivere, tanto nell’associazionismo quanto in ambito istituzionale, con personaggi che dell’antimafia ne hanno fatto una professione redditizia.

L’antimafia dei fatti esiste ancora, e un esempio vivente sono gli 83 testimoni di giustizia italiani che ogni giorno si confrontano con la loro scelta di vita, la legalità.
Uno di loro, Luigi Coppola testimone di giustizia campano e portavoce del gruppo dei testimoni di giustizia campani, ha scritto una lettera aperta al pm Maresca inviata a La Lente di una Cronista, che qui di seguito riporto.

Luigi Coppola, testimone di giustizia

 

“Il caso sollevato dal PM della DDA di Napoli, il dott. Maresca, ci consola a noi testimoni di giustizia. Ma mi sento di fare una precisazione al dott. Maresca.

Gentile dott. Maresca, lei ha perfettamente ragione sollevando osservazioni sulle associazioni antimafia, o antiracket o antiusura, e sulla gestione dei fondi e beni a loro assegnati. Infatti a Napoli e provincia ci sono più associazioni che organizzazioni criminali. Ma come mai le vittime puntualmente lamentano abbandoni vari?
Poi dott. Maresca se vogliamo parlare della gestione dei beni confiscati e affidati ce n’è da dire e da dimostrare: ce ne sono alcuni affidati e gestiti solo sulla carta ma che sono eternamente chiusi, e quindi dov’è l’uso sociale?
Per quanto riguarda Libera, purtroppo don Ciotti è uno solo ma gli associati pari a 1600 sono tantissimi quindi qualcosa può sfuggire.
Io da testimone di giustizia campano la ammiro, dott. Maresca, per il suo delicato e difficilissimo operato e stimo don Ciotti per la forza con cui porta avanti una battaglia dura e difficile, ma ritengo sia giusto fare chiarezza e se ci sono mele marce vanno escluse e giudicate. Ma la invito ad ampliare la sua attenzione nel napoletano, su beni che ad oggi sono affidati ed inutilizzati e che non sono nella sola disponibilità di Libera né di don Ciotti, quando poi potrebbero essere usati a scopo veramente sociale e per il vero bene di tutti coloro che ne hanno bisogno. A mio parere c’è una sorta di business dietro alla gestione di questi beni e di questi fondi.
E non dimentichiamoci che le tantissime associazioni si costituiscono parte civile nei vari processi contro la criminalità. Processi scaturiti dalle sole denunce dei poveri ma coraggiosi uomini onesti, sempre più spesso dimenticati e abbandonati.”

La legalità, e l’antimafia pulita, hanno bisogno di ripartire dalle persone. E avere il coraggio di osservarsi con l’umiltà degli onesti.

 

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