Anticorruzione, lotta senza padri

Anticorruzione, lotta senza padri

22 FEBBRAIO 2020

Da cinque mesi all’Anac manca il presidente

DI SERGIO RIZZO

Cinque mesi. Tutto questo tempo è passato da quando, a settembre dello scorso anno, Raffaele Cantone ha deciso di fare rientro in magistratura. Da allora l’Anac, creata nel 2014 per combattere a fondo la corruzione sulle ceneri della malandata authority di vigilanza sui contratti pubblici, e per questo affidata a un personaggio simbolo della lotta alla criminalità e al malaffare, è senza presidente.

Ruolo ricoperto ora con dedizione dal consigliere anziano Francesco Merloni, ma certo non è la stessa cosa. Cinque mesi senza riuscire a nominare un degno sostituto di Cantone (e addirittura sette senza averlo individuato, se si considera che l’annuncio della sua uscita anticipata è di luglio 2019) sono un messaggio preciso. Stanno a dimostrare il disinteresse profondo dei governi presieduti da Giuseppe Conte nei confronti di un organismo sempre più temuto che amato. Entrambi i governi: tanto il giallo-verde quanto il giallo-rosso.

Intendiamoci, non che prima dell’arrivo di Conte per Cantone fosse tutto rose e fiori. L’Anac dava comunque fastidio, e ha dovuto battagliare non poco con gli esecutivi precedenti anche per poter disporre delle risorse necessarie.

La maggioranza grillina e leghista, però, non ha mai nascosto la propria diffidenza verso l’autorità anticorruzione, che evidentemente scontava anche la colpa di essere stata fondata dal governo di Matteo Renzi: il quale si era fatto perfino accompagnare da Cantone nella sua visita al presidente americano Barack Obama. Diffidenza così tangibile da indurre lo stesso Cantone a lasciare l’incarico con nove mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale, ovviamente senza che nessuno del governo avesse cercato di trattenerlo. Né lo scenario è radicalmente mutato con il cambio di maggioranza.

Da quando il Conte due si è insediato le nomine nelle authority, come pure negli enti pubblici e in alcune società di Stato sono bloccate da veti e incapacità decisionali. Fino a far conseguire al nuovo governo un autentico primato d’inerzia.

Mai prima d’ora si era dovuti ricorrere a una seconda proroga per legge per i vertici di due autorità importanti, come avvenuto nel Milleproroghe per i Garanti della Privacy e delle Comunicazioni. E mai per un periodo tanto lungo era rimasta vacante la presidenza di un’altra autorità altrettanto importante qual è l’anticorruzione: peraltro con una forza politica al governo che ha fatto di una legge battezzata “spazzacorrotti” la propria bandiera.

Ora però è spuntato un nome per colmare l’imbarazzante lacuna. Quello del segretario generale della Privacy, Giuseppe Busia. Avvocato nuorese, secondo l’Ansa Conte avrebbe voluto affidargli addirittura la poltrona di sottosegretario alla presidenza, considerato “uomo di sua stretta fiducia”. Nel braccio di ferro che ne sarebbe scaturito con Luigi Di Maio avrebbe prevalso poi quest’ultimo imponendo per quel posto un suo fedelissimo: Riccardo Fraccaro.

Se le cose stanno così, nel giro di appena 15 mesi all’avvocato Busia, ex margheritino chiamato alla Privacy nel 2012 dal presidente dell’authority Antonello Soro, ex deputato dem anch’egli di provenienza margheritina nonché ex sindaco di Nuoro, sarebbero passate sotto il naso ben tre poltrone. La prima, quella di segretario generale di palazzo Chigi, dove Conte nel giugno 2018 avrebbe voluto portarlo.

Con un pesante biglietto da visita: quello di professionista organico al mondo che ruota intorno a Guido Alpa, principe del foro, maestro e socio del premier.

Ma gli ambienti di provenienza di Busia, che durante il secondo governo di Romano Prodi era stato vice-capo di gabinetto del ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli non erano all’epoca molto popolari in una presidenza del Consiglio dove dettava legge il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti.

Così il premier si era visto costretto a ripiegare sul consigliere di stato Roberto Chieppa: inventando anche l’inesistente incarico di capo di gabinetto per un altro personaggio di fiducia qual è il consigliere parlamentare Alessandro Goracci. La seconda poltrona, appunto, quella di sottosegretario alla presidenza del Consiglio. E diventano tre con quella dell’autorità della Privacy, per cui ha presentato la propria candidatura pur essendone il massimo dirigente in carica: poltrona, come sappiamo, non ancora assegnata.

E dopo tanta fatica, anche psicologica, e tutte quelle poltrone sfumate, non avrebbe forse meritato un risarcimento?

fonte:https://rep.repubblica.it/

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