Allarme usura, casi raddoppiati. “I boss fanno affari sulla crisi”

Allarme usura, casi raddoppiati. “I boss fanno affari sulla crisi”

19 MAGGIO 2020

Ogni giorno due richieste di aiuto, ma molti di più sono i casi sommersi: piccoli imprenditori piegati dallo stop

Così da Nord a Sud i clan prendono il controllo delle aziende. Negli ultimi due mesi fondi statali per 5 milioni

DI ALESSANDRA ZINITI

Roma. Il martedì è giorno di “ascolto” nelle 33 sedi della Consulta nazionale antiusura. «Mediamente si presentavano sei, sette persone. Da diverse settimane, ormai, arrivano circa due richieste di aiuto al giorno. È tantissimo se si considera che, per il tipo di reato, chi si rivolge a noi è ormai all’ultima spiaggia per il forte impatto psicologico di vergogna che l’usura ha su chi ne è vittima». È un aumento secco del 100 per 100 quello rilevato dall’avvocato Attilio Simeone, responsabile delle consulte.

Sono piccoli imprenditori, commercianti, il popolo delle partite Iva ma anche famiglie rimasti senza un introito, sommersi dai debiti, terrorizzati dalla prospettiva di non riaprire o di trovare un lavoro che hano finito con l’accettare le offerte di aiuto arrivate da “amici”: denaro in contante che risolve il problema immediato di cosa mettere a tavola e finisce per rendere schiavi della criminalità. Certo, solo in minima parte le richieste di aiuto si traducono in denunce per un reato che di solito si protrae nel tempo per molti anni e che difficilmente emerge. E tuttavia anche i dati del ministero dell’Interno fotografano una realtà allarmante: nel primo trimestre dell’anno l’aumento dei reati è di usura è del 10 per cento con la tendenza a un ulteriore aumento in aprile e maggio, con punte che in alcune zone ( soprattutto in Campania e Puglia) hanno sfiorato il 15 per cento. Unico reato in aumento assoluto a fronte del crollo generale di tutti gli altri (-66 per cento) nei due mesi di lockdown.

Due mesi in cui il Fondo nazionale antiracket ha elargito a chi ne aveva diritto ben cinque milioni di euro, quasi il doppio del 2019 quando sono stati liquidati poco meno di 18 milioni per le 732 istanze presentate da chi ha avuto la forza di denunciare estorsori e usurai. È la risposta annunciata ieri in un’intervista a Repubblica dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, che ha invitato gli operatori economici in difficoltà a rivolgersi allo Stato e a non accettare alcuna altra offerta di aiuto. «Stiamo cercando di velocizzare al massimo l’esame delle istanze per dare risposte concrete a chi si trova in difficoltà — spiega il prefetto Annapaola Porzio, commissaria nazionale antiracket — È innegabile che nel procedimento ci sono lentezze che in un momento come questo significano la vita o la morte per centinaia di piccole imprese. La criminalità interviene in tempo reale, non ha regole da seguire, noi stiamo cercando di dare liquidità per consentire la ripartenza ed evitare i fallimenti. E per essere credibili quando diciamo che lo Stato c’è. Se i soldi non arrivano la gente non ti crede».

Gli allarmi arrivano da una parte all’altra d’Italia: dagli albergatori di Venezia o di Rimini che raccontano di aver ricevuto offerte esplicite per svendere le loro attività al sindaco di Bari Decaro che ha segnalato alla polizia la presenza di elementi della criminalità organizzata durante una manifestazione di protesta dei commercianti.
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Stefano, ristoratore a Foggia: “La banca mi ha negato il prestito”

«Io sogno di riaprire». La tavola calda di Stefano, foggiano, 50 anni, moglie, due figli e una montagna di debiti, è ancora chiusa. Il lockdown ha dato la mazzata finale ad una situazione economica già precaria e lui è finito dritto nelle mani degli usurai. «Ho provato a chiedere il prestito da 25.000 euro per le aziende in crisi, ma avevo già un’esposizione con la banca e me lo hanno negato. Poi degli amici mi hanno suggerito una soluzione rapida: mi sono arrivati 20.000 euro, ho pagato lo stipendio di febbraio ai miei cinque collaboratori, qualche fornitore. E dopo 15 giorni chi me li aveva anticipati mi ha detto che gliene dovevo restituire subito 40.000. Ho capito subito che errore avevo fatto e sono finito da don Marcello».

Don Marcello Cozzi, lucano, presidente della Fondazione nazionale antiusura «Interesse uomo» nel giro di poche ore ha convinto Stefano a denunciare. «Un incontro rocambolesco dopo 200 chilometri in auto, seduti su un muretto davanti al mare con la paura che ci fermassero e ci chiedessero l’autocertificazione. Stefano è arrivato da me grazie a un amico poliziotto. Può sembrare strano ma ammettere di aver ceduto all’usura è più facile o davanti ad un prete che a una divisa».

La storia di Stefano è da manuale: la crisi già prima dell’emergenza, la chiusura, gli aiuti dello Stato che non arrivano, quelli della criminalità invece sì. «La mia fortuna è stata quella di fermarmi subito. Ovviamente non avevo i 40.000 euro da restituire ma ho capito subito che avevo fatto un errore che rischiava di distruggere quello che ho costruito con tanta fatica. Ho aperto la mia attività che avevo solo 25 anni dal nulla. Io sono figlio di un modesto operaio e sono riuscito ad avere cinque dipendenti. Questa piccola azienda è il mio orgoglio ed è quello che mi ha consentito di far studiare i miei figli. Il più grande si sta laureando. Ho avuto paura, la pandemia, il buio, mi sono ritrovato solo. Provo una grande vergogna ma lo sbaglio ci sta ma in soli 30 giorni ho deciso di dire basta e con don Marcello sono andato dritto a denunciare. Ora spero solo che lo Stato mi aiuti».

Giulio, barista a Palermo: “Tranquillo, i soldi te li diamo noi”
di Romina Marceca

Un giorno di aprile Giulio, lo chiameremo così, esce dalla filiale di una banca con la testa fra le mani. L’istituto gli ha appena negato il finanziamento da 25mila euro previsto dal decreto rilancio: la causa è un protesto per un pagamento in ritardo. «Ero disperato, dopo dieci anni avrei chiuso il mio bar. L’emergenza coronavirus mi ha spezzato le gambe», racconta oggi al telefono mentre è dietro al bancone. Quel giorno di metà aprile accade qualcosa d’imprevisto. «Ero appena uscito dalla banca quando mi ha squillato il cellulare. Era un numero anonimo. Un uomo si proponeva di aiutarmi, qualcuno gli aveva girato il mio numero. Non mi disse il suo nome. Ma sapeva che ero nei guai e mi offrì un prestito. Chiarì che i tassi sarebbero stati più alti di quelli della banca. Un’altra persona accanto a lui mi suggeriva di non perdere quell’occasione».

Emissari della mafia? «Non so se fossero estorsori o usurai. Mi parlavano di una finanziaria parallela. Ero disperato, li incontrai», continua Giulio. L’appuntamento era in strada. «Erano distinti, ben vestiti, non avevano facce da criminali. Però percepivo qualcosa di strano, non fecero il nome di nessuna finanziaria. “I soldi te li diamo noi”, poi avremmo discusso i dettagli. Ho avuto paura, ho preso tempo», racconta. Giulio decise di chiamare l’associazione antiracket e antiusura “Sos Impresa”. «Ero confuso. Avevo bisogno dei soldi ma non volevo finire in qualcosa di illegale», racconta. Accanto a lui oggi c’è Matteo Pezzino, presidente di “Sos Impresa” Sicilia: «Gli dissi di non vedere più quelle persone, di non rispondere al telefono. Lo incontrai. Gli spiegai che era meglio chiudere che perseguire quella strada».

Giulio in questi giorni non ha risposto a diverse telefonate anonime. Ha riaperto il bar lunedì. Una ditta gli ha donato la sanificazione, familiari e amici hanno offerto i loro risparmi. «Sto rinascendo», piange. Il vicepresidente nazionale di “Sos Impresa” Fausto Maria Amato spiega: «Un episodio simile ai tanti che il nostro Osservatorio nazionale sta raccogliendo. Presenteremo un report alle forze dell’ordine». Adesso Giulio ha davanti due strade: la denuncia o il silenzio. «Ho molta paura, mi affido all’associazione».

Fonte:https://rep.repubblica.it/

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